Buona la seconda (Laurea)

My entire life can be summed up in one sentence: things didn’t go according to plan.
─ anonymous

 

L’inizio dei post che preferisco contiene una citazione che svela il senso, in modo ironico e semplice, ed è tutto chiaro. “La mia intera vita si può riassumere con una frase: le cose non sono andate secondo i piani”

E’ una cosa brutta o bella? Secondo me, bella: non credo molto nella pianificazione. Parlerò di una scelta in un ambito totalmente diverso da quello in cui mi ero mosso fino a pochi anni fa, dell’incredibile sequenza di eventi che sono “andati a posto” da soli e che hanno portato ad un approdo apparentemente sorprendente, alla fine di un percorso di ricerca e all’inizio di una strada che mi ha portato gioia, novità, e, almeno in teoria, disegnerà un andamento alternativo della mia vita. E’ un percorso arricchente ma che in fondo è un ritorno alle origini.

Ma che cosa è successo?

Da diversi anni, come chi mi conosce sa, vivevo una specie di crisi professionale. Il fuoco per l’informatica era passato, non senza perplessità, e la passione, soprattutto, per la programmazione e la progettazione sembrava essersi esaurita o perlomeno arrivata ad un punto morto, dopo un percorso fatto di molteplici iniziative, ricerca e studi che aveva portato a diversi successi e a un mestiere durato anni. Ma ho capito che le mie passioni e i miei interessi si stavano spostando: sempre più passavo dall’approccio delle scienze tecniche a quello delle scienze umane. E’ stata una presa di coscienza in realtà molto lunga, che ha interessato molti anni e non senza diversi ripensamenti.

Inizialmente avevo intrapreso un percorso di avvicinamento alla psicologia, uno dei temi che più mi interessava – anche perché la mia formazione era davvero carente sotto quell’aspetto: diciamo la verità, non ero portato per l’empatia o la capacità di avere una visione più approfondita su di me e sull’altro, né tantomeno all’interno della professione ciò era considerato un vantaggio. Quindi, di fronte all’incapacità di affrontare il mondo relazionale in maniera efficiente, da bravo ingegnere ho approfondito i temi che mi interessavano per cercare di capirci qualcosa, cosa che in effetti serviva. Nel frattempo, il mio campo di ricerca e competenza era sicuramente diventato la comunicazione (ambito senza dubbio ampissimo), e in particolare la parte relativa al rapporto con i nuovi media – in questo l’essere stato un innovatore prima con Beta e poi osservatore e ricercatore, approfondendo la materia e animando discussioni e progetti con molti attori e protagonisti dell’internet italiana era stato fondamentale.

Questo avveniva ancora qualche anno fa.

A partire dal 2004 si sviluppa l’interesse per i nuovi media e dal 2007 per i social e contemporaneamente per le scienze umane: è tutto connesso.

Fino al 2011 sono stato un ingegnere informatico “full”: ho lavorato in Telecom Italia ed in altre società del settore facendomi un po’ le ossa in campo tecnico, dopo la grande stagione pionieristica nella Nice, la società dove avevo fondato e progettato il network editoriale di Beta nel 1998 e negli anni successivi con annessi e connessi.
Eppure lavorare nel campo dell’informatica non mi stava piacendo più. Ma come mai, mi dicevo: “io sono questo”, “la mia passione e il mio lavoro sono questi”. Com’è possibile che il Luciano che passava notti intere davanti al pc fino a pochi anni fa, oggi era bloccato?

La questione è stata abbastanza complessa da risolvere.

Ero una persona abituata ad interagire principalmente in ambito tecnico, e anche piuttosto solitariamente, ma la parte di me relazionale era diventata non più comprimibile: lavorare nell’ambito tecnico significava continuare a mantenere la gabbia che mi stava stretta, in un contesto fortemente competitivo e un po’ nerdiano. Peraltro il cliché dell’informatico in realtà era un po’ appiccicato: seppur con un approccio, quello tecnico-scientifico, dal quale non potrò mai prescindere, l’ambito tecnico informatico era solo uno dei miei ambiti di interesse, e non era più al primo posto.

E’ nel 2012 che cambia qualcosa: scopro la vocazione all’insegnamento grazie alla lungimiranza di Giovanna Abbiati, che fa partire il primo Master in Comunicazione e new media all’Ateneo Regina Apostolorum (e con la quale successivamente organizzerò il TEDx in Vaticano). Questa opportunità professionale, che mi darà anche grandi soddisfazioni personali (memorabili le tesine dei miei studenti che seguo una ad una con grande entusiasmo), farà però emergere ancora di più quello che sembrava un malessere, una pausa nello spazio della mia attività professionale.

Dovevo, in qualche  modo, evolvermi e imparare. Dovevo fare qualcosa mettendo a frutto da una parte le conoscenze e quello che avevo imparato con l’insegnamento e dall’altra approfondire il collegamento tra le scienze umane, la comunicazione, e l’informatica. Ma come?

