Se io fossi sindaco

Appunti, note e suggerimenti per un candidato al Campidoglio (diverso da Alemanno)
(il testo è stato aggiornato dopo la pubblicazione)

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Il 26 e il 27 maggio si vota per le comunali a Roma.

Ecco tutte le liste e i candidati, per chi fosse interessato: si va da Repubblica Romana a Militia Christi, 22 18 candidati alla poltrona di sindaco, ma sostanzialmente sono tre i “big” in lista (più un quarto incomodo): Ignazio Marino, per il PD, Gianni Alemanno, per il PDL, sindaco uscente, Alfio Marchini, outsider rappresentante il centro, e Marcello de Vito, del Movimento 5 stelle.

Come si evince dal titolo, non voterò Alemanno, perché non lo ritengo adatto al governo della città, nonostante l’invito di molti amici che – a mio avviso erroneamente – puntano a farne una battaglia ideologica o addirittura religiosa. L’amministrazione di questi  anni ha, invece, profondamente deluso su molteplici aspetti, e su questo i miei amici sanno che non faccio sconti. Non mi soffermerò sugli aspetti più discussi della sua amministrazione, da quello sulla criminalità nella Capitale alla polemica sulle assunzioni facili (la cosiddetta Parentopoli capitolina), o più peculiari come la nevicata a Roma del 2012 di cui ancora si parla, o come l’idea di abbattere il gigantesco quartiere di Tor Bella Monaca per ricostruirlo (…), o ancora come il deprimente abbandono del bikesharing (diffuso capillarmente in qualsiasi grande città d’Europa). C’è davvero una letteratura sterminata sulle cose fatte e non fatte (o dette e non dette) a Roma in questi anni: si può far riferimento agli innumerevoli articoli che si trovano sulla rete, o la puntata di Report per le questioni più critiche, intitolata “Romanzo capitale” (che non ha mancato di sortire il relativo strascico polemico).

Non è una questione personale, tutt’altro. Stimo la persona e non ho problemi a dire che nel 2008 l’ho anche votato, perché unica alternativa credibile all’evanescente Rutelli (uno che – tra le altre cose – aveva fatto costruire l’inutilissimo e dannoso tunnel stradale sotto il Gianicolo, quello di Cavalleggeri, e che invece di fluidificare il traffico a Castel S. Angelo, è stato capace di inventarsi un’incredibile contorsione viabile di cui ancora oggi paghiamo i costi ─ per non parlare della orribile Teca di Meier!). Mi dispiace, ripeto, per gli amici che sostengono la candidatura di Alemanno, così come la richiesta di una “fiducia in bianco”: personalmente ritengo che sia ora di voltare pagina.

Prima di elencare alcuni punti per  un candidato sindaco, mi piacerebbe però fare una piccola premessa sul peggioramento di un aspetto a mio avviso importante, forse più di quello che sembra, e mi riferisco al degrado urbano. La situazione in cui volge Roma è tremenda. Negli ultimi anni sono peggiorati molti aspetti fondamentali della Capitale ma il degrado urbano è aumentato a livelli inimmaginabili per una metropoli di stampo europeo, come più volte sottolineato anche dalla stampa (sia nostrana sia soprattutto estera). Una delle cause principali è da ricercarsi nell’abusivismo, esploso negli ultimi anni, con il devastante impatto provocato dalla deregulation avviata nel 2009 con una scriteriata delibera (la 37) che, pur proponendosi di gestire una serie di settori difficili, ha lasciato campo aperto alle varie camarille operanti nella città, che hanno approfittato del caos per conquistare spazi e gettarsi nell’illegalità.

Tutto l’aspetto dell’educazione civica di Roma e del rispetto delle regole, pilastro fondamentale per la buona fruizione di una città e storicamente punto debole della Capitale, è andato a farsi benedire, caduto sotto i colpi inferti da una serie di scelte sbagliate. Ne hanno approfittato un po’ tutti, dalle ditte e  società abusive ai ristoranti, dalle affissioni pubblicitarie dei maxi-cartelloni sulle strutture stradali, dai camion bar ai pullman, in un crescendo che ha trasformato e sfigurato quasi tutti i quartieri di Roma. Questa trasformazione in “brutto” ha certamente consolidato una tendenza al lassismo ed alla mancanza di controlli che ha finito per peggiorare ancora di più, se possibile, le cose.

Per la precisione, una delle componenti dell’abusivismo più odiosa e capillare è costituita dalla cosiddetta “cartellopoli”, una vera e propria mafia – com’è stata definita dallo stesso sindaco Alemanno, che si fa beffe del Campidoglio. Il “degrado delle regole” da questa portato è stato ben documentato da una serie di siti web: il primo storico sito è stato Cartellopoli, (da cui il nome), ma iniziative dei cittadini e delle associazioni indignate per il diffondersi del malaffare si sono moltiplicate nel tempo da Cittadinanzattiva, a Bastacartelloni, da Degrado Esquilino, a RiprendiamociRoma, solo per citarne alcune.

Il problema della sicurezza è il più importante, subito prima del problema del “Brutto”. Il decuplicarsi di cartelloni in zone vietatissime da multipli articoli del Codice della strada (oltre che dal buon senso) ha prodotto in questi anni un numero elevatissimo di incidenti stradali, dovuti a varie concause, tutte legate alla pratica abusivista: cartelloni che coprono i semafori, cartelloni che coprono la segnaletica, cartelloni che coprono la visuale, che coprono i pedoni, che coprono gli incroci, e via dicendo, in un florilegio di illegalità che lascia sconcertati anche i più distratti. Basta farsi un giro per uno qualsiasi dei blog suddetti per farsene un’idea.

Il problema, già noto nel 2010, nonostante le dichiarazioni dei responsabili, ha continuato a peggiorare notevolmente fino ad arrivare all’oggi, dove una quantità inimmaginabile di cartelloni di tutte le fogge e dimensioni riempie praticamente ogni spazio libero in città (fatta eccezione per il Centro storico, dove c’è un controllo diverso…) e in periferia, in spazi per la maggior parte abusivi. E’ una selva senza soluzione di continuità che unisce il brutto al degrado, l’illegalità al pericolo.

E’ necessario cercare di avvicinare Roma non alle favelas di Rio ma alle capitali europee come Vienna, Parigi, Londra. E su questo aspetto ci siamo allontanati pericolosamente proprio negli ultimi anni.

La maleducazione e la prepotenza, come si sa, sono di casa a Roma, ed è preciso compito di un’amministrazione non assecondare ma contrastare, con la dovuta efficienza, le cattive abitudini, l’abusivismo, le camarille, specialmente quando sconfinano in un problema di sicurezza, di illegalità e di degrado urbano. E le cose spesso sono collegate: non c’è rispetto delle regole solo per un aspetto, bisogna impegnarsi per farle applicare in modo coerente e consistente ai vari livelli, e nel tempo, dando il buon esempio e contrastando sul territorio chi non rispetta i diritti degli altri.

 

Bene. Fatta questa doverosa premessa, su un aspetto che per un romano che vuole bene a questa città non può essere taciuto, passo la “parola” al caro amico Giuseppe Sbardella, come sempre controcorrente e proiettato verso i giovani, che mi ha consigliato il giovane  Andrea Lemma, che ho conosciuto come candidato autorevole in Scelta Civica, e che oggi corre alle comunali per la lista collegata ad Alfio Marchini. Ad Andrea dunque mi rivolgo idealmente per una personale lista di proposte che io adotterei “se fossi sindaco”.

