Con la Kadjar, anche Renault entra nel mid-SUV “fashion”

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La Renault ha presentato il suo Suv medio: bello e ben figurante, nei rapporti dimensionali ricorda chiaramente la cugina Nissan Qashqai sulla cui piattaforma è stata progettata e prodotta, anzi sembra quasi di riconoscerla, guardandola da varie angolazioni. Sinergie ormai necessarie, che però portano anche scelte progettuali poco convincenti ed obbligate.

La più eclatante è sostanzialmente la scelta del ponte posteriore interconnesso (almeno sulle 4×2), vera pecca del modello, esattamente come la Qashqai. Perfino la nuova Fiat 500X (di segmento inferiore e al pari della cugina Jeep Renegade) monta sospensioni indipendenti al posteriore, così come le Mini Countryman ed altri modelli (per non parlare delle (BMW). La ragione progettuale è semplice: le sospensioni interconnesse costano meno. Ma la dinamica di guida ne risulta inferiore, così come la reazione del retrotreno nel caso di buche o irregolarità della strada. In ogni caso sono pochi quelli che, guidando la vettura, se ne accorgeranno, considerando le ottime doti stradali della cugina franco-nipponica. Le vendite si prospettano sicuramente di grande rilievo, al pari della Qashqai che ha praticamente fondato il mercato delle crossover in Europa.

Quello che mi incuriosisce però è la scelta del nome: Kadjar. Volevano essere sicuri di ricordarsi che era cugina della Qashqai?

Comunque, sarà costruita in Cina. Meditate, detrattori della Fiat di Marchionne…

Per approfondire: Quattroruote: Renault presenta la Kadjar (02/02/2015)

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Mindfulness, un’infografica utile e rapida

La Mindfulness, contrariamente ad altre metodologie di non sempre certa utilità (ne parlavo ad esempio nel post sulla Ricerca di senso, dalla psicologia al coaching e quant’altro), è una metodologia piuttosto ben formata che non va alla ricerca di senso o di chissà quali significati ma semplicemente aiuta a sperimentare il noto principio del qui ed ora. Attività cognitiva che fa sempre bene: aiuta a concentrarsi (non a caso si rifà ai temi della consapevolezza e meditazione), a percepire e regolare meglio il proprio stato emotivo e mentale, a distaccarsi dal rimugginio sul passato e a non farsi prendere troppo dalle ansie del futuro. Per saperne di più non resta che cercare, ci sono molti siti che ne parlano. Qui mi piace raccogliere un’immagine che riassume un po’ il metodo anche graficamente, comoda da tenere a portata di mano:

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L’immagine è presa dalla Pagina Facebook del bravo psicologo Luca Mazzucchelli (qui il post originale).

Per chi vuole poi c’è sempre la mia paginetta Nosce.org, dove raccolgo spunti e articoli su vari argomenti di psico-qualcosa.

Collegata a questa, c’è anche un piccolo elenco per punti che ho rebloggato recentemente sul mio Tumblr, che penso si adatti bene a questo fine d’anno 2014:

Inspiration for the future

(onlinecounsellingcollege)

– Hang onto hope
– Believe and be strong
– Smile, and share laughter
– Spread thankfulness
– Live in the moment
– Go after your dreams
– Be grateful for life
– Be all you can be.

Continua a leggere “Mindfulness, un’infografica utile e rapida”

Quella ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno)

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“The state of your life is nothing more than a reflection of the state of your mind.”
─ Wayne W. Dyer

 

Meridiano dello stomaco.

Avevo sentito questo termine da un conferenziere famoso, Igor Sibaldi. Mi aveva colpito una frase: “Se a una persona togli un dolore al ginocchio, magari puoi fargli peggio; metti che ha un problema col meridiano dello stomaco e gli sale a livello gastrico”. Questa parola fa scattare subito la mia attenzione. Così ho cercato qualche riferimento web, e ho trovato una pagina interessante dove spiega cos’è questo meridiano e quali problemi può causare. Ma dopo aver letto, ho visto la biografia della persona che scriveva questo sito, e non mi ha rassicurato. E anche alcune persone, anzi molte persone con cui sono entrato in contatto in quest’ultimo periodo hanno questa cosa in comune: credono in qualcosa che va oltre le mie conoscenze medie. Così ho cercato di capirne di più.