In questi anni ho avuto la fortuna di avere affianco delle persone straordinarie che mi hanno aiutato molto in questo percorso di trasformazione. Il buon neurologo, innanzitutto, che mi ha preso in carico quando ero nel pieno della crisi, poi il mio padre spirituale, il mio gesuita come lo chiamo io (provocando l’ilarità generale) che mi ha seguito e mi segue con una pazienza in odore di santità, e poi la psicoterapeuta che mi ha portato in qualche modo all’accesso al mio mondo emotivo in modalità nuove e inaspettate. Tre figure necessarie, probabilmente.

Che fare, dicevo? Le opportunità professionali – o le sfide, come si chiamano oggi – erano venute meno a causa di una politica a mio avviso miope dell’ateneo che aveva deciso di cancellare il Master in comunicazione gettando al vento un lavoro fruttuosissimo e pieno di impegno che aveva avuto un successo straordinario. Dopodiché c’era l’aspetto prettamente informatico: già, ma i miei interessi ormai si erano spostati sull’insegnamento e sulla formazione.

Proprio sulla formazione c’è stato molto lavoro di ricerca. Mi ero avvicinato anche al mondo del coaching, prima in modo critico, poi cercando di comprendere cosa c’era di buono e cosa invece poteva essere rischioso o semplicemente inadatto, pur con i miei limitati strumenti ma insieme appunto alle persone che nelle rispettive professioni mi hanno sempre dato un apporto fondamentale in questa comprensione.

Ricordo a tal proposito un bellissimo commento su alcune mie considerazioni di ordine psicologico che avevo riassunto alcuni mesi fa in un post dal titolo emblematico, Alla ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno) dall’’attuale vicepresidente dell’ordine degli psicologi della Lombardia: “Ce ne fossero di ingegneri come te!!”. Per me fu un onore e in parte un sollievo, anche perché quel post fu duramente contestato da uno dei professionisti succitati di cui avevo totale stima, e che sicuramente aveva colto delle imprecisioni, che poi hanno portato ad un rimaneggiamento del post stesso.

Viene il tempo delle decisioni, e siamo al 2013. Essendo legato ancora allo schema professionale dell’ingegneria – e non volendo aspettare oltre per cambiare qualcosa – decido di prendere un (costoso) Master universitario internazionale in Management and emerging technologies, di ambito ingegneristico. Sembra fatto apposta per dare una svolta alla mia professione, e invece si rivela un errore madornale. Me ne accorgo solo dopo: tutti gli argomenti delle materie vertono su aspetti tecnologici e tecnici estremamente approfonditi, perfetti per chi vuole fare un percorso per lavorare in ambiti estremamente specialistici come il settore automotive, per esempio, ma non per me e non a 44 anni! Credevo che approfondire i temi delle nuove tecnologie sarebbe stata una strada coerente: mi ero sbagliato. Stavo prolungando lo stesso errore che avevo fatto con la prima laurea – e ora per di più tutto era di scarso interesse per me – quando il mio orizzonte si stava spostando invece sulle scienze umane e sulla relazione tra queste e le scienze dure. Non c’era niente in quel Master che facesse per me…Ma ormai la frittata era fatta.

Mentre sono devastato dall’errore fatto, nasce per caso, per una coincidenza provvidenziale, diciamo così, l’opportunità che mi farà intraprendere il percorso giusto: navigando sui siti universitari mi cade l’occhio su una laurea specialistica in Teorie della comunicazione in un’università privata, la Link Campus. Guardo gli esami, approfondisco gli argomenti e penso “che bello sarebbe poter fare questa. Ma chi ce l’ha 5 anni…”
Decido comunque di telefonare, più per sfizio che per altro, e mi risponde una gentile signora alla quale faccio qualche domanda. Ad un certo punto butto là una frase quasi senza pensarci: “Peccato che con la mia laurea non posso accedere a questa specialistica, sennò..”. E dall’altro capo mi sento rispondere: “Chi gliel’ha detto, scusi?”.

Come una scossa che ti attraversa quando incroci il sorriso della ragazza che avevi sempre sognato, la vita mi passa davanti e balbettando dico “Lei mi sta dicendo che posso accedere direttamente alla specialistica del corso in Teorie della comunicazione con la mia laurea?” – “Si, lei mi ha detto il suo curriculum, che è molto buono, lo valutiamo in sede di commissione ma sicuramente le posso dire che dal punto di vista accademico, con la riforma, non ci sono problemi”.

“Grazie!” Appena termina la telefonata mi fermo un attimo, ed urlo: Si – può – fare!!