 

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La salita social del senatore Monti

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Che Mario Monti fosse presente su Twitter, lo si sapeva perché era comparso un profilo, poi rivelatosi falso, che riportava alcune sue frasi, ma passate le prime incertezze il presidente del Consiglio ha deciso di usare il popolare social network per scrivere ai suoi sostenitori e per annunciare la sua partecipazione diretta alla competizione politica in vista delle elezioni del febbraio 2013, ponendo come obiettivo la sua “agenda” di proposte e riforme: il profilo ufficiale è così l’ormai noto @senatoreMonti (anche se non ancora verificato, ma è solo questione di tempo).

Diciamo subito che, insieme al nuovo arrivato molto della discussione telematica politica oramai passa per Twitter, muovendo equilibri comunicativi e costringendo anche i suoi competitor a contromisure “social”. 

Ripercorriamo le tappe dei cinguettii del professore. Il primo tweet è del 23 dic 2012 alle 22:14, gli altri a seguire di poche ore: a quel punto totalizza poco meno di 7.000 follower mentre il suo falso è già oltre i 20.000, anche perché i profili sono praticamente uguali. Appena Twitter ci mette una pezza (peraltro tardiva e sostanzialmente inutile,  giacché vista la malaparata il gestore del finto profilo aveva cominciato ad ironizzarci su), il trend si inverte e comincia la “salita in campo” su Twitter del senatore: i follower cominciano a seguire quello giusto (ma che fatica, ogni volta).

Berlusconi non vuol essere da meno e “sale su Twitter” anche lui. Purtroppo, però, i suoi follower sono pochi (al 31 Dicembre circa 17.000) così probabilmente lo staff decide per una manovra molto azzardata che porta il numero di follower incredibilmente a 70.000 in meno di 24 ore. L’andamento che ne consegue, come certificato da TwitterCounter.com è il seguente (clicca sull’immagine per ingrandirla):

Monti Twitter (compared to Berlusconi)

Come si vede dalla curva (in alto: quella azzurra) c’è un improvviso picco di follower il 31 dicembre, che gli permette di raggiungere il “rivale” ma che appare estremamente innaturale (*), conoscendo le dinamiche di Twitter (ne parla il Corriere.it). Ma tant’é. Tra l’altro mentre per il profilo Monti, il software dà una predizione lineare di aumento dei follower, delinando un andamento del profilo che è costante e “sano”, per Berlusconi Twitter count è più cauto (qui l’analisi dinamica, per non riempire di troppi grafici il post).
Una nota di colore: probabilmente pochi sanno che c’è un altro profilo Twitter “@BerIusconi”  (con la I al posto della L)  attivo da Novembre 2012 e ad oggi attestato sui 280 follower, che sperabilmente è un fake, altrimenti un esperimento non si sa di chi. I tweet sono senza sbavature, riportano frasi e congetture di Berlusconi (anche se in misura molto minore rispetto al nuovo profilo, dove sovrabbondano), e linkano ai due siti forzasilvio.it e pdl.it. 

Torniamo a Monti. I tweet iniziano il 23 Dicembre, e proseguono poi il 25 e a seguire nei giorni successivi. La rilevazione del 23/12/12 è di 6.970 follower, il 27/12/12 è di 55.740 (per la cronaca il falso Monti il 27/12/12 aveva raggiunto 41.214 follower, che è un bel numero, comunque la si veda).  Va osservato che c’è un altro profilo Twitter di interesse: @palazzo_chigi. Fa capo alla Presidenza del Consiglio e probabilmente al momento è gestito dallo stesso staff del professore (o parte di esso), ha ad oggi poco meno di 10.000 follower, ed i link sono tutti riferiti al sito governo.it. A proposito di staff, Jacopo Iacoboni sulla Stampa del 27/12 riporta che i tweet sono scritti materialmente da Elisabetta Olivi, mentre nel team c’è Gianluca Sgueo, che si occupa del sito e dell’account di Palazzo Chigi, e Silvia Colombo (la follower n.1, che si occupa di aspetti materiali): “Questo piccolo gruppo di persone ha convinto Monti ad essere presente sul social network che lui all’inizio guardava con un po’ di diffidenza. Ma in questi mesi al professore non è sfuggito quanto si stia affermando lo strumento-twitter” (ivi).

Parlando di Twitter, non poteva mancare la polemica. Sgueo (“Currently in charge of the Dialogue between the Monti Government & civil society”) è anche colui che annuncia il 27/12 che “il @SenMarioMonti è stato eliminato. Addio al fake”. Sulla vicenda se ne può leggere un sunto su Polisblog, e lo scambio su Twitter (con un allarmato Stefano Epifani) seguendo il link al tweet originale.

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L’educazione delle coscienze

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Image by mkarco via Flickr

Stiamo assistendo a scene di una gravità inaudita coinvolgere le nostre città.

 

I
gruppi organizzati di violenti di estrema sinistra rischiano, con
l’appoggio della sinistra parlamentare, di portare il Paese (e
specialmente Roma, sede di tutte le istituzioni oltre che della chiesa)
verso un ambito di guerra civile e di contrapposizione tra frange di
estremisti, le cui conseguenze sono impossibili da prevedere.

 

Il
governo dovrebbe comprendere, insieme a tutta una serie di
irresponsabili “pensatori” di sinistra, giornalisti, radicalisti, e
maître à penser votati allo sfascio morale, che ridurre questo rischio
dovrebbe essere la priorità di qualsiasi agenda politica. Ma è inutile
illudersi.

 

Se il problema nasce proprio in questa società
liquida e precisamente nel dissesto ideologico e valoriale nel quale è
immersa, e se il problema sociale è il più drammatico, porvi rimedio non
sembra affatto il primo obiettivo politico perché il primo obiettivo
politico da qualche anno a questa parte è soltanto “abbattere
Berlusconi” (e “difendere Berlusconi” dall’altra parte, ovviamente).
Capire che parlando soltanto di questo si alimenta lo scontro
ideologico, di piazza, oltre che sui media (e naturalmente su Internet,
dove è tutto un proliferare di attacchi contro il centro-destra e il
vaticano, a partire dallo spiritosissimo Spinoza.it) sembra però
l’ultima delle fiaccole in grado di illuminare le menti.

 

Affrontare
il problema alla radice significa, in realtà, affrontare un’era di
decadenza morale che ci attanaglia da decenni, e questo non lo può fare
nessun governo e nessuna opposizione perché semplicemente non ne hanno
più gli strumenti. Ma è l’unica strada, l’unica via, l’unico percorso
possibile: favorire l’educazione delle coscienze ad un’etica ed una
civiltà che sta diventando sconosciuta non soltanto dentro i palazzi del
potere, ma fuori.

Nota –  Questo articolo è stato prima pubblicato su Facebook e lì commentato. Mi scuso per il doppio post.