*    *    *

Da alcuni anni si stanno sviluppando tutta una serie di figure professionali – ben consce che la ricerca di senso è alla base dell’agire umano – che aggirano il problema della motivazione dandone una connotazione diversa. Sono gli stessi psicologi, che spostano il discorso dalla ricerca di senso alla ricerca di una tecnica, o una metodologia efficace. Alla base di questo filone di pensiero – banalizzando – c’è una constatazione, ovvero che il cognitivismo classico che per tanti anni ci ha accompagnato nella ricerca di senso, analizzando la storia, il vissuto emotivo, il padre, la madre, la nonna, i fratelli, l’attaccamento e tutto quello che ha caratterizzato il passato della persona – spesso non risolve il problema. O per meglio dire, la persona riesce ad avere un quadro del proprio passato ma non cambia, capisce qualcosa di sé ma non modifica il suo agire, o non lo modifica abbastanza. In altri termini capire non porta automaticamente al cambiare, come invece si riteneva accadesse nei casi ben formati di psicanalisi.

The post continues at: http://www.lucianogiustini.org/blog/archives/2014/11/quella_ricerca_di_senso_dalla_psico.shtml

Quella ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno)

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“Ma per l’amor del cielo, è proprio inutile tutto quel che non ci procura un immediato guadagno? Hai ritrovato un amico dopo tanto tempo e già lo vedi come una merce
─ Johann Wolfgang Goethe (Wilhelm Meister, gli anni dell’apprendistato, Adelphi)

 

Meridiano dello stomaco.

Avevo sentito questo termine da un conferenziere famoso, Igor Sibaldi. Mi aveva colpito una frase: “Se a una persona togli un dolore al ginocchio, magari puoi fargli peggio; metti che ha un problema col meridiano dello stomaco e gli sale a livello gastrico”. Questa parola fa scattare subito la mia attenzione. Così ho cercato qualche riferimento web, e ho trovato una pagina interessante dove spiega cos’è questo meridiano e quali problemi può causare. Ma dopo aver letto, ho visto la biografia della persona che scriveva questo sito, e non mi ha rassicurato. E anche alcune persone, anzi molte persone con cui sono entrato in contatto in quest’ultimo periodo hanno questa cosa in comune: credono in qualcosa che va oltre le mie conoscenze medie. Così ho cercato di capirne di più.

*    *    *

Da alcuni anni si stanno sviluppando tutta una serie di figure professionali – ben consce che la ricerca di senso è alla base dell’agire umano – che aggirano il problema della motivazione dandone una connotazione diversa. Sono spesso gli stessi psicologi, che spostano il discorso dalla ricerca di senso alla ricerca di una tecnica, o una metodologia efficace. Alla base di questo filone di pensiero – banalizzando – c’è una constatazione, ovvero che il cognitivismo classico che per tanti anni ci ha accompagnato nella ricerca dei “perché“, analizzando la storia, il vissuto emotivo, i genitori e i parenti, l’attaccamento e tutto quello che ha caratterizzato il passato della persona, spesso non risolve il problema. O per meglio dire, la persona riesce ad avere un quadro del proprio passato ma non cambia, capisce qualcosa del suo Sè ma non modifica il suo agire, o non lo modifica abbastanza. In altri termini capire non porta automaticamente al cambiare, perché spesso questo processo, seppur necessario, non è sufficiente.

Il processo del cambiamento

Quindi si è cercato di spostare di più l’attenzione su obiettivi ben formati (quindi raggiungibili, realistici, scalabili), con l’intento di indirizzare la persona sui risultati, non importa quale passato abbia generato i traumi o i disturbi: quelli ci sono, ma non è importante solo analizzarli e capirli, quanto averne coscienza per poi guardare avanti e gettarseli dietro le spalle. Non dargli, cioè, quella connotazione deterministica di causa-effetto che invece la psicoterapia classica fa: il perché agiamo. Sapere perché si ripete uno stesso errore o comportamento, toglie il problema? Molto spesso no, appunto. E allora, sulla base di un certo fallimento dell’approccio canonico, arriva un nuovo approccio, che dice: “il tuo problema è un blocco? Non mi interessa tanto far risalire a livello cosciente tutti i motivi che hanno portato al blocco stesso, ma rimuoverlo il prima possibile”.

E il cardine di questa metodologia si basa su due elementi: uno è il fare, inteso come l’agire individuando degli obiettivi precisi, avendo una mission, e non fermandosi a ragionare sul Sé ma ribaltando l’esperienza: agire in direzioni nuove e diverse. L’altro è essere efficienti ed efficaci. E’ l’efficienza quello che conta, con l’efficienza e la metodologia superiamo le nostre debolezze, le nostre limitazioni e soprattutto, troviamo un senso. Il senso di quello che si fa arriverà dopo, dopo aver agito, non prima. L’azione darà sviluppo compiuto alla motivazione stessa e non viceversa.