E’ un momento di pura euforia e di fervente attività. A quel punto, una volta scoperto ed appurato che il percorso di unire le mie competenze tecniche con le scienze umane in un unicum accademico è fattibile ed in tempi umani, inizio a vedere i possibili percorsi specialistici nelle Classi di laurea in Comunicazione (sono diverse) di tutte le università romane. Telefono e mi informo, scarico brochure e indirizzi, vado a parlare con le responsabili didattiche, trovando disponibilità e professionalità. Ma ancora le cose non sono così semplici come sembrano…

Le tre principali università statali più una privata alle quali sono interessato, infatti propongono sì percorsi diversi – tutti molto interessanti – ma a delle condizioni: non potrei iscrivermi all’anno accademico in corso ma devo aspettare l’inizio dell’anno successivo, e nonostante il mio curriculum dovrei comunque dare alcuni esami della triennale, “per stare sicuri” in sede di valutazione. Inizio a scoraggiarmi ma insisto.

E’ a questo punto che la magia accade.

Per scrupolo avevo scritto anche all’università statale più lontana da casa mia – che proponeva anch’essa un percorso didattico estremamente interessante – scusandomi per il fatto che avessi saltato le precedenti prove concorsuali per accedere alla laurea specialistica ed allegando un curriculum vitae e studiorum. Pensavo che non mi avrebbero neanche risposto…
Il giorno dopo invece mi risponde, in poche ma fondamentali righe una professoressa (che non smetterò mai di ringraziare) che mi annuncia che c’è un’ultima finestra concorsuale da lì a pochi giorni per entrare nell’anno in corso, e che sarebbero disponibili a un colloquio. Mi dà appuntamento alla mattina seguente, il suo giorno di ricevimento.

Ed è proprio lì che grazie alla lungimiranza e la disponibilità del collegio didattico posso coronare il sogno, è in quel momento che i pezzi del disegno iniziano ad andare ognuno al posto loro. Quando ci incontriamo, lei mi spiega che proprio quell’università sta promuovendo da alcuni anni un percorso multidisciplinare che cerca di mettere insieme ambiti di competenza diversi. Io sarei stato ottimo per questo approccio. Ed era proprio quello che stavo cercando – io e loro. Erano le persone con cui mi sentivo di poter intraprendere un percorso formativo finalmente coerente, anche se in realtà mi apparteneva da sempre: perché in realtà la Comunicazione era il filo rosso che mi univa fin dalle mie prime esperienze lavorative. Il commento più bello è stato il suo: “è davvero raro che una persona con una formazione tecnica si avvicini e approfondisca le discipline delle scienze umane, il suo è un percorso complesso ma molto ricco”.

Da lì in poi è stato tutto un faticoso ma entusiasmante percorso di avvicinamento. Ancora ricordo quelle settimane tra gennaio e febbraio come una corsa continua alle scadenze: colloquio preliminare con docenti titolari, incombenze amministrative con problemi inaspettati (nell’altra università risultavo ancora iscritto!), preparazione del Piano di studi, integrazione del curriculum con testi per colmare le lacune (in storia, ad esempio!).

Arriva il giorno della valutazione del collegio didattico: il suo superamento, diventa l’occasione per conoscere persone straordinarie, grazie all’impegno della mia tutor formidabile e dalle vedute ampie, con cui abbiamo stilato il percorso personalizzato. Ricordo quel giorno anche perché chi ha esaminato ed approvato il mio percorso mi ha detto una cosa che reputo molto bella: io, un po’ emozionato, cercavo di rompere gli indugi mentre valutava le differenze di Cfu (ovviamente tra i codici di Ingegneria informatica e quelli di Lettere e filosofia ci sono ben poche concordanze!) dicendole che “io sono molto motivato”, e lei mi ha risposto “Anche noi!” con un bellissimo sorriso. Era fatta! Ero nel biennio magistrale (e nell’anno in corso!) di Scienze dell’Informazione e della Comunicazione.

Forse è vero, credo che sia difficile che si uniscano mondi così lontani come l’ingegneria e lettere e filosofia. Ma io in questi anni sono cambiato, l’informatica ormai mi va stretta, ed era tanto che inseguivo questo progetto, in realtà. Anzi, diciamo che è quello che avrei dovuto fare da subito. Ma, come si dice, meglio tardi che mai. E io sono in ritardo, in genere…

Man mano che vado avanti nei corsi e nei seminari di questa fantastica galoppata nella mia seconda laurea, ho imparato moltissimo. Ad esempio per l’importanza della multidisciplinarietà: ci sono sfere culturali che non si parlano, (Scienza) e (Filosofia), per dirne due che sono sotto gli occhi di molti, oppure (Tecnica) e (Letteratura), ecc. Molte persone, anzi la maggior parte, non mettono insieme due sfere distanti e c’è chi rimane tutta la vita confinato in una dimensione professionale senza volerne sapere di altre, ad esempio il Teologo che studia solo storia dell’arte e religione e non vuole saperne di metodo scientifico, o lo scienziato che studia solo il mondo tecnologico di sua competenza e non avverte nessuna esigenza di comprendere il trascendente. Viviamo nell’epoca della specializzazione, come noto.
Ma più si integrano le discipline e si esula dalla specializzazione e più si amplia il proprio orizzonte culturale, e più le cose iniziano ad apparire sotto luci diverse. E ciò che prima vedevi solo da un’angolazione, la vedi da molte altre….

