Roma, Virginia Raggi e il malgoverno da cancellare (anche sui bus)

Le condizioni di Roma sono ormai arrivate al limite del collasso

di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 9 novembre 2018 (link)

Virginia Raggi Corriere-Web-Sezioni

Circa due anni e mezzo fa oltre settecentomila elettori romani (tra i quali chi scrive: è giusto confessare le proprie responsabilità) dando il loro voto ai 5 Stelle contribuirono a far eleggere sindaco della capitale d’Italia Virginia Raggi. Naturalmente non avevano la minima idea di chi fosse: come del resto è la norma nel nostro Paese. In Italia infatti nessun elettore o quasi sa realmente chi sia il parlamentare che il suo voto contribuisce ad eleggere. Né per la loro stragrande maggioranza quegli elettori — sono convinto — avevano motivo di una particolare identificazione con il M5S. Semplicemente cercavano un’alternativa.

Dopo la rovinosa gestione della Destra di Alemanno e l’inconsistenza ridanciana e vagamente imbrogliona di Ignazio Marino eletto da una Sinistra a trazione Pd, volevano, come si dice, «provare a cambiare». Nel modo previsto dalle regole della democrazia: cioè mandando al governo l’opposizione. «Hai visto mai che questa volta?…»

È facile oggi dire che gli è andata non male ma malissimo. È arcinoto, infatti, che le condizioni di Roma sono ormai arrivate al limite del collasso: forse già oltre quel limite e quindi di fatto irrecuperabili. Il governo dei 5 Stelle insomma si è rivelato da ogni punto di vista un disastro. Ma domani gli elettori di cui sopra e in genere tutti i cittadini romani hanno il modo di cominciare a presentare il conto a chi di dovere, determinando l’inizio della cancellazione politica della sindaca Raggi e infliggendo un colpo al partito di Grillo responsabile di averla scelta. Per di più potranno farlo nei modi della democrazia diretta tanto cari all’una e all’altro: vale a dire recandosi nel maggior numero possibile alle urne (per la validità della consultazione è necessario superare la soglia del 33,3 per cento degli elettori) e votando sì al referendum indetto dai radicali per la liberalizzazione* di uno dei più disastrati servizi pubblici dell’Urbe, quello dei trasporti, gestiti finora da una società municipalizzata, l’Atac.

Sono almeno due le ragioni di merito che militano a favore di una liberalizzazione del trasporto pubblico romano. La prima molto empirica è che in tal modo, in seguito al necessario contratto di servizio tra il Comune e il concessionario privato si creerebbe almeno un contrasto d’interessi tra controllore e controllato. Quel contrasto che a meno di casi clamorosi oggi non c’è, dal momento che tra il Comune proprietario e i vertici dell’Atac da lui stesso nominati esiste un’ovvia identificazione. La presenza di un controllore diciamo così istituzionale dovrebbe portare ragionevolmente a un migliore servizio. Così come lo stesso obiettivo dovrebbe risultare dai criteri di maggiore efficienza rispetto al disordine attuale che un privato senz’altro adotterebbe, ad esempio per quel che riguarda il pagamento dei biglietti o le relazioni sindacali .

La seconda ragione è più generale. E cioè che la liberalizzazione costituirebbe un indubbio ammonimento per tutte le altre aziende municipali e per gli stessi uffici comunali. Le une e gli altri gestiti in un modo che dire pessimo significa usare un eufemismo: senza alcun spirito di servizio, all’insegna di un’inefficienza che rasenta l’incredibile, con sacche di potere personale di capi e capetti, con fenomeni diffusissimi di assenteismo e di privilegio sindacale scandalosi, con un’altrettanto diffusa opacità di pratiche e di condotta da parte di molti dipendenti. Perché la verità nuda e cruda è questa: il principale problema di Roma è il Comune di Roma. È il modo d’intendere il proprio lavoro da parte dei suoi dipendenti e il comportamento dei loro sindacati.

Anche perciò a Roma la personalità di un sindaco è cruciale. Con il che veniamo alla questione non di merito del referendum, che poi come spesso accade è quella più vera.

L’agonia in cui versa oggi la città indica chiaramente che il malgoverno o l’assenza di governo non è certo cosa degli ultimi due o cinque anni. Dura da un pezzo. Solo che quasi tutti i sindaci precedenti quello attuale, fatti esperti da una lunga militanza politica — come erano i sindaci di sinistra — e potendo disporre di un qualche insediamento partitico nell’amministrazione comunale e nei sindacati, hanno lasciato il disbrigo degli affari correnti a collaboratori capaci se non altro di tenere le situazioni critiche sotto controllo: per il resto preferendo occuparsi d’altro. In genere di legare il proprio nome a iniziative di tipo culturale o spettacolare in grado di assicurare loro visibilità e prestigio e di conferirgli un tratto comunque significativo di autorevolezza e di rappresentatività.