Difficile per chi ha una formazione come la mia credere totalmente in qualcosa del genere, sapendo che la motivazione interiore è quella molla fondamentale che ci spinge verso l’azione molto più di quanto l’azione stessa potrà mai ottenere, anche se soddisfacente e perfezionata. 

Tuttavia, chi è appassionato di queste metodologie ─ e ne ho conosciuti alcuni in questi anni ─ confida molto in esse e le applica con perizia, mettendole in pratica e ottenendo risultati.  La scuola più famosa è senza dubbio quella della Terapia breve strategica fondata in Italia da Giorgio Nardone sulla base delle intuizioni di Paul Watzlawick (Scuola di Palo Alto), ma in ambito internazionale non è la sola. Sono nati decine di corsi, sulla scia del successo di questo metodo nel mondo anglosassone (sempre all’inseguimento dell’efficienza) che cercano di armonizzarlo con il nostro ambito europeo (costantemente alla ricerca di senso).

Uno dei guru di queste scuole di pensiero, che hanno per mantra l’efficienza, è senza dubbio David Allen con il suo il metodo GTD (Getting things done), su cui ha clostruito un impero milionario fatto di consulenze, di libri e perfino di talk su TED. Ho comprato il suo libro, sono iscritto alla sua newsletter, e sono un suo fan anche solo per l’energia che infonde per cercare di rendere migliore la vita degli altri. Tuttavia, non ho mai trovato nulla che non avessi già in qualche modo individuato io stesso per risolvere i piccoli grandi problemi dell’organizzazione personale (ma io sono un ingegnere, e questo forse influenza la mia situazione efficientista).

*    *    *

La crescita personale e altri racconti meravigliosi

Parallelamente, però, a partire da questi nuovi approcci psicoterapeutici si sono innestate le ben più numerose e variegate scuole di coaching, counseling e mentorship che sono ormai una realtà consolidata, diffusasi in Italia e in Europa a macchia d’olio e suddivisibili, grossolanamente, tra life coach (per lo sviluppo personale), coaching aziendale (in genere il più remunerativo), e per estensione “qualcosa-coaching” declinato in tutte le salse (business coaching, mental coaching, ecc.). E qui, si entra decisamente in un campo meno rigoroso o quantomeno sperimentale e talvolta ci si orienta un po’ a vista.

Ho un certo intuito per le cose poco convincenti e soprattutto coltivo il dubbio, ma qui davvero c’è di che sbizzarrirsi. La terminologia nata in questo ambito è davvero ricca: si va dal Neuromarketing allo Yoga della risata, dalla Crescita evolutiva alla ormai classica PNL (Programmazione neuro linguistica), dalla Neurosemantica alla famigerata Legge dell’attrazione, passando per il Performance coach, il Metodo RQI, l’Enneagramma e via via per una pletora di neoparole e termini esoterici si arriva velocemente al nocciolo della questione: conoscere il “segreto dell’auto-star-bene”, cioè la famosa crescita personale (non farò nomi, basta cercare per trovare centinaia di siti e di corsi sull’argomento). Questa corrente di pensiero persegue tra l’altro il famoso mantra che molti probabilmente hanno già sentito: pensa positivo, e attirerai energia positiva. E’ la fisica quantistica che ce lo conferma. (Eh?) Siamo tutti uno, siamo una cosa sola con la terra, l’universo. Guerriero della pace, dello spirito, della luce, della terra….assortito…

A parte i costi, che per ora mettiamo da parte ma su cui ci sarebbe da fare una ricerca interessante, ci sono alcune caratteristiche di base in questo campo:

  • La parola d’ordine comune è miglioramento personale. Non più i pilastri della psicologia classica (capirsi, conoscersi, accettarsi, e così via a seconda della scuola psicanalitica – e ce ne sono 25, più 45 modelli psicodinamici), ma evolversi verso un “livello superiore” con il raggiungimento di maggiore efficienza e wellness, attraverso una serie di strumenti utili all’obiettivo.
  • Sul web e i social network c’è un fiorire di iniziative del genere e ognuno sgomita per avere un posto al sole in questo ambito in crescita, anche se i nomi che hanno “sfondato” da noi sono pochi. Sono perlopiù formatori, psicologi, ex attori, ex sportivi, o persone che per qualche motivo hanno avuto successo nella vita, hanno imparato a comunicarlo bene e si sentono pronte a spiegare come affrontare la vita e ottenere risultati comparabili.
  • La maggior parte dei personaggi che affollano questo settore ha una spiccata sensibilità alla critica. Anzi, direi che il loro ego è più che ipertrofico, è un super-ego, che sarebbe interessante analizzare ma ci porterebbe lontano. Diciamo che – secondo me – la loro convinzione di aver raggiunto un livello superiore è talmente forte che ogni critica li porta in uno stato di irritazione e stress che ovviamente gestiscono, ma che spesso si produce in un aggressione critica (niente di nuovo, per carità, ma almeno uno psicologo o uno psichiatra veri questi comportamenti non se li sognano neanche..)
  • Continuità e metodo. Facendo piccoli sforzi, di postura, di respirazione, di movimento, di atteggiamento, di pensiero, di spirito, di fiducia, e di tutto quello che si può elencare in un eccetera autogeno, si raggiunge la desiderata crescita personale. E centinaia di migliaia di commenti di persone entusiaste e grate (tolti i commenti negativi che spesso vengono eliminati o non approvati, vedi sopra) sembrano stare lì a confermare che la cosa funzioni: si sentono migliorate, si sentono più efficienti, più consapevoli. Probabilmente lo sono.

Insomma c’è molto marketing in tutto questo, ma anche profonde convinzioni, teoremi, paradigmi e invenzioni anche creative, interessanti sotto certi punti di vista, seppur dall’efficacia spesso non dimostrata. Ma se c’è gente disposta a pagare…

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LE 7 TIPICHE ABITUDINI DELLE PERSONE INFELICI

La ForzaDellaNatura's Blog

unhappy“Basta poco per rendere felice una vita; è tutto dentro di te, nel tuo modo di pensare.”– Marco Aurelio

Le circostanze esterne possono certamente rendere la nostra vita complicata. Ma un ruolo estremamente importante – spesso decisivo – nel costante tentativo di essere felici è svolto

  • dal nostro pensiero,
  • dai nostri comportamenti
  • dalle nostre abitudini.

Se sulle circostanze esterne spesso non abbiamo il potere di incidere perché al di fuori della nostra sfera di influenza, il nostro atteggiamento e le nostre abitudini sono invece elementi sui quali abbiamo la possibilità di esercitare un controllo totale.

Ecco degli esempi di alcune delle abitudini quotidiane più distruttive che le persone infelici si creano da sole e che contribuiscono a minare in modo decisivo la loro felicità.

1. Temono il giudizio degli altri.

Molte persone hanno una preoccupazione costante nei confronti delle opinioni e dei giudizi degli altri al punto che, pur…

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Andrea Leone: c’era una volta l’Eur Adesso trionfa il degrado

Il figlio del grande regista: ostaggi delle prostitute. «L’unico momento in cui è stato risolto il problema delle lucciole fu quando Gava era ministro dell’Interno»

Source: roma.corriere.it

Testimonianze sul degrado inarrestabile dei quartieri di Roma. Questa volta tocca all’Eur..

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Come va? (140 risposte possibili)

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“Come va?”