L’impegno è gravoso – e c’è anche in qualche modo rinuncia in questo percorso – su questo non posso certo mentire: so che mi prenderà tempo e lo toglierà ad altri progetti, ma sono contento così. Molto contento.

*    *    *

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La mia booklist e playlist 2013

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Ecco le mie top ten di libri e musica per l’anno che si sta concludendo. Qualcuno è del 2013 qualcun altro un po’ più vecchiotto, ma tutti sono nella mia lista dei consigliati.
 
Booklist
– Principi di Web Design, Joel Sklar, Apogeo. Un testo fondamentale per chiunque si occupi professionalmente di sviluppo web, o di formazione in quest’ambito. (link)

– Programmazione Web lato server (2a edizione aggiornata, che è praticamente la 3a, attenzione), di Vincenzo Della Mea, Luca di Gaspero, Ivan Scagnetto. Ben fatto ma soprattutto, cosa rara nel campo del Web tecnico, non è una traduzione da un testo americano ma è stato scritto da tre (bravi) docenti universitari italiani. (link)

– Cyberteologia, Antonio Spadaro S.J. E’ del 2012 ma lo consiglio vivamente lo stesso, anche a chi non è credente. (link)
Tutti i racconti, Flannery O’Connor, Bompiani. Consiglio in particolare ‘Everything that rises must converge’ e ‘La vita che salvi può essere la tua’. (link)
Ergonomia cognitiva, F. Di Nocera, Carocci. Un approccio molto tecnico ma una materia fortemente innovativa. Se interessati, consiglio anche i companion Che cos’è l’Ergonomia cognitiva dello stesso autore e Metodi di Ergonomia cognitiva, di Fabio Ferlazzo. (link)
Cognizione e comunicazione, E. Arielli, il Mulino. Di qualche anno fa, ma rimane un testo fondamentale scritto in modo tecnico e preciso.(link)
L’etica della comunicazione nell’era digitale, Ignazio Sanna. Piccolo saggio economico e molto interessante, è un insieme omogeneo di contributi di vari autori, tra cui il già citato Antonio Spadaro e Chiara Giaccardi (link)
– God Mechanics, Guy Consolmagno (si trova purtroppo solo su Amazon US), il gesuita astronomo che è tra l’altro intervenuto al nostro TEDxVDC con uno degli interventi più intriganti.
HTML 5 e CSS 3, di Gabriele Gigliotti, “tecnico ma non troppo”, è utile sia per chi vuole aggiornarsi alla prossima (ma già attuale) versione dei due linguaggi del Web, sia per un approccio iniziale all’argomento. (link)
JQuery, Guida per lo sviluppatore, Rob Larsen e Cesar Otero. Un testo tecnico di ottimo livello per approfondire il “secondo” linguaggio del Web dopo quelli appena citati. (link)

 
Playlist
No rest for the wicked – Dub FX (artista geniale e inconsueto) Youtube-link (se vi piace, consiglio anche questo YT-link )
Never let me down again – Depeche Mode YT-link
Nothing’s Impossible – Depeche Mode YT-link
Safe and Sound – Capital Cities YT-link
The Lamb – Tenebrae Choir YT-link (che fa parte della colonna sonora de La grande bellezza di Sorrentino, che merita tutta)
Go Slow – Nolan ft. Amber Jolene (Per lavorare bene al computer) YT-link
Missing – Everything but the girl – Missing (I miss you like the desert miss the rain..) YT-link

Let her go – Passenger  YT-link
Moonlight Sonata di Beethoven YT-link Per andare sul classico.
Tutti di Adele, ma un paio d’anni fa è uscito questo remix (YT-link) di Rolling in the deep a cura di Tom Buster che, se vi piace sgranchirvi un po’, è ottimo.

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Focus Group alla Regione Lazio: Smart Specialisation Strategy

(Il post è stato aggiornato dalla sua pubblicazione)

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Vi voglio mettere a parte di un’iniziativa positiva che, una volta tanto, ha per protagoniste le istituzioni – in particolare un ente pubblico, e un piccolo impegno che mi riguarderà presso la Regione Lazio.
Sono stato invitato ad entrare in un gruppetto di esperti, circa 20 persone a livello regionale, nell’ambito del progetto di formazione di un comitato di indirizzo per le aree di competenza dei distretti industriali e produttivi del Lazio. In particolare io sarò chiamato a intervenire per il settore dei Nuovi media. Insomma una bella sfida e un’ottima occasione di confronto!
A partire dai documenti operativi, dovremo riunirci per un Focus group, scambiandoci idee ed indicazioni per un risultato che opera sotto la direttiva europea S3 (Smart specialisation strategy), che è diventata mandatory per ogni livello Regionale europeo. Per il Lazio l’ente che si occupa di questo è la Filas, che gestisce la filiera dei finanziamenti e dei fondi strutturali alle imprese, e Invitalia,  Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa.