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Nota politica – Dicembre 2010

Autorità

Image by Roby Ferrari via Flickr

In questi giorni ci stiamo preparando ad un importante passaggio parlamentare. E’ da mesi, in particolare dalla scorsa primavera, che si assiste allo scontro personale, prima che politico, tra i due maggiori leader della ex-maggioranza di Governo: Fini e Berlusconi. Siamo arrivati ormai alle fasi finali di questo conflitto di potere, e il 14 dicembre verrà votata la fiducia al governo Berlusconi.  Dal risultato di questo appuntamento nei due rami del Parlamento si decideranno probabilmente le sorti del Governo in carica. La vittoria, nonostante le colombe si premoniscano di predire come annunciata, si prevede tutt’altro che scontata. Non fosse altro che per il fatto che, proprio in quest’ultimo periodo di tempo, abbiamo assistito ad una accelerazione dell’avvicinamento dell’Udc di Casini con la neonata formazione Futuro e Libertà che fa capo a Fini.  Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, il 2 dicembre scorso, si preparerebbero, insieme alle altre forze di centro-sinistra, a non votare la fiducia a Berlusconi.

In effetti stiamo, però, assistendo a due diversi scontri, che vorrei provare ad analizzare meglio, e che coinvolgono diversi attori a vari livelli.

Il primo scontro, più immediato e pressante, si verifica tra due opposte spinte che si sono generate a partire dalla crisi interna al Pdl e che vede contrapposti due schieramenti. Da una parte c’è una componente che possiamo chiamare “di voto”, che preme perché si ricorra alle urne senza nessuna intermediazione. Questa componente vede ovviamente partecipare le forze di centro-sinistra ed una parte del centro. Dall’altra parte c’è una componente che potremmo chiamare “di responsabilità” che invece vorrebbe trovare una via d’uscita che consenta di cambiare la compagine governativa, magari partendo dal premier, ma senza dover richiamare gli italiani ad esprimere il voto, che di fatto sarebbe la fotocopia di quello di due anni fa. Questo perché, senza cambiare anche la legge elettorale (il famigerato “porcellum“) è molto difficile che si possa creare una maggioranza di governo stabile con questa situazione politica.

In realtà queste due componenti non sono scollegate, nel senso che la spinta che c’è verso il voto, specialmente nell’area di centro, è contemporaneamente bilanciata dalla considerazione e dalla volontà di evitarlo a tutti i costi da parte degli stessi parlamentari. Sembrerà strano, ma il problema è simile ad un famoso motto latino: “si vis pacem para bellum”. Ovvero, si minaccia continuamente il ricorso alle urne proprio per esorcizzare tale ratio.

Il secondo dei due scontri, che procede affiancato al precedente, è tra l’attuale maggioranza di governo (sostanzialmente, PDL + Lega)  e il nascente terzo polo (sostanzialmente UDC + FLI + API). Uno scontro questa volta politico e non personale. L’area di centro si sta, infatti formalmente compattando –  dopo anni di temporeggiamenti  e tentennamenti sull’ipotetico “Partito della Nazione” – intorno ad una compagine meno legata agli ambienti cattolici (come poteva essere il solo UDC) e più aperta al mondo dell’imprenditoria e della destra moderata (come anche la discesa in campo di Luca Cordero di Montezemolo farebbe supporre). Una compagine centrista piuttosto variegata, e con un problema di leadership, che in un’ideale panoramica politica va dall’ex formazione della Rosa per l’Italia di Pezzotta, all’Api di Rutelli, passando per il centro di Casini e l’ala cattolica di Bindi e Buttiglione, arrivando infine alla destra di Futuro e Libertà.

Dunque un terzo polo in forte espansione che aggrega voti, volti e consensi, ma che, da solo, è insufficiente a garantire l’espressione di un Governo, e che necessita quindi di un’alleanza quantomeno programmatica, non foss’altro che per una questione di numeri, in grado di esprimere un contributo significativo e non solo annunciato.

Con queste premesse, e con questi “moti”, si sta sviluppando dunque la consapevolezza che procedere nelle prossime settimane in ordine sparso è più controproducente che altro, e che di soluzioni pratiche preferibili, anche in considerazione di alcuni parametri importanti, ce ne sono diverse.

Nel computo della concertazione, infatti, non dobbiamo dimenticare che nella primavera del prossimo anno si terranno le elezioni Amministrative, che riguarderanno molte tra le più importanti regioni italiane. Riorganizzare un voto a pochi mesi da quest’appuntamento sarebbe da irresponsabili perché oltre agli inevitabili scontri politico-elettorali ci sarebbe un aggravio di spesa difficilmente giustificabile. Bisogna decidere, quindi, se andare al voto in concomitanza con le amministrative, o altrimenti creare le condizioni perché ci sia una maggioranza in grado di governare con una certa stabilità, soprattutto in un momento in cui probabilmente il Paese sarà in una difficile fase economica.

 Non abbiamo citato il ruolo istituzionale in tutto ciò, del Quirinale. Il ruolo di Napolitano, in ogni passaggio, non può ovviamente che essere di assoluta garanzia per mantenere la piena adesione al dettato della Carta Costituzionale. Questo comportamento “neutrale” del Colle innervosisce sia il centro-sinistra che il centro-destra, ma non potrebbe essere altrimenti in una situazione del genere. Compito del presidente della Repubblica è, infatti, garantire le condizioni di stabilità e di unità nel Paese e di dialogo tra le forze politiche senza preferenze. Il centro-sinistra si ritiene “derubato” di un’occasione ghiotta avvenuta qualche settimana fa in occasione dell’approvazione della Legge di Bilancio dello Stato. Napolitano avrebbe potuto dare una sponda all’opposizione mettendo in difficoltà il Governo su un tema così delicato ma non l’ha fatto, preferendo la stabilità economica. Il suo comportamento è stato assolutamente corretto poiché proprio il tema economico è il più delicato di tutti e ci porta ad affrontare l’ultimo tema di questa nota che a mio avviso è il più importante, ovvero la situazione che si è venuta a creare nei mercato europei  sul rischio di default  (fallimento) di alcuni Stati, a seguito degli episodi di Grecia e Irlanda.

La prossima “candidata” è il Portogallo. Ma la paura, suffragata da moti speculativi evidenti e da fluttuazioni per nulla rassicuranti, è che la prossima a cadere sarà la Spagna e quando cadrà la Spagna sarà la volta dell’Italia, sia per la comunanza degli ordini di grandezza in gioco, sia per la volontà specifica di colpire i cosiddetti “PIGS” (Portugal, Italy, Greece and Spain), acronimo che significa grosso modo “I Paesi dell’Euro meno forti”, ovvero i bersagli della speculazione.

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La storia col K

Sono tornato mercoledì scorso da S.Giovanni Rotondo, non senza aver prima sbagliato strada. Anche
quest’anno sono stato al paese di mia madre, ho
rivisto con immenso piacere tutti gli zii, le zie, i cugini e le
cugine.. e relativi bambini (che già diventano ragazzini). Mentre qui il sottoscritto sta combattendo la muffa (spesso neanche troppo metaforicamente), il resto della
famiglia giustamente si allarga. E non volevo dire che in Puglia si mangia tanto :).

L’evento forse più significativo di quest’estate, a livello politico, è stata la morte di Francesco Cossiga. Un uomo che nel bene e nel male ha incarnato la prima Repubblica, i suoi compromessi, e le sue contraddizioni. Era una persona che si amava o si odiava, ma ha contribuito a far luce su un fatto: la repubblica italiana non è “buona”, e non può essere guidata col buonismo. Questo denota la tremenda mancanza di autocontrollo e di rispetto degli italiani moderni, e mi fa sempre pensare al motto “Governare gli italiani non è difficile: è inutile”.