1. Icaro: “Uno schianto”
2. Proserpina: “Mi sento giù”
3. Prometeo: “Mi rode…”
4. Teseo: “Finché mi danno corda…”
5. Edipo: “La mamma è contenta”
6. Damocle: “Potrebbe andar peggio”
7. Priapo: “Cazzi miei”
8. Ulisse: “Siamo a cavallo”
9. Omero: “Me la vedo nera”
10. Eraclito: “Va, va…”
11. Parmenide: “Non va”
12. Talete: “Ho l’acqua alla gola”
13. Epimenide: “Mentirei se glielo dicessi”
14. Gorgia: “Mah!”
15. Demostene: “Difficile a dirsi”
16. Pitagora: “Tutto quadra”
17. Ippocrate: “Finché c’è la salute…”
18. Socrate: “Non so”
19. Diogene: “Da cani”
20. Platone: “Idealmente”
21. Aristotele: “Mi sento in forma”
22. Plotino: “Da Dio”
23. Catilina: “Finché dura…”
24. Epicuro: “Di traverso”
25. Muzio Scevola: “Se solo mi dessero una mano…”
26. Attilio Regolo: “Sono in una botte di ferro”
27. Fabio Massimo: “Un momento…”
28. Giulio Cesare: “Sa, si vive per i figli, e poi marzo è il mio mese preferito…”
29. Lucifero: “Come Dio comanda”
30. Giobbe: “Non mi lamento, basta aver pazienza”
31. Geremia: “Sapesse, ora le dico…”
32. Noè: “Guardi che mare…”
33. Onan: “Mi accontento”
34. Mosè: “Facendo le corna…”
35. Cheope: “A me basta un posticino al sole…”
36. Sheherazade: “In breve, ora le dico…”
37. Boezio: “Mi consolo”
38. Carlo Magno: “Francamente bene”
39. Dante: “Sono al settimo cielo”
40. Giovanna d’Arco: “Si suda”
41. San Tommaso: “Tutto sommato bene”
42. Erasmo: “Bene da matti”
43. Colombo: “Si tira avanti”
44. Lucrezia Borgia: “Prima beve qualcosa?”
45. Giordano Bruno: “Infinitamente bene”
46. Lorenzo de’ Medici: “Magnificamente”
47. Cartesio: “Bene, penso”
48. Berkeley: “Bene, mi sembra”
49. Hume: “Credo bene”
50. Pascal: “Sa, ho tanti pensieri…”
51. Enrico VIII: “Io bene, è mia moglie che…”
52. Galileo: “Gira bene”
53. Torricelli: “Tra alti e bassi”
54. Pontorno: “In una bella maniera”
55. Desdemona: “Dormo tra due guanciali…”
56. Newton: “Regolarmente”
57. Leibniz: “Non potrebbe andar meglio”
58. Spinoza: “In sostanza, bene”
59. Hobbes: “Tempo da lupi”
60. Vico: “Va e viene”
61. Papin: “Ho la pressione alta”
62. Montgolfier: “Ho la pressione bassa”
63. Franklin: “Mi sento elettrizzato”
64. Robespierre: “Cè da perderci la testa”
65. Marat: “Un bagno”
66. Casanova: “Vengo”
67. Goethe: “C’è poca luce”
68. Beethoven: “Non mi sento bene”
69. Shubert: “Non mi interrompa, per Dio”
70. Novalis: “Un sogno”
71. Leopardi: “Sfotte?”
72. Foscolo: “Dopo morto, meglio”
73. Manzoni: “Grazie a Dio, bene”
74. Sacher-Masoch: “Grazie a Dio, male”
75. Sade: “A me bene”
76. D’Alambert e Diderot: “Non si può dire in due parole”
77. Kant: “Situazione critica”
78. Hegel: “In sintesi, bene”
79. Schopenhauer: “La volontà non manca”
80. Cambronne: “Boccaccia mia…”
81. Marx: “Andrà meglio…”
82. Carlo Alberto: “A carte 48”
83. Paganini: “L’ho già detto”
84. Darwin: “Ci si adatta”
85. Livingstone: “Mi sento un po’ perso”
86. Nievo: “Le dirò, da piccolo…”
87. Nietzsche: “Al di là del bene, grazie”
88. Mallarme’: “Sono andato in bianco”
89. Proust: “Diamo tempo al tempo”
90. Henry James: “Secondo i punti di vista”
91. Kafka: “Mi sento un verme”
92. Musil: “Così così”
93. Joyce: “Fine yes yes yes”
94. Nobel: “Sono in pieno boom”
95. Larousse: “In poche parole, male”
96. Curie: “Sono raggiante”
97. Dracula: “Sono in vena”
98. Croce: “Non possiamo non dirci in buone condizioni di spirito”
99. Picasso: “Va a periodi”
100. Lenin: “Cosa vuole che faccia?”
101. Hitler: “Forse ho trovato la soluzione”
102. Heisemberg: “Dipende”
103. Pirandello: “Secondo chi?”
104. Sotheby: “D’incanto”
105. Bloch: “Spero bene”
106. Freud: “Dica lei”
107. D’Annunzio: “Va che è un piacere”
108. Popper: “Provi che vado male”
109. Ungaretti: “Bene (a capo) grazie”
110. Fermi: “O la va o la spacca”
111. Camus: “Di peste”
112. Matusalemme: “Tiro a campare”
113. Lazzaro: “Mi sento rivivere”
114. Giuda: “Al bacio”
115. Ponzio Pilato: “Fate voi”
116. San Pietro: “Mi sento un cerchio alla testa”
117. Nerone: “Guardi che luce”
118. Maometto: “Male, vado in montagna”
119. Savonarola: “E’ il fumo che mi fa male”
120. Orlando “Scusi, vado di furia”
121. Cyrano: “A naso, bene”
122. Volta: “Più o meno”
123. Pietro Micca: “Non ha letto che è vietato fumare”
124. Jacquard: “Faccio la spola”
125. Malthus: “Cè una ressa…”
126. Bellini: “Secondo la norma”
127. Lumiere: “Attento al treno!”
128. Gandhi: “L’appetito non manca”
129. Agatha Christie: “Indovini”
130. Einstein: “Rispetto a chi?”
131. Stakanov: “Non vedo l’ora che arrivi ferragosto…”
132. Rubbia: “Come fisico, bene”
133. Sig.ra Riello: “Sono stufa!”
134. La Palisse: “Va esattamente nella maniera in cui va”
135. Shakespeare: “Ho un problema: va bene o non va bene?”
136. Alice: “Una meraviglia”
137. Dr. Zap: “Bene, la sai l’ultima?”
138. Verga: “Di malavoglia”
139: Heidegger: “Quante chiacchiere!”
140. Grimm: “Una favola!”