Di seguito qualche spiegazione in più sulla cosa (se avete la pazienza di leggere, il testo è un po’ in burocratese).

Sono benvenute osservazioni, suggerimenti, critiche, domande nei commenti  o in email (Contatti)

P.S. Come promesso, il post è aggiornato con le slide del mio (breve) intervento.

Addendum. Sull’argomento si può leggere l’ottimo articolo di Michele Vianello Horizon 2020: cinque principi per superare una visione quantitativa della smart city

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Auguri di Buon Natale e felice Anno nuovo!

 me150.jpgForse uno dei motivi per cui nell’età adulta ci sentiamo molto più annoiati di quando si è piccoli è che si smette di imparare. Non perché si sappia a sufficienza, ma ci si accontenta del minimo necessario, magari anche per fatica e impegni e tempo, così che le cose diventano sempre le solite cose.

 Una volta ho letto questa frase, non mi ricordo più dove, ed anche la ricerca con Google non porta risultati. Forse era un testo su carta, chissà..

Nel consueto post di auguri natalizi, auguro di continuare ad imparare. Questo è il mio augurio sia per me, che da quasi un paio d’anni sono impegnato anche nell’insegnamento, sia per chi studia e per chi lavora  – dove, come sanno bene i miei amici e colleghi nell’informatica e nella comunicazione, imparare ed aggiornarsi non è un passatempo o un hobby: è necessario. Comunicazione, peraltro, che sta diventando il  mio settore di riferimento professionale, oltre che didattico.

Auguro a tutti di essere più comunicativi, di non aver paura delle piattaforme sociali, frequentatele! E ripeto il mio mantra che dico sempre a lezione: aumentate la vostra capacità critica, anche comprendendo le differenze di significato nelle relazioni telematiche ed aumentate.

Per quanto riguarda il mio 2012.. beh, a parte le varie problematiche note (maldistomaco, ma non solo), il numero di impegni sta letteralmente esplodendo: fra poche settimane vi parlerò del grande evento TEDxViaDellaConciliazione che sto organizzando insieme al team dell’ateneo (col quale ho condiviso già molte cose belle, ad esempio il fantastico HTML 5 Day). Per i progetti personali, LG Post, il giornale di curated news che esiste anche su Paper.li, che prima o poi vorrei lanciare in una forma più professionale, e poi c’è sempre BETA nel cuore (e non solo mio): chissà se prima o poi riuscirò davvero a trovare i tempi e i modi giusti per metterla di nuovo in marcia, rinnovata. Una cosa per volta.

Alla ricerca del modo per combinare di più e meglio, ho preso intanto seriamente le metodologie Getting Things Done di David Allen, e ho scoperto the Present Principle, l’utile paper di Claire Diaz-Ortiz (Lead of Innovation a Twitter) che aiuta a districarsi nella difficile arte del fare-molte-cose ─ si suppone: bene. Ho riattivato un blog dormiente che avevo su Typepad (prima o poi dovrò chiedere al mio psicologo perché sospendo solo temporaneamente le mie cose online: paura della morte? Attaccamento alle proprie cose? Scritturossessione? Vanità?), e l’ho rinominato  “The Morning Express“.  Il testo è in inglese. Morning perché è il tema della metodologia, ed Express è il terzo step della strategia del Present (leggete il suo ebook, non ve ne pentirete). Dovrebbe essere un diario giornaliero, nel metodo: ci proviamo. Forse qualcosa di buono uscirà fuori. Gli americani sono molto più concreti di noi europei su queste cose (e su altre), mentre noi ci perdiamo in un’infinità di chiacchiere per spaccare il capello in quattro.

Beh, con questo auguro a tutti un 2013 pieno di serenità. Ne abbiamo bisogno (e concludo con un motto che mi piace molto).

AuguriNatale-piccolo.jpg

“La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.”
─   William Burroughs.

Dieci anni di blog, dieci anni di vita

In questo periodo, il mio blog http://www.lucianogiustini.org compie 10 anni: era infatti metà 2002 quando iniziavo a scribacchiare sul sito.  Cosa è cambiato in questo tempo così lungo (telematicamente, ma anche umanamente)? Moltissime cose, e in questo post vorrei provare a fare un po’ una storia…

 Nel 2002 ero all’inizio di un processo di cambiamento, che in effetti era partito l’anno prima. Fino al 2000, infatti, io ero una persona abbastanza diversa, forse più spensierata e piena di sogni rispetto ad oggi (ed è ovvio, anche se forse non del tutto) e in parte già zavorrata da un’ansia esistenziale fastidiosa ma non ancora invasiva.