L’intervista di Alain Elkann (in occasione del libro “Italiani sono sempre gli altricontrostoria d’Italia da Cavour a Berlusconi“) andata in onda sullo speciale che gli ha dedicato La7 risale alla fine del 2007 e sicuramente è tra le cose da rivedere per capire l’uomo e il politico Cossiga, la sua enorme e profonda conoscenza della storia. Cossiga era una miniera di
informazioni, di dati e di aneddoti da far paura.. con una lucidità
nell’analisi della politica e del paese Italia (prima e dopo l’unità)
impressionante.

Ecco alcuni stralci dell’intervista:

Gli italiani sono gli altri?
Quando un italiano si adira con un altro italiano – il che è normale, perché noi siamo il paese dei Guelfi e Ghibellini, dei Cerchi e Donati, dei bianchi e neri…(…)
Un paese che minaccia, critica continuamente il governo?
Gli italiani sono per natura contro il governo in carica!
Si, ma poi vogliono che duri..
Vogliono che dura, ma senza averne la responsabilità loro..

Interessante assai pare la suddivisione dei politici
italiani (sia ex-democristiani sia non) in due categorie: quelli educati in Parrocchia e…gli altri.

A Silvio Berlusconi gli ho detto: guarda che tu rischi di vincere le elezioni (all’epoca c’era il governo Prodi, NdR), e ti trovi con tutti i problemi dell’attuale governo, ma con una differenza: mentre Prodi è stato educato, come me, in parrocchia, quindi.. (ride) riesce a menar tutti per il bavero.. tu no. Lui mi dice “ma io sono stato educato dai salesiani!”.
E’ cosa diversa, gli rispondo!
Cioè?
La parrocchia è la parrocchia…! Nella parrocchia si riflette la politica e la diplomazia di 2000 anni della Chiesa – che non perde mai..
Questo significa che Prodi in realtà è bravo?
Educato in parrocchia! Non centra la… questa è una categoria speciale.
Tu immagina che ha mandato una calda lettera di complimenti a Veltroni…. Dici “ipocrita”.. No! Educato in parrocchia! (sorride)
(si parla di Veltroni, del suo rapporto con Prodi).
Se Veltroni si mette a fare il braccio di ferro con Prodi… non viene più rieletto neanche consigliere comunale. Poi, Prodi sta cominciando a scocciarsi… dice “Chi me lo fa fare?”
(ancora sulla possibile successione nel PD) Veltroni sa tutto di nulla, e nulla di tutto…
(sui politici italiani, elenca quelli “parrocchiani”): Pisanu, come me, e poi Casini (Pierferdinando), educato in parrocchia e (sottolinea e) anche nella giovane Democrazia cristiana…! Più di così…

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La sconfitta del vecchio centro

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Spende molte e loquaci energie per spiegare le sue alleanze variabili e multiformi. Può rivendicare il suo apporto determinante in Liguria (con la sinistra) e nel Lazio (con la destra). Ma appare irrilevante in Campania e Calabria (senza parlare della Puglia, il teatro di un grande pasticcio). E in Piemonte perde nel fronte comune anti-Lega, attirandosi pure le rimostranze della Chiesa spaventata dalla laicista Mercedes Bresso. Fa l’anti-Bossi, ma Bossi stravince. Spara a zero sul bipolarismo malato. Tuttavia gli italiani non sembrano poi così scontenti del gioco bipolare.

Così Pierluigi Battista su “Le
pagelle a vincitori e vinti (non solo politici)
” sul Corriere della
Sera del 31 Marzo scorso (consiglio di leggerlo tutto) a proposito di Pierferdinando Casini.

La vittoria nel Lazio è arrivata per una differenza percentuale
nell’ordine delle decine di migliaia di voti: 1.260.466 Renata Polverini
(centro-destra), contro 1.184.501 di Emma Bonino, 75.965 voti di
differenza, 2,82% di scarto. L’invito pressante ripetuto da molti
cattolici ad andare a votare, ed eventualmente utilizzare anche il voto
disgiunto cercando di non favorire la candidata radicale, alla fine si è
rivelato provvidenziale, vista anche l’altissima percentuale di astensionismo, registrata qui come
in altre regioni, che ha scombussolato le previsioni di voto.

Ancora
più delicata la situazione in Piemonte, dove Roberto Cota
(centro-destra) ha vinto con il 47,32%, contro il 46,90% di Mercedes
Bresso: la percentuale di scarto è
stata davvero piccola, appena lo 0,42%. Qui l’UdC, il “partito dei
cattolici”, ha rischiato di consegnare la Regione ad una persona che,
pur capace politicamente, ha la medesima mentalità, idee e pensiero in
materia morale ed etica della Bonino, come ha ben spiegato lo stesso
Introvigne nell’articolo “La
problematica intesa UdC con la Bresso
” e come ho anche io
sottolineato e ripreso nel mio post “I valori non negoziabili nelle alleanze con i cattolici“.

Come cattolici, possiamo dunque dirci soddisfatti a metà. Sono
state sconfitte le due portatrici del messaggio anticristiano più
radicale. Nel Lazio, è quasi accaduto un miracolo, soprattutto dopo il
pasticcio delle liste del Pdl, ma anche in Piemonte possiamo tirare un
sospiro di sollievo.
Eppure c’è qualcosa che non va con una
rappresentanza, quella dell’UdC, che lascia il fianco scoperto proprio
sui valori che stanno a cuore ai cattolici veri (non quelli “adulti”
pronti al compromesso) e che ci ha esposto al rischio di ritrovarci una governatrice così dichiaratamente contraria ai princìpi cristiani.

D’altronde è
proprio nella regione del Nord che si è combattuta la più aspra battaglia. “In Piemonte un nuovo Family Day, decisivo il crollo UDC
titolava ancora una nota Facebook di Introvigne scritta dopo la vittoria (il
quale con l’associazione Alleanza Cattolica si è speso
in prima persona per predisporre un programma che mettesse al primo
posto la famiglia e la vita, sottoscritto insieme a Cota).
Ed
è proprio l’attenzione della Lega Nord alla realtà cattolica la novità di
queste elezioni.

Per chi (come lo scrivente) ha seguito un po’ le
vicende del partito “padano” nel corso degli anni, si tratta di una
lieta novità: la Lega ha infatti sempre guardato con estrema diffidenza a
tutto quello che era il mondo “romano”, compreso l’ambiente clericale
ed il Vaticano. Ultimamente, invece, le posizioni del partito da
populiste e urlate si sono trasferite su temi più riformisti e politici, e soprattutto la corrente interna dei cattolici, che prima era
quasi del tutto minoritaria nella Lega, è cresciuta ponendosi in
posizione di spicco all’interno della dirigenza, e fissando come
obiettivo i problemi etici e morali che insieme a quelli sociali ed
economici sono stati posti al centro delle campagne elettorali.

Torniamo
nel Lazio, perché qui l’andamento del voto nell’area di centro cattolica mostra un dato interessante, ed è probabile che le scelte fatte in altre regioni (come
ad esempio in Piemonte ed in Puglia) abbiano di fatto influenzato
l’opinione dell’elettorato cattolico più di quello che si ritiene.
Nelle precedenti
elezioni regionali, quando appoggiava il centro-destra, l’UdC aveva preso 217.390
voti (7,85%), in questa tornata invece ne ha presi 150.204 (corrispondenti al 6,12%) con un calo di 67.186
voti, che, anche al netto delle astensioni, rimane un calo significativo.