Con Virginia Raggi,invece, la situazione è precipitata. Ora che la conosciamo possiamo dire che in realtà tutto la predisponeva a questo esito. Giovane piccolo-borghese romana dall’abbigliamento e dalle maniere che «fanno tanto perbene» nel quartiere Appio Latino dove è cresciuta, è centaura provetta e con l’aria sempre annoiata e il tratto vagamente indolente che ricorda la protagonista di un racconto di Moravia; alla vigilia delle elezioni le chiedono il titolo dell’ultimo libro che ha letto e lei risponde «non mi ricordo». Di rapidi studi, e colta nel modo che si è capito, quello che sa dovrebbe impararlo frequentando come ragazza di bottega gli studi disseminati nel quartiere Prati intorno al Palazzo di giustizia, dove avvocati inappuntabili, frequentatori dei circoli lungo il Tevere, rappresentano gli interessi dei palazzinari, del generone, del ceto burocratico-faccendiere della Capitale, gestendone gli affari e gli affarucci con un occhio alla politica e l’altro pure.

Ma Virginia Raggi non sembra aver appreso molto da questo che pure a suo modo è un serbatoio di saperi. Una volta eletta, infatti, mostra innanzitutto di non essere assolutamente capace di scegliere i suoi collaboratori. Cambia assessori vorticosamente, appare incerta e insieme autoritaria, si circonda di personaggi più che dubbi che promettono di saper gestire il personale galeotto del Comune ma in realtà gestiscono soprattutto le loro carriere e le loro prebende, finendo per questo anche nel mirino della magistratura. La sindaca Cinque Stelle non riesce a costruire un’agenda d’impegni significativa per la città, sembra muoversi sempre a tentoni, non ha visione, non ha polso, non sa prendere alcuna decisione tempestiva e importante per arrestare lo sfacelo che la circonda. È evidente che non ha la minima idea di che cosa sia la politica. Ostaggio rassegnata dei suoi 60 mila dipendenti, insieme ad essi tiene in ostaggio due milioni e mezzo di romani: non avendo capito che era proprio da quei 60 mila che avrebbe dovuto avere inizio la svolta che in tanti si aspettavano da lei. Ma soprattutto Virginia Raggi appare paurosamente incapace di comunicare. Banalissima nel lessico, algida nel tono sempre improntato a un che di malmostoso e di infastidito, non sa mai suscitare un’emozione, trovare una parola convincente di rammarico o di scuse per i mille guai che quasi sempre per colpa della sua amministrazione capitano alla città e ai suoi abitanti.

I quali però domani hanno finalmente la possibilità di farle capire — anche quelli che l’hanno votata — che cosa pensano della sua opera di sindaco.

* Precisazione dell’autore: «Nel testo originale, apparso sull’edizione cartacea, ho scritto erroneamente privatizzazione laddove invece si tratta di liberalizzazione, cioè non già di vendere l’Atac – che di certo nessuno mai acquisterebbe – ma di mettere a gara il servizio tra vari offerenti».

Se io fossi sindaco

Appunti, note e suggerimenti per un candidato al Campidoglio (diverso da Alemanno).

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Il 26 e il 27 maggio si vota per le comunali a Roma.

Ecco tutte le liste e i candidati, per chi fosse interessato: si va da Repubblica Romana a Militia Christi, 22 candidati alla poltrona di sindaco, ma sostanzialmente sono tre i “big” in lista (più un quarto incomodo): Ignazio Marino, per il PD, Gianni Alemanno, per il PDL, sindaco uscente, Alfio Marchini, outsider rappresentante il centro, e Marcello de Vito, del Movimento 5 stelle.

Come si evince dal titolo, non voterò Alemanno, perché non lo ritengo adatto al governo della città, nonostante l’invito di molti amici che – a mio avviso erroneamente – puntano a farne una battaglia ideologica o addirittura religiosa. L’amministrazione di questi  anni ha, invece, profondamente deluso su molteplici aspetti, e su questo i miei amici sanno che non faccio sconti. Non mi soffermerò sugli aspetti più discussi della sua amministrazione, da quello sulla criminalità nella Capitale alla polemica sulle assunzioni facili (la cosiddetta Parentopoli capitolina), o più peculiari come la nevicata a Roma del 2012 di cui ancora si parla, o come l’idea di abbattere il gigantesco quartiere di Tor Bella Monaca per ricostruirlo (…), o ancora come il deprimente abbandono del bikesharing (diffuso capillarmente in qualsiasi grande città d’Europa). C’è davvero una letteratura sterminata sulle cose fatte e non fatte (o dette e non dette) a Roma in questi anni: si può far riferimento agli innumerevoli articoli che si trovano sulla rete, o la puntata di Report per le questioni più critiche, intitolata “Romanzo capitale” (che non ha mancato di sortire il relativo strascico polemico).