Lavoravo nella stessa società che avevo contribuito a far crescere, portando Beta, fondata qualche anno prima e creando IT news, in un ambiente ed in un periodo di grande fermento qual era quello della New Economy. Nel 2001, tuttavia, insieme alla bolla speculativa che rallentò economicamente quel fermento, scattò qualcosa anche dentro di me, ed iniziai a modificare alcuni aspetti del mio pensiero – in modo più categorico e più restrittivo. Questo processo si andò rafforzando nel 2004 (anno della morte di mio padre) ed è finito sostanzialmente nel 2010, quando è iniziato un percorso di profondo cambiamento in senso opposto, più consapevole ed aperto. Schematizzando molto, potrei indicare una prima fase dai 20 ai 30 anni, molto creativa, ansiogena, ed intensa; una seconda fase dai 30 ai 40 sempre creativa ma più tormentata, introspettiva ed a tratti dolorosa, e una terza fase dopo i 40: cambiamento sostanziale, lavoro di consapevolezza e schemi di pensiero in profonda rilettura e revisione. Nel mezzo molti eventi, privati e pubblici.
Provo a ripercorrerne alcuni di essi attraverso un excursus nei post di questi dieci anni…

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Dieci anni di blog

BLOG IDEAS

(Dieci anni di vita)

In questo periodo, il blog compie 10 anni: era infatti metà 2002 quando iniziavo a scribacchiare sul sito.  Cosa è cambiato in questo tempo così lungo (telematicamente, ma anche umanamente)? Moltissime cose, e in questo post vorrei provare a fare un po’ una storia… 

 

Nel 2002 ero all’inizio di un processo di cambiamento, che in effetti era partito l’anno prima. Fino al 2000, infatti, io ero una persona abbastanza diversa, forse più spensierata e piena di sogni rispetto ad oggi (ed è ovvio, anche se forse non del tutto) e in parte già zavorrata da un’ansia esistenziale fastidiosa ma non ancora invasiva.
 
Lavoravo nella stessa società che avevo contribuito a far crescere, portando Beta, fondata qualche anno prima e creando IT news, in un ambiente ed in un periodo di grande fermento qual era quello della New Economy. Nel 2001, tuttavia, insieme alla bolla speculativa che rallentò economicamente quel fermento, scattò qualcosa anche dentro di me, ed iniziai a modificare alcuni aspetti del mio pensiero – in modo più categorico e più restrittivo. Questo processo si andò rafforzando nel 2004 (anno della morte di mio padre) ed è finito sostanzialmente nel 2010, quando è iniziato un percorso di profondo cambiamento in senso opposto, più consapevole ed aperto. Schematizzando molto, potrei indicare una prima fase dai 20 ai 30 anni, molto creativa, ansiogena, ed intensa; una seconda fase dai 30 ai 40 sempre creativa ma più tormentata, introspettiva ed a tratti dolorosa, e una terza fase dopo i 40: cambiamento sostanziale,
con un fondamentale disturbo funzionale a fare da spartiacque. lavoro di consapevolezza e schemi di pensiero in profonda rilettura e revisione. Nel mezzo molti eventi, privati e pubblici.

Provo a ripercorrerne alcuni di essi attraverso un excursus nei post di questi dieci anni…

L’amarcord

Nel 2003 iniziava la guerra “preventiva” all’Iraq: la trovavo disgustosa e tremenda già allora e dopo dieci anni non ho cambiato idea (giova anche ricordare quale fu la posizione dell’Italia e del governo allora in carica).
Dello stesso anno è la mia miniguida su
come si apre un blog che divenne “famosa”, ed è sempre al primo posto nelle ricerche di Google (ma anche di Bing, come ho scoperto), aggiornata e parzialmente rivista.
Sempre nel 2003 me la prendevo con Gianluca Neri, il fondatore di Clarence, a proposito del suo famigerato post contro
Padre Pio (oggi non più trovabile sul suo sito, sostanzialmente un lungo atto d’accusa di essere un millantatore, uno che si creava ad arte le ferite per farsi credere santo, che andava con le sue “pie donne”, e così via), un santo che i miei conoscevano bene anche per motivi geografici.

Il 2004 era iniziato scrivendo qualcosa di un po’ serio sui Knowledge blog, il ramo dei blog che si occupa di diffusione della conoscenza nel contesto delle aziende e delle strutture organizzate. Peccato fosse troppo presto.
Ma è soprattutto l’anno della morte di
mio padre, che ha segnato dolorosamente una sorta di spartiacque. L’elaborazione del lutto porterà ad di ripensamento di molte istanze, insieme ad una religiosità più vissuta, intensa e rigida.
A luglio scrivevo qualcosa sulle
radici cristiane, un lungo post ideato insieme al mio caro amico “teologo” storico, per l’annosa questione della Costituzione europea (e i “lumi” come matrice storia dell’Europa).
Un progetto che va in porto in quei mesi è Bloogs
, un prototipo di piattaforma Web gratuita che iniziavo a implementare a fine agosto. Consentirà ad alcuni blogger di prendere il volo e di fare pratica con il Web 2.0, e io la rivenderò qualche anno dopo, a esperimento concluso, ad una società spagnola che aveva un network omonimo (facendoci pochissimi soldi, dicono alcuni – ma non sono mai stato un “bravo” commerciale).