Sebbene, poi, il caso più “clamoroso” sia stato il Piemonte, anche in
Puglia si è consumato un pasticcio che ha avuto come risultato la sconfitta dell’UdC, con il tentativo (non riuscito) di creare un “laboratorio” che mettesse insieme centristi e Pd, in particolare la corrente D’Alema-Bersani che
voleva candidare Francesco Boccia contro il governatore uscente Nichi Vendola.
Sappiamo tutti com’è andata: ha vinto Vendola sia nelle primarie, ovvero
nel confronto interno al partito, sia nelle regionali, ovvero nel
consenso di popolo.

Quale conclusione si può trarre? Dove l’UdC ha
tentato la strada
dell’alleanza con il centro-sinistra, impropria sia sul piano politico (la base è di
centro-destra) sia su quello dei valori (la base è anche cattolica), è stato sconfitto
dagli elettori, sia sul terreno diretto sia anche a distanza (cioè come proiezione nazionale sul sentimento dell’elettorato). Questo dato non deve sorprendere, ed anzi è indice, a mio avviso, di
una tenuta morale che è ben più vivace tra i cattolici di quello che
sembri ai politici stessi. Di fatto, i cattolici hanno bocciato quello
che è stato ritenuto il percorso incoerente tenuto in quelle regioni,
percorso che è riassumibile in una sola parola: la rinuncia a tenere il punto sui valori non negoziabili in
nome di una problematica governabilità.
Al Nord, sostanzialmente, questa decisione è stata presa sia per “dar
contro” alla Lega, nemica giurata dell’UdC (ricambiata), e sia per dare una “lezione” a
Berlusconi, operazione che in entrambi i
casi è stato un insuccesso. Al
Sud, per un improbabile alleanza con
D’Alema – quello stesso che parla di umanesimo laico (da
contrapporre al personalismo cristiano, ça va sans dire).

La
ciliegina sulla torta, in tal caso, l’ha messa Burlando, unico
vincitore della coalizione di centro-sinistra con l’appoggio UdC: La Lega va affrontata come fecero i partigiani con i tedeschi“.
S
i commenta da sé che con tali programmi non si va molto lontano,
quantomeno perché si porta il confronto politico su un terreno di
scontro ideologico.

Come si possono conciliare le istanze
cattoliche ed i programmi di ispirazione cristiana con questi proclami? 
Gli elettori cattolici non ci hanno creduto più di tanto, ed hanno dato
più fiducia ad un Roberto Cota che sottoscrive un impegno per i valori
della vita e della famiglia che ad una compagine di centro-sinistra che
si accanisce contro chi difende questi valori, in nome di un livore non
meglio specificato o dipinto con toni apocalittici. Il dato interessante
è anche considerare proprio l’esito del voto, in Piemonte: è stata in
fondo la lista di Grillo a togliere voti alla Bresso che, altrimenti,
grazie all’aiuto dell’UdC avrebbe vinto.

E’ innegabile, dunque,
che il nuovo soggetto di centro di ispirazione cristiana che dovrà
nascere (auspicabilmente nel corso del 2010), del quale se ne parla da
due anni come “Costituente di Centro”, avrà un ruolo importantissimo,
gravoso, e delicato, nella disamina di queste istanze politiche,
sociali, valoriali, ed anche dal risultato del voto. L’auspicio è che
tutte quelle persone che guardano a sinistra nella costruzione del “nuovo centro” esaminino bene quali persone e quali istanze politiche siano veramente in
grado di fondare un discorso di piena adesione alla Dottrina sociale
della Chiesa senza cadere in ideologismi o contraddizioni, o peggio, in improbabili compromessi.

Continua a leggere “La sconfitta del vecchio centro”

Piccola guida per i candidati politici online

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Dopo i casi di Renata Polverini (qui sul suo blog) e Luca Barbareschi,  sembra che l’esigenza per molti politici, candidati o meno, di conoscere Internet ad un livello più approfondito sia a questo punto irrevocabile. Non sono pochi, oggi, coloro i quali  si occupano di comunicazione in modo professionale, ma chi, come me, si ritrova ad appassionarsi di comunicazione politica, trova alcune accortezze oramai  necessarie, e soprattutto considera che la comunicazione online, per un politico, non si improvvisa. Questo vale specialmente per i candidati politici, i quali pagano agenzie e società di comunicazione specializzate, che devono rispondere adeguatamente alle richieste ed alle caratteristiche della rete. Non importa di quale schieramento, il candidato online trova in rete una platea attenta ed esigente, con una rappresentanza della popolazione, spesso, diversa da quella che si potrebbe incontrare ad un comizio reale. Sulla rete, infatti, si discute, si confronta e si affrontano (talvolta con toni aspri) le idee politiche e le affermazioni del candidato in un contesto bidirezionale, portando considerazioni che devono essere soppesate e valutate con  intelligenza, e magari anche con una buona dose di umiltà.

In generale, il candidato politico non può essere considerato per tutti “uguale”. Sul web entrano in gioco, infatti, diversi aspetti nella distribuzione della popolazione online. Mentre su Facebook, ad esempio, si può  considerare la distribuzione degli iscritti al social network sostanzialmente equilibrata per livello scolastico, politico, e culturale, nei blog, invece, c’è una prepondenranza (come quantità) di profili ad  orientamento tendente al centro-sinistra, caratterizzata da alcuni fattori tra i quali l’influenza degli hub ovvero di alcuni autori più influenti, che concentrano e ripetono le idee e le discussioni di quella parte dello schieramento politico, e una certa rappresentanza di profili di centro-destra (decisamente meno numerosi). Lo stesso discorso di può fare per le “ali estreme” degli schieramenti. Il risultato è spesso che per i candidati di centro-sinistra il dialogo è attento ed anche aspro, ma assume una connotazione construens. Per i candidati di centro-destra, la stessa connotazione assume un significato talvolta diverso e, spesso, destruens, ovviamente a parti invertite. Non va sottovalutato neanche il ruolo di altri social network che stanno crscendo in questo periodo come Twitter, che rimane però ancora limitato a un livello culturale alto, e in generale ad una platea di giornalisti, addetti ai lavori ed anche politici, ma molto meno “trasversale” rispetto ai social più generalisti come Facebook.

Per i candidati prevalentemente cattolici, infine, in rete si trova abbastanza spazio, con un opinionismo spesso viziato da un certo elitarismo o distorto da idee aggressive (tanto per chi è ultra-tradizionalista quanto per i detrattori), con un divario spesso difficile da superare. Vittorio Messori nel suo ultimo articolo, affronta poi il tema del tradizionale armamentario di accuse verso i cattolici che non sembra trovare ostacoli: Vangelo come mito orientale, miracoli come superstizione, Galileo, inquisizione, crociate, massacro dei catari, notte di San Bartolomeo, conquista delle Americhe, condizione della donna, simonia, rapporti tra cattolicesimo e totalitarismi, ecc. D’altro canto sul web molti siti, blog e forum, sono dedicati all’analisi, e spesso contro-analisi su basi più o meno storiche delle sacre scritture ed alla polemica sulla storia della Chiesa. In taluni casi, dunque il candidato che assuma come propri i valori ed in principi indicati dalla dottrina cattolica, si trovi ad affrontare un ostacolo in più costituito dalla diffidenza verso l’istituzione ecclesiastica complicata dalla mole di dati spesso presenti in rete (pro e contro), tra i quali non è facile orientarsi.