─ Umberto Eco, Il secondo diario minimo

E tu? Come va? ;-)

Dieci anni fa, papà

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Sono passati dieci anni da quando te ne sei andato, papà. Tutto sommato, non moltissime cose sono cambiate da allora. Sono tanti, sembravano meno. Quaggiù si sta sempre un po’ più soli, sai…

Scrivevo nella lettera d’addio `Sei circondato dall’affetto dei cari, sui quali leggi la tua sofferenza. Arrivi a dire qualcosa come “sono un po’ in ribasso”, e’ la tua dignita’, che ti chiede di non usare frasi grosse. Ci hai sempre voluto tranquillizzare, mentre ti allontanavi sempre di piu’.

Eravamo tutti un po’ scioccati da come te ne sei andato. Forse io ero un po’ più preparato perché parlavo coi medici, mamma meno, lei in cuor suo non ci voleva credere.

Caro papà, oggi sono 10 anni. Allora sembrava che potessi fare chissà cosa, oggi posso dire di essere molto cambiato, forse anche un po’ scoraggiato. So che questa è una parola che a te non piaceva. Me lo ricordo bene, spesso passavamo giornate a discutere sui voli pindarici che tu facevi, pieno di idee e di volontà di realizzare tutto, e i miei dubbi, il mio realismo, e insieme le possibilità che si spalancavano e facevano sognare. La nostra diversità ci ha spesso allontanato e poi riavvicinato, come un balletto, poi è arrivata la malattia e allora io ho smesso di stare sempre a discutere.

Sai papà, sapevo quanto ci tenevi al nostro rapporto, e di quanto soffrivi dei miei silenzi, o del fatto che non parlassi volentieri con te dei miei problemi. Che erano tanti, ero un ragazzo difficile e lo sono stato a lungo, forse tuttora, ben oltre la soglia dell’adolescenza quando uno dovrebbe essere maturo, responsabile, e autosufficiente..

Sicuramente ti avevo idealizzato io stesso, come si fa con i papà forti, quelli che lasciano un segno indelebile nella tua vita. Con molta fatica ho potuto fare i conti con la tua figura grande e affettuosa, soprattutto perché non ho avuto tempo, è come se si fosse interrotto un percorso che a fatica avevamo finalmente iniziato. Chissà, magari ci saremmo potuti capire, anche se il più ermetico dei due ero io, perché tu papà le cose le dicevi in faccia, anche se a volte credo che esagerassi. E anch’io, certo, l’ho fatto. Ma mi volevi talmente bene che mi scusavi sempre, anche nei momenti in cui – col senno di poi – avrei dovuto tacere, oppure moderare il mio temperamento. Altri tempi.

Dieci anni, papà, eppure sembra l’altro ieri. In qualche caso saresti stato anche fiero di me. Ho terminato quella maledetta laurea, ho lavorato in grandi aziende I.T. e in piccole società di software, facendo esperienze e trovando conflitti che in qualche caso ho affrontato e risolto, in altri casi no. Invece la rivista, te la ricordi? – quella che avevi scoperto per caso da una lettera in cui mi chiamavano “direttore”, quella poi l’ho sospesa, così come anche altre cose di ciò che sembrava un’intramontabile passione per l’informatica… Tu che mi ritenevi un genietto dei computer, alla fine avevi accettato che passassi le mie giornate con Internet, la programmazione, gli articoli…

Lo so che ci tenevi, papà, anche a un’altra cosa. Purtroppo, come penso saprai, non ho novità in quel senso. Ci ho provato, ma probabilmente non sono giusto per questo genere di cose.