Non è una questione personale, tutt’altro. Stimo la persona e non ho problemi a dire che nel 2008 l’ho anche votato, perché unica alternativa credibile all’evanescente Rutelli (uno che – tra le altre cose – aveva fatto costruire l’inutilissimo e dannoso tunnel stradale sotto il Gianicolo, quello di Cavalleggeri, e che invece di fluidificare il traffico a Castel S. Angelo, è stato capace di inventarsi un’incredibile contorsione viabile di cui ancora oggi paghiamo i costi). Mi dispiace, ripeto, per gli amici che sostengono la candidatura di Alemanno, così come la richiesta di una “fiducia in bianco”: personalmente ritengo che sia ora di voltare pagina.

Prima di elencare alcuni punti per  un candidato sindaco, mi piacerebbe però fare una piccola premessa sul peggioramento di un aspetto a mio avviso importante, forse più di quello che sembra, e mi riferisco al degrado urbano. La situazione in cui volge Roma è tremenda. Negli ultimi anni sono peggiorati molti aspetti fondamentali della Capitale ma il degrado urbano è aumentato a livelli inimmaginabili per una metropoli di stampo europeo, come più volte sottolineato anche dalla stampa (sia nostrana sia soprattutto estera). Una delle cause principali è da ricercarsi nell’abusivismo, esploso negli ultimi anni, con il devastante impatto provocato dalla deregulation avviata nel 2009 con una scriteriata delibera (la 37) che, pur proponendosi di gestire una serie di settori difficili, ha lasciato campo aperto alle varie camarille operanti nella città, che hanno approfittato del caos per conquistare spazi e gettarsi nell’illegalità.

Tutto l’aspetto dell’educazione civica di Roma e del rispetto delle regole, pilastro fondamentale per la buona fruizione di una città e storicamente punto debole della Capitale, è andato a farsi benedire, caduto sotto i colpi inferti da una serie di scelte sbagliate. Ne hanno approfittato un po’ tutti, dalle ditte e  società abusive ai ristoranti, dalle affissioni pubblicitarie dei maxi-cartelloni sulle strutture stradali, dai camion bar ai pullman, in un crescendo che ha trasformato e sfigurato quasi tutti i quartieri di Roma. Questa trasformazione in “brutto” ha certamente consolidato una tendenza al lassismo ed alla mancanza di controlli che ha finito per peggiorare ancora di più, se possibile, le cose.

Per la precisione, una delle componenti dell’abusivismo più odiosa e capillare è costituita dalla cosiddetta “cartellopoli”, una vera e propria mafia – com’è stata definita dallo stesso sindaco Alemanno, che si fa beffe del Campidoglio. Il “degrado delle regole” da questa portato è stato ben documentato da una serie di siti web: il primo storico sito è stato Cartellopoli, (da cui il nome), ma iniziative dei cittadini e delle associazioni indignate per il diffondersi del malaffare si sono moltiplicate nel tempo da Cittadinanzattiva, a Bastacartelloni, da Degrado Esquilino, a RiprendiamociRoma, solo per citarne alcune.

Il problema della sicurezza è il più importante, subito prima del problema del “Brutto”. Il decuplicarsi di cartelloni in zone vietatissime da multipli articoli del Codice della strada (oltre che dal buon senso) ha prodotto in questi anni un numero elevatissimo di incidenti stradali, dovuti a varie concause, tutte legate alla pratica abusivista: cartelloni che coprono i semafori, cartelloni che coprono la segnaletica, cartelloni che coprono la visuale, che coprono i pedoni, che coprono gli incroci, e via dicendo, in un florilegio di illegalità che lascia sconcertati anche i più distratti. Basta farsi un giro per uno qualsiasi dei blog suddetti per farsene un’idea.

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Ritorno nell’Urbe

Sono rientrato dalle province dell’impero. In effetti non si sta bene da nessuna parte come a Roma. Poi ad agosto mi piace anche di più: meno gente, meno casino, meno traffico, meno confusione, anche meno negozi ma comunque si trova tutto lo stesso.
Stavo pensando che la risoluzione Onu che “pone fine” alla guerra in Libano, la 1701, è lo stesso numero dell’astronave Enterprise, la NCC 1701, di Star Trek. Speriamo sia di buon auspicio.