Al di là dell’orientamento dei candidati, però, a risaltare maggiormente è una scarsa conoscenza da parte dei politici, anche giovani, delle logiche che la “presentazione” e l’attività su Internet richiedono. Vediamone alcune in questi punti.

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Ancora sui partiti di ispirazione cattolica

Questo post raccoglie, in forma leggermente rivista, i commenti che ho scritto sul sito “Persona è futuro” in risposta o a continuazione dei commenti per l’articolo sui “Valori non negoziabili nelle alleanze con i cattolici” pubblicato l’11 Gennaio scorso. Riportano un
po’ il mio pensiero su alcune tematiche direttamente toccate nell’articolo..

*  *  *

Sui vari punti non posso che concordare con te. Aggiungo qualche osservazione nel tentativo di introdurre qualche ulteriore spunto.
(il commento cui ci si riferisce è di Giuseppe Sbardella)

Sulla “lista” dei valori, sarei più propenso a pensare che in realtà non ce ne saranno molti altri di principi non negoziabili, ma che tutti discendono da un uico concetto che è il rispetto della persona.
Il problema nasce dal fatto che il rispetto alla persona che intendono i cattolici è spesso diverso da quello che si intende oggi comunemente nel pensiero liberale, nel quale è la “libertà” la parola d’ordine: libertà di fare quello che si vuole non importa a quale prezzo etico e sociale (per gli altri, e per sé stessi).

Dunque il cattolico non dovrebbe mai imporre il suo punto di vista, ma è altresì vero che non deve farsi imporre il punto di vista degli altri o dagli altri. E se la prima cosa riesce benissimo ai cattolici di oggi, la secondo è forse ben più difficile da raggiungere.

La contrapposizione ideologica di cui parlo nell’articolo è, infatti, piuttosto reale: di fatto, scegliere oggi tra destra e sinistra significa avallare il liberismo in molti campi umani oppure dover optare per un capitalismo condito con cattolicesimo di destra.
E con questo mi riallaccio anche alla ultima osservazione delle alleanze: nell’articolo ho volutamente saltato tutte le problematiche che, similmente, si ripropongono con le alleanze col centro-destra. In misura minore, certo, ma anche lì ovviamente i problemi non mancano.

In fondo, guardando oltre la trama delle parole che ho usato, forse si intravede la necessità di una “nuova” forza politica che sia in grado di sintetizzare le istanze cattoliche col bene comune e, per citare ancora un caro interlocutore gesuita, con la “risoluzione dei problemi”, che è quello che poi interessa alla gente – spesso più dei “valori” o delle parole.

Per inciso, è peraltro proprio questa attenzione ai problemi concreti, che porta poi voti ad aministrazioni di sinistra o di destra, viste come più capaci di osservare il “sociale”: il problema dei diritti dei gay, il problema dell’immigrazione clandestina, ognuno coltiva le proprie ideologie, desideri, convinzioni.

Il fatto è che questi problemi non sono soltanto materiali e non possono essere affrontati se non con un sguardo che va oltre il contingente, e che sposa il primato della persona umana e accoglie l’uomo nella sua fragilità e nelle sue contraddizioni – dunque uno sguardo anche bioetico. E lo sguardo cristiano e personalista, è quello che meglio degli altri sa offrire queste caratteristiche, inutile girarci intorno.
Il fatto, come si diceva nell’articolo, è che questo patrimonio di valori propri della cultura cristiana non solo non viene riconosciuto, ma anzi osteggiato, dalla parte (dalla “pancia” direi) elettorale di centro-sinistra. Su questo è inutile farsi illusioni.

Dunque il grande rischio che io vedo nelle alleanze come quelle dell’Udc un po’ “ardite”, è quella che i cristiani si riducano a fare da comparse, nella forza delle grandi coalizioni incentrate sul materialismo ateo. Il “grande centro cattolico” forse rimane un’utopia ed è probabilmente anche un bene: ma un riferimento politico per i cattolici non può scendere a compromessi più di tanto in nome di una realpolitik che debba rinunciare nei fatti al riferimento ai valori. Negoziabili e meno.

*  *  *


Pur non essendo della generazione di Giuseppe (Sbardella, Ndr), e pur non conoscendo approfonditamente, per limiti d’età e senz’altro di competenza storica, il pensiero sturziano, sono conscio e d’accordo nel fondamentale contributo che don Sturzo ha dato e continua a dare nelle sorti dei partiti di ispirazione cattolica con una matrice aconfessionale ed indipendenti dalla gerarchia nelle loro scelte politiche.
D’altronde, da quando nel 1919 Benedetto XV abrogò definitivamente ed ufficialmente il non expedit, mi sembra che questi si siano succeduti, tra alterne vicende, fino a tutto il secolo scorso, quando – dopo la grande crisi degli anni ’90 – sono evaporati.

Consentimi, dunque, di aggiungere qualche riflessione sui temi da te richiamati.
(il commento cui ci si riferisce è di Piero Doria)

Il potere spirituale ed il potere temporale riguardano la gerarchia ecclesiastica, e non c’è pericolo di confusione per chi, cattolico laico, si impegna in politica. Nel mio articolo sottolineavo proprio quella differenza: e cioè che si rimprovera ai cattolici laici di pensarla come il clero.

Questo crea confusione? Secondo me la confusione si ha quando l’azione politica è incoerente nel perseguire intenti cristiani. In realtà io non vorrei cadere nella “contrapposizione ideologica” citata nel mio articolo e che viviamo nell’odierna situazione politica e sociale. Questa contrapposizione mi preoccupa, ed è quella che si ottiene quando ci sono due visioni idealmente opposte: da una parte la visione materialista ed atea, dall’altra quella tradizionalista cristiana e antisocialista.

A questo punto però non bisogna dimenticare che c’e’ tutta la Dottrina sociale della Chiesa ad ispirare quella che dovrebbe essere l’azione dei cattolici in politica. Non solo: anche i continui richiami del Papa in materia.
L’ultimo dei quali è avvenuto proprio oggi, nell’udienza agli amministratori della Regione Lazio, del Comune e della Provincia di Roma, dove tra le altre cose vi troviamo scritto:
La persona umana” – ha sottolineato il Papa – “è al centro dell’azione politica e la sua crescita morale e spirituale deve essere la prima preoccupazione per coloro che sono stati chiamati ad amministrare la comunità civile” (fonte: ZENIT.org)
Se la crescita morale e spirituale deve essere al centro dell’azione politica ed amministrativa, come si può pensare di poterla attuare insieme al centro-sinistra, che non crede nè all’una nè all’altra?
La soluzione più semplicistica consiste nell’individuare un percorso alternativo che mette insieme la morale materialista e relativista con quella cattolica, ammesso che ciò sia possibile: ma a che prezzo?
A mio avviso bisogna lavorare insieme per includere, invece, nella prospettiva politica un respiro più alto, una convergenza nei valori che dovrebbe essere il vero obiettivo del cristiano impegnato nella difficile arte del compromesso politico, compromesso che non può mai essere al ribasso.