Una volta mi ricordo che una cara amica parlò di te. Non ti aveva conosciuto direttamente, ma sapeva della tua storia. Disse che tu eri stato un giusto, usò quell’appellativo che sta ad indicare un uomo che nella vita si è comportato rettamente, senza cedere all’incoerenza, all’odio, alle mezze misure, ma che aveva saputo donare speranza, amore. Oh sì, eri anche intransigente, ma nessuno è perfetto, papà, sennò saresti stato un santo, invece come ogni uomo davvero giusto, sapevi che avevi commesso anche tanti errori.. Mi piaceva quel termine, poi richiamava anche il nostro cognome, piccoli giusti..

Invece, io, ecco. Piccolo di sicuro, giusto non credo, cerco di ricordarti come la persona che mi ha dato tanto e chiesto anche tanto. Ma soprattutto, nel mio percorso di crescita che ho affrontato questi anni, ho capito anche che qualche problema tra noi era inevitabile, e che forse non l’abbiamo mai affrontato veramente, ma che l’amore che mi hai dato mi ha aiutato, molto, davvero. Mi dispiace di non averti potuto dire grazie. Forse è arrivato, in questi anni. Col cuore non si scherza.

FCA è bellissimo. Anche perché non lo vedrà nessuno

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Allora. Lungi da me difendere la Fiat. E l’excusatio non petita è ok. Questo post è per parlare del logo. La scelta del logo FCA, con la A a forma di freccia, il font un po’ alla Star Trek, l’acronimo che sembra un’altra cosa (ah ah ah), il posizionamento, l’utilizzo, il contesto, il colore, ecc.

Il mio proposito è questo: siccome scrivo ogni tanto robe che riguardano il mondo automotive, e pur non intendendomi in senso stretto di loghi e creatività, di quel mondo qualcosa ci capisco, sto per scrivere qualcosa che difende la scelta del Gruppo Fiat. Riguardo al logo (e al nome, naturalmente). E metto le mani avanti: vorrei circoscrivere l’argomento, anche se so che è difficile. Marchionne ha scelto la sede legale in Olanda? Ok, non è bellissimo, ma non centra col logo. Vogliono pagare meno tasse mettendo la residenza in UK? Non è che come italiano sia proprio felicissimo, ma è legittimo, e tanto Befera (Equitalia) ha già dichiarato prontamente che verificherà. Peraltro queste scelte di posizionamento societario sono comuni a moltissimi gruppi, per dire anche alla Renault, con tutto lo sciovinismo dei francesi. E comunque: anche se Marchionne si mette un maglione a pois arancioni su background verdolino – comunque non centra col logo e con la scelta del nome.

Quando è stato presentato il nuovo logo in pompa magna, si sono alzati strali contro quello che è stato ritenuto come il  nuovo logo della Fiat. Ho letto su Facebook  commenti sarcastici e velenosi,  poi li ho letti sul gruppo Creativi e sui vari profili di Facebook di “addetti ai lavori”, e  sul sito di Tiragraffi sul quale sono stato chiamato a dire la mia (grazie Valentina!). E tra un “Che schifo!”, un “Hanno sbagliato tutto!”, un “Non capiscono un ca**o come sempre”, e un “Ma chi ha fatto il logo, la zia di Marchionne!?” (è stata la Robilant, tra parentesi, che ci ha anche scritto qualche cosa su un po’ appiccicata), ho provato con scarso successo a commentare.

Purtroppo, si è verificato un tipico effetto Dunning-Kruger. L’effetto D-K è quando si parla di qualcosa per cui si ritiene di avere una qualche competenza, tendenzialmente mutuata dalla rete, e invece non è così.

FCA è il logo del nuovo Gruppo che nasce per gestire (e possedere) i Marchi Fiat e Chrysler, non sostituisce i loghi Fiat e Chrysler. E’ l’equivalente, per rimanere vicino, della PSA (Peugeot, Citroen), che gestisce i rispettivi Marchi oltralpe e nel mondo. Sono società e loghi che hanno senso in campo economico e finanziario e che non vedremo mai sulle macchine.