Nel 2004 accade anche l’imprevedibile (e per me imprevisto) episodio dell’articolo della mia rivista Beta che risultava copiato: dopo una lunga ed aspra discussione pubblica con Mafe De Baggis, dalle reazioni infuocate e i toni accesi, si venne a creare una difficile situazione ed alla fine la mia redattrice ammise di aver commesso il grave errore, senza dirmelo.
Intanto conosco
Carlo Viola e Luca Conti (futura blogstar), e li invito a contribuire ad un blog cooperativo su Bloogs. Con Carlo saremo anche tra i fondatori di un tavolo politico di riflessione che sfocerà poi in iniziative concrete nel 2009 (con “Persona è futuro”).
L’anno termina con l’immane tragedia dello tsunami nell’Oceano Indiano
, uno dei più catastrofici disastri naturali dell’epoca moderna (e purtroppo l’esperienza verrà ripetuta con altri tremendi maremoti), con oltre 230.000 morti.

Il 2005 è appena iniziato e già comincio a parlare di politica, facendo due conti (probabilmente sbagliati) con .mau. ed altri amici su un’idea di centro.
Ma la decisione più “grave” e difficile è quella di
sospendere Beta, dopo dieci anni di pubblicazioni (ne parlano pure Punto Informatico ed altri blog in rete). Era effettivamente finito un ciclo per la rivista, e forse anche per noi, ed ancora oggi non sono più riuscito a riorganizzare il sito, o a riprendere in mano il progetto. Mi dico sempre che questo sarà l’anno buono (complice anche l’interessamento di un caro e paziente amico che dirige la sezione Tecnologia di un grande portale nazionale), e poi…
In ogni caso la mia vena creativa fortunatamente non si sospende,  creo il sito
Blogcafè, insieme ad alcuni compagni di viaggio  (Andrea “Cips” Buoso, Luca “Pandemia” Conti, Carlo Viola, Giorgio “Falso Idillio”, e altri), e con le immancabili Blog beer, gli eventi di incontro dove – così come avviene per le discussioni davanti alla macchinetta del caffè – si producevano spesso le idee migliori.
E’ a Pasqua di quell’anno che si svolge uno dei viaggi più belli della mia vita:
Vienna! La capitale austriaca sarà per me un’esperienza emozionale intensa, coinvolgente, anche per il momento particolare che stavo vivendo e per la bellezza austera dell’Austria: mi rimarrà nel cuore, e la città mitteleuropea diverrà un mio “luogo dell’anima”, nella quale tornerò due anni più tardi.

Il 2 Aprile 2005 muore Giovanni Paolo II, uno dei pontefici più grandi della storia della Chiesa cattolica: un’emozione enorme corre nei giorni immediatamente precedenti e successivi, ed un enorme afflusso di persone arriva a Roma da tutto il mondo per rendere omaggio alla salma del papa polacco.  Il conclave, tra qualche incertezza iniziale, eleggerà al soglio pontificio il tedesco Joseph Ratzinger, il “custode dell’ortodossia”.
Il 7 luglio di quell’anno torna il terrorismo internazionale con i gravissimi attentati di
Londra: una serie di esplosioni consecutive nella metropolitana provoca 55 morti e più di 700 feriti, il tutto succede mentre ad Edimburgo si svolge il vertice del G8 ed il giorno prima Londra era stata scelta per ospitare le Olimpiadi 2012, che si aprono dunque proprio quest’anno con i relativi allarmi terrorismo.

A parte questi grandi eventi, l’anno scorre relativamente tranquillo, cosa che si evince dal tenore di post che mi ostino a pubblicare. Ma – e  forse questa era veramente la cosa più grossa che mi sia mai capitata – ero innamorato,: ahimé, amore “impossibile” e turbolento, e costellato di molti viaggi aerei, ma sempre amore. 

Passando di palo in frasca, scorrendo i vari post fa impressione notare come la maggior parte dei link a vari siti Web oggi non funzioni più. Il web del futuro sarà costellato di “404 not found” (pagine non trovate)?

In quell’anno mi compro una Kawasaki Z750S, che ho ancora oggi e va benone.

Il 2006 arriva e non sembra particolarmente denso di avvenimenti eclatanti: l’unica nota di un certo interesse è l’la serie LOST, inventata dal geniale J.J. Abrams: mi prenderà come nessuna serie televisiva.. (nella mia personale classifica è il numero 2 dei serial televisivi secondo solo a Dallas, ricordo indelebile della mia infanzia).
In questo periodo scrivo anche un (poi famoso) post sulla
trazione anteriore e posteriore delle automobili.

Alcuni problemi decennali trovano soluzione, e sebbene mi lamenti molto durante il percorso, a dicembre vedo la luce e risolvo una faccenda che mi stava angosciando da diversi anni.