C’è poi da tener presente che i cattolici, come scrivevo, non devono imporre ma non devono neanche farsi imporre.
Questo aspetto è forse il più delicato, perché rinunciare ad imporre il proprio punto di vista non può però signficare rinunciare ad un incisiva azione nel piano politico. Quando c’è da affrontare il nodo del fine vita, dell’aborto, è ragionevole supporre che ci siano posizioni distinte, così com’è altrettanto ragionevole pensare che la verità non stia
solo da una parte. In tal senso, tuttavia, un partito di ispirazione cristiana non può che porsi come “ago della bilancia” verso il miglioramento delle condizioni di vita e di attenzione al primato della persona, che tu citi, giustamente, come fine ineludibile del nostro agire, e che alternativamente può provenire da una parte come dall’altra: nessuno “è depositario della verità” politica.
A tal proposito, però, ed al riguardo anche della “paura di andare al governo” che i cattolici dovrebbero superare (se ti riferisci all’andare al governo con il centro-sinistra, ovviamen
te), tutte le esperienze politiche (ed anche amministrative) sono state negative.
Come esempio basti pensare alla fallimentare esperienza di Prodi.

Per citare un pensatore cattolico controrivoluzionario tradizionale come Plinio de Oliveira, questa non è paura ma attenzione “ai lupi travestiti da agnelli”. (“Non trattiamo i lupi come se fossero pecorelle smarrite“)

Sono d’accordo con te, peraltro, nello spiegare (ad esempio, sul sì alla vita) e cercare di far convergere i vicini ed i lontani quanto più possibile, ma la vera sfida consiste proprio in questo: attualmente, gli schieramenti di centro-sinistra non solo non capiscono ma sono tutti orientati a contro-spiegare a noi cattolici che sono loro ad aver ragione sui temi etici. Cercano di convincere noi che non siamo buoni cattolici perché vorremmo imporre il nostro punto di vista. Ed alla fine ci impongono loro delle leggi alle quali, per colmo dell’ironia, abbiamo contribuito alla validazione.

Dunque il pericolo dal quale secondo me dobbiamo guardarci è di non arrivare a trovarci di fronte a due sole scelte: da una parte seguire il bene comune, rinunciando quando è necessario ad essere cattolici, o dall’altra essere cattolici, rinunciando
quando non è possibile al bene comune. Bisogna coniugare queste due istanze, a questo punto accogliendo sì il richiamo di don Sturzo all’essere “liberi e forti”: liberi di pensare che il bene comune ed il patrimonio dei valori cattolici coincidono, altrimenti non possiamo dirci cristiani, e non è la gerarchia ecclesiastica che ce lo dice o ce lo impone, ma è l’incontro col Signore che ce lo fa scoprire dentro, e ci fa capire quanto questo bene sia disponibile per tutti.

I valori non negoziabili nelle alleanze con i cattolici

Il post è stato aggiornato dalla prima pubblicazione calvinandhobbes950102.gif
Calvin & Hobbes © 2006

“Non sono interessata a partecipare a
questa corsa per accreditarsi verso il mondo cattolico. Non sono
credente e non ho cambiato idea. Se mai decidessi di convertirmi, ma
lo escludo, non abbraccerei certo la religione cattolica. Diventerei
valdese (…)”


Sono
affermazioni di Mercedes Bresso, candidata alla riconferma alla
presidenza della Regione Piemonte, in una famosa intervista a “La
Stampa” del 30 settembre 2005. “Ero seria, non era una provocazione”,
ha confermato la Bresso – con riferimento alla battuta sui Valdesi –
confessandosi al “Corriere della Sera” del 24 febbraio 2009 (da un
articolo di Massimo Introvigne ripubblicato su Vox Catholica).

L’UdC, che attualmente è indicato come il partito di riferimento dei cattolici (sondaggio pubblicato su Civiltà Cattolica quaderno 3829 del 2/1/10), è alleata insieme alla Bresso in Piemonte, nelle Regionali  che si svolgeranno nel prossimo Marzo.

Su tutti i
temi che il Papa indica come “non negoziabili” – e che invita a far
prevalere nelle scelte politiche su ogni altro argomento – le posizioni
della Bresso sono antitetiche a quelle cattoliche. Radici cristiane,
identità? No: “Stato laico come garanzia di una società sempre più
multiculturale e multireligiosa. Su questo non sono disposta a
transigere” (“La Stampa”, 30.9.2005). Come logica conseguenza,
abolizione del Concordato: “I Patti Lateranensi?… Sì, sarebbe il
momento di abolirli” (“Corriere della Sera”, 24.2.2009).


Identicamente,
su questioni fondamentali come eutanasia, aborto, famiglia, le sue
considerazioni sono contrastanti con quelle della
dottrina della Chiesa, e del tutto simili, non casualmente, a quelle di
Emma Bonino, della quale è grande amica ed alleata. Con quest’ultima,
però l’UdC ha rifiutato di fare alleanze nel Lazio.

Come si è arrivati a questi paradossi?

Sono tanti i temi etici su cui si
scontrano oggi le diverse posizioni, e che sono assurti a discriminante
della discussione politica. Fino a pochi anni fa molti dei problemi che
ci troviamo ad affrontare oggi, semplicemente non c’erano: pensiamo
all’immigrazione clandestina, o le sfide tecnologiche della medicina ed i contestuali problemi etici. Così, fintanto che si rimane nel
confortante alveo del “bene comune”,  tutti sono d’accordo nel
perseguirlo: è un  valore positivo generale, accettato da tutti come
diritto inviolabile. Quando si scende nel dettaglio, però, si scopre
che ognuno ha un’idea diversa del bene comune. I cattolici sono i primi
ad avere le idee confuse su quali siano i valori  che portano al
compimento del bene, su quanto siano o non siano “negoziabili”, e su quali non abbassare la guardia in ambito
politico.

Non sta a
me parlare dell’importanza di un patrimonio di valori in ambito religioso, sociale, culturale. Mi limito a
sottolineare, ancora una volta, che  non sono e non dovrebbero essere
comprensibili soltanto ai cattolici, ma  sono invece delle realtà
osservabili sulle quali  ci si  sofferma  spesso poco. Bisogna dunque
partire da qui, dalla difesa di questi valori comuni, per proporre una riflessione dallo
sguardo anche laico:


  • Aborto: che l’embrione umano sia vita oramai lo possono intuire tutti, ovviamente, per chi è dotato di onestà
    intellettuale. Ho provato a spiegarlo
    tempo fa in un post: pur non essendo vita autonoma, l’embrione è 
    ha tutto il corredo genetico necessario per poter vivere e crescere indipendentemente dall’altro, che deve però fornire supporto vitale per consentirlo. L’atto di togliere questo supporto è, di fatto, porre fine ad una vita, ma permangono ancora moltissime posizioni che ritengono l’aborto un
    “diritto”: siamo  freschi di approvazione, ad esempio, della pillola Ru486
    in Italia, che, lungi dal rendere la pratica abortiva meno grave e
    sofferta (soprattutto psicologicamente), può  trasformare una decisione
    tremenda (e comunque non banale) in un gesto invece all’apparenza banale.