Riassumendo: nel mondo automotive è nato un nuovo Gruppo automobilistico: FCA. Non è nato un nuovo marchio di automobili, né vedremo mai il nome FCA su alcun cofano e neanche sotto il cofano, neanche sul libretto di istruzioni, o sul modello di finanziamento, su un contratto d’acquisto. Forse, ma non è detto, lo vedrà qualche contabile amministrativo, e probabilmente, in forma del tutto dematerializzata, qualche investitore, e sicuramente, sarà presente nella borsa di New York e in quella di Milano.

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Qualcosa sull’incontro: Vinton Cerf e le terrazze romane

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Grazie alla gentilezza di Padre Antonio Spadaro ho potuto partecipare all’incontro che si è tenuto a Roma alla splendida Terrazza Caffarelli con Vinton Cerf, l’uomo che oltre alla sua poderosa formazione culturale e professionale vanta un titolo che renderebbe orgoglioso chiunque: è infatti l’inventore di Internet. Vint Cerf e Tim Berners-Lee si dividono la fama l’uno della creazione e fondazione dell’infrastruttura della rete, e l’altro del Web, ovvero della struttura di protocolli (il World Wide Web appunto) che ci permette dagli anni ’90 di navigare su Internet.

In quest’occasione si è potuto parlare di temi che sono fondamentali nell’aspetto umano dell’interazione telematica, e a farlo, insieme ad Antonio Spadaro e oltre a Vinton Cerf c’era anche mons. Celli, presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali. Ecco un breve resoconto delle cose che mi hanno colpito di più. Il tema della serata, organizzata insieme a Google e Civiltà Cattolica, era “Internet dono di Dio”.


Celli:
Chi è il tuo prossimo? È una domanda chiave da porsi di fronte a Internet. Nell’insegnamento cristiano il prossimo sono le persone che ti trovi affianco… il tuo vicino di prossimità. Ma la cura che poni nell’affrontare le relazioni con chi ti trovi affianco si può declinare nel mondo del Web con altrettanta efficacia, e soprattutto attenzione. Il dialogo è lo strumento fondamentale, senza dialogo non ci si può porre in una forma di relazione con l’altro che sia amico o semplice internauta casuale. Ma il dialogo, che va sempre bene, dove a volte conta il saper argomentare e altre volte è proprio la rinuncia a voler imporre le proprie idee ad essere necessaria, ha un elemento essenziale: l’ascolto. Senza l’ascolto profondo, attento e rispettoso dell’altro non ci può essere una vera relazione col nostro prossimo.


Spadaro:
Abbiamo un enorme surplus di conoscenza. Diversa da prima che era per piccoli gruppi, testi, didattici ecc. Questo surplus si struttura e dipana appunto in quella che viene chiamata
intelligenza collettiva …ma che cosa ce ne facciamo di tutta questa conoscenza condivisa di intelligenze.. Anche spiritualità condivisa…
E cosa ne può fare la Chiesa?
La dimensione da scoprire e riscoprire è sicuramente la dimensione dell’inclusività. Che è propria di questo Papa. Ed è propria di Internet! Una “chiesa delle porte aperte”. Internet in questo senso è inclusivo senza precedenti.


Celli:
Ma ci toglie tempo. C’è una spiritualita laica dell’uomo. Tu mi chiedevi che cosa ne può fare la chiesa…

L’apporto principale è nella relazione della condivisione: è un camminare con. 
“La mia parrocchia è il vasto mondo”. (Yves Congar)


Cerf:

Internet è un dono. Senza dubbio. La chiesa può fare molto per riuscire a capire e ad interpretare i contenuti sulla rete, che a volte sono interessanti, altre volte da rigettare, e nel mezzo c’è il resto, il dialogo, il continuo intrecciarsi delle idee e delle discussioni costruttive e distruttive.


Spadaro:

Come si fa a fare incontro e dialogo sulla rete? Le risposte che ho da Google che mi conosce e mi corrisponde meglio sono sempre più efficienti ed efficaci. Ma rischio di perdere l’alterità. 


Celli:

Noi abbiamo il “problema” del magistero autoritativo. Invece in rete non c’è. Ci deve essere invece un dialogo rispettoso con l’altro. Con la verità dell’altro. Su Internet non c’è la verità con la V ma “le verità”. Accogliere l’altro come una ricchezza nel mio cammino di ricerca.


Cerf:

Il “dono” della rete è proprio avere risposte da chi non la pensa come te. E tu devi essere pronto a dialogare e ascoltare chi non è d’accordo con te!