  • Famiglia: già che ne parliamo, vale la pena ricordare che un bimbo,
    secondo la maggioranza degli psicologi (anche attraverso il manuale DSM
    IV), deve avere entrambi i genitori per crescere sano. Dunque toglierne uno, attraverso la separazione, è un
    atto che trasforma la vita del bambino, spesso in modo drammatico se non si prendono opportuni accorgimenti e non si affronta in modo adulto la vicenda: anche perché colui che
    subisce questo trauma tenderà potenzialmente a riproporre i problemi
    relazionali nella sua vita. Considerare il matrimonio come un legame
    “inscindibile” è dunque prova della corretta posizione sul
    tema (cattolici in primis), ma è anche importante  adoperarsi per regolamentare in modo
    coerente il legame affettivo, in senso generale. Equiparare la “famiglia di
    fatto” ad un vincolo matrimoniale (sia questo civile o religioso) può dunque rivelarsi
    un errore sociale prima che affettivo: la legge concede alla
    coppia sposata tutti i diritti di cui ha bisogno. Non sposarsi è una
    scelta, certo: se la coppia, però, sente di
    potersi legare con una continuità funzionale alla crescita della prole,
    la sottoscrizione del vincolo matrimoniale (anche soltanto in Comune) 
    è una scelta conseguenziale naturale (ed è, di fatto, un contratto).
    Cosa aggiunge in più un’ulteriore forma civilistica?

  • Matrimonio omosessuale: il problema non è, come molti pensano,
    l’omosessualità in sé quanto la richiesta della comunità gay di
    ottenere pari diritti in tema di procreazione e di costituzione
    familiare delle coppie, ovvero, come corollario,
    il diritto al matrimonio ed all’adozione di bimbi per genitori dello
    stesso sesso. Mi si consenta di ritenerlo un errore: la struttura biologica dell’essere umano
    nell’età dello sviluppo è fatta per “accordare” differenti sensazioni
    ed interazioni ai due genitori che hanno per natura un ruolo diverso,
    che è dato dalle differenze di sesso. Se togliere la figura del padre ad un
    bambino (nella maggior parte delle separazioni, in Italia, i figli
    vengono affidati alla madre) crea un trauma, figuriamoci sostituirne
    figura e ruolo con una seconda madre o sommando due padri. Purtroppo
    l’operazione non è adduttiva.

  • Fine vita: anche qui il problema non è di ambito solo teologico, ma
    si sviluppa intorno all’idea di persona umana. Se intendiamo l’essere
    umano come una macchina semplice somma di funzioni più o meno
    sofisticate o intelligenti, non usciremo mai dal vortice che la
    competitività moderna ci porta ad accettare. Una persona si può
    considerare come più o meno utile alla società in relazione a quanto sa
    fare: tuttavia, proseguendo su questo ragionamento, è facile  giungere
    a considerare un anziano come sempre più inutile, improduttivo ed anzi
    controproducente per una società basata su un’idea di “bene” che si
    fonda sul concetto di utilità funzionale,  il tutto magari associato a
    legami senza vincoli. Se ci spostiamo sul piano dell’amore e
    dell’affetto che le relazioni famigliari  svolgono naturalmente tra
    generazioni, scopriamo che una persona, anche se ridotta in fin di
    vita, mantiene intatte tutte le caratteristiche che la rendono
    “persona”. Come si vede, tutto alla fine ritorna: diviene così
    un’arroganza intollerante decidere la morte di una persona che non può
    decidere, esattamente come lo era nel caso del feto.E questo senza
    parlare dei costi che il Sistema sanitario sarebbe felice di poter
    eliminare, e degli organi eventualmente disponibili per trapianti…

Abbiamo toccato i temi della famiglia, dell’aborto, del fine vita,
ma si potrebbe parlare di economia, di immigrazione, etc. Tutti  temi
fondamentali sui quali il primato dato alla persona  umana rispetto a
tutte le altre istanze consente di giungere ad una verità naturale, che
socialmente può ritenersi coincidente con il bene comune e per chi crede, con la verità di Cristo.

Peraltro è interessante anche notare, riferendosi al magistero della Chiesa (cfr. i documenti e note della Congregazione della Dottrina della Fede del 2004), che per i cattolici i principi non negoziabili, nel contesto della politica, non stanno tutti sullo stesso piano. Ad esempio, il principio della tutela della vita e della famiglia naturale non sono sullo stesso piano della tutela dell’ambiente, che pure è un valore importante. Quindi quando si fanno le scelte dei candidati, anche per le alleanze, bisogna basarsi sull’impegno su questi principi. Avendo le regioni incidenza diretta sulla Sanità, sono temi fondamentali.

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Io sto con Gian Antonio Stella

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Leggendo il post di Leonardo sull’Unità a proposito dell’editoriale di Gian Antonio Stella “Il lato oscuro della rete(il Web invaso da minacce ed insulti), pubblicato sul Corriere il 15 dicembre scorso, ho l’impressione che a Leonardo Tondelli, che si chiede “come mai” questo editoriale, sfugga un dato essenziale.

Le parole citate e originate da Stella sono cose ovvie tipo “il lato oscuro del web «è popolato da indivi­dui e gruppi che, pur
nella diversità di accenti e idio­mi utilizzati, parlano tutti, salvo
qualche rara ma im­portante eccezione, il lin­guaggio della violenza,
del­la sopraffazione, dell’an­nientamento»
. Cose che abbiamo sperimentato tutti nella navigazione su Internet, senza che per questo, altrettanto ovviamente, ci sia venuto in mente che tutta Internet sia così. Ripeto: c’è però un dato essenziale che sta sfuggendo, a causa della difettosità dell’osservatore che non riesce ad osservare una realtà che è dentro di lui.

L’escalation di Leonardo, forse l’insegnante-blogger più famoso della blogosfera italiana, è cominciata molto tempo fa. Aveva doti di equlibrio e di una certa ironia: ero un suo grande estimatore, e pur non condividendo alcune sue posizioni, leggevo con
interesse il suo squisito ragionare provocatorio e filologico.

Poi ho avuto la netta sensazione che fomentasse l’odio ed il rancore che portava
dentro di
sé, e mi è parsa una lenta derìva del suo pensiero “anti”: prima
contro il governo, e fin lì si poteva ancora tollerare perché esprimeva una rabbia di sottofondo, poi
contro la chiesa, e da lì ho iniziato ad avere dei sospetti. Fino a che
non mi ha detto, in una lunga discussione che mi ha allontanato da lui
e dalle sue idee, che era “certo” che i
vescovi fossero contrari alla pillola abortiva (la “Ru486”) perché
volevano tornare
alle mammane ed agli aborti clandestini, che i preti volevano solo
rendere più difficile l’aborto per far soffrire i non credenti……..

Ecco, lì mi sono reso conto che le “posizioni estreme” erano arrivate.

Al netto dell’inevitabile strumentallizzazione che si fa della difficile situazione politica odierna (leggi: “adesso che c’è tanto odio possiamo finalmente prendercela con Facebook”), e fatta la tara anche alle osservazioni di Stella che riguardano la parte meno nobile della rete, il dato essenziale è che il “Web di minacce ed insulti” non viene soltanto da chi quelle minacce e quegli insulti li scrive in modo gergale e diretto, cafone e senza filtri, ma anche da chi ha gli strumenti, lo stile, e le capacità tecniche e culturali per fare attacchi precisi, motivati ed altamente filosofici, potenzialmente ascoltati da coloro i quali possono aggiungere riferimenti ben precisi al sostegno del pensiero debole (o deboluccio), al loro agire politico, alla loro vita imbevuta di ideologie: in una parola rischiano di trasformarsi in “cattivi maestri” (termine abusatissimo ma nel caso specifico mi riferisco all’aura di maestrini della nostra blogosfera, non agli anni di piombo) per “bambini” dell’informazione libera. Non siamo capaci di usare uno strumento così potente ed efficace per scopi un po’ più alti, nobili, pacifici ed infine non contro-qualcosa ma per-qualcosa?

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