La mia relazione sentimentale, tuttavia, da difficile e problematica qual era, entra totalmente in crisi. Inizio a leggere tutta una serie di libri sull’amore per capire meglio (ricerca che ancora è ben lungi dall’essere finita). In questo periodo la mia rigidità si acuisce ancora, e io, che più che comprendere le dinamiche dell’amore, preferisco l’approccio intellettuale – testimoniato dal post di Bruto M. Bruti L’illusione dell’amore romantico, che ripubblico sul blog (e risulta ancora oggi come uno dei post più cliccati) – vado avanti a cercare di capire….

Il 2006 chiude per così dire un periodo. Prima c’erano stati gli anni della malattia di papà, la relazione con la ragazza straniera, ora c’è la laurea e gli impegni di lavoro sempre più pressanti. Alla fine dell’anno l’evento lungamente atteso consente finalmente di fare progetti, tant’è che nella frenesia generale mi permetto pure una delle auto più divertenti che mi sia mai capitato di guidare: la Mini Cabrio, che mi regalerà attimi di guida felice e spensierata.


Il 2007 è una sorta di anno “cerniera”,
pieno di avvenimenti e fervido di attività. Innanzitutto i viaggi: prima la tappa a Firenze, per conoscere una bella persona (e insieme una bella delusione), e poi il lungo  viaggio nel Nord Italia, nelle città d’arte insieme ad un mio caro amico) nel quale visiterò Orvieto, di nuovo Firenze, e poi Ferrara, Padova, Venezia… e poi proseguirò per l’Austria, Vienna ed infine di passaggio qualche giorno per Milano per incontrarmi con la ragazza del nord – passando gli ultimi momenti (in)felici insieme.

Quello sarà l’ultimo viaggio.

Di lì a poco la mia vita, infatti, sarebbe cambiata, e non come pensavo io. Accade nella seconda metà del 2007, precisamente a settembre, in una sera qualunque, a casa mia, in un periodo un po’ stressante. Ma arriviamoci per gradi…


Continua a leggere “Dieci anni di blog”

Le difficoltà dello startupper nostrano

Startup Lokal v.3

Image by Chandra Marsono via Flickr

Sembra facile,
all’inizio. Perché c’è un certo entusiasmo, ci sono un paio di buone idee
(certificate da colleghi e consulenti), c’è voglia di fare. Il percorso, come
fondatore su web e poi come dipendente di imprese di tutti i tipi, dalle
piccole alle multinazionali, sembra deciso: mi faccio la società! (tipo
“mi faccio la barca”, storico film di Johnny Dorelli, per chi se lo
ricorda…).

 

La maggior parte dei
miei amici coetanei ha fondato società, ed ero rimasto l’unico a non farlo.
Avevo creato redazioni , riviste, siti, progetti, e sono pure entrato in
società con altri. Poi, mi sono voluto laureare per far contenti genitori e
parenti, pensando che questo avrebbe tranquillizzato anche la coscienza.

 

Ma a contratto come
dipendente, ho scoperto progetti senza capo né coda, report senza senso, e
soprattutto subappalti informatici “a loop infinito” (società A
prende la commessa e dà in appalto a società B che la dà in appalto a società C
che la fa fare a società D che la fa eseguire materialmente alla società
E),  e macchinette del caffè
tremendissime hanno creato, penso, la mia superficiale sicurezza che il mondo
dell’informatica come dipendente in fondo va avanti benissimo anche senza di
me. Anacronistici orari 9-19, di cui 3 ore passate in auto, due ore per
mangiare, e il resto davanti a un monitor, interminabili pomeriggi davanti al
monitor, e la concomitante passione per tutto quello che si muoveva su internet
bruciava dentro.

 

Covava quindi sotto
la cenere lo spirito dell’iniziativa: mettersi in proprio per cercare una via
di fuga dalla monotonia e dalla dipendenza (da progetti assurdi). E la
riflessione ambigua : “Tu non farai gli errori che hanno fatto altri
perché hai l’esperienza dalla tua”. Illuso.

 

L’entusiasmo, la
voglia di fare, il “coraggio dell’intrapresa”, è durato infatti
giusto il tempo necessario per inoltrarsi in un mondo, quello delle startup,
che apparentemente viene descritto come avvicinabile, ma che in realtà nasconde
molte insidie ed ambiguità. Soprattutto per chi non è più giovane.

 

Da buon metodico
razionalista, ho provato quindi ad 
informarmi: partecipando a convegni, workshop, incontri, , scambio di
opinioni con addetti ai lavori, ipotesi di lavoro, consulenze di amici e
colleghi. E poi, con l’entusiasmo in tasca (e vi assicuro non è facile a 40
anni), ho mandato la prima mail esplorativa ad un famoso amico che
“startuppa”.

 

Risposta
esplorativa: “Certo Luciano, mandami il pitch”.

 

“E cos’è il
pitch?” mi domandavo tra me e me, mentre mi chiedevo anche “ma perché
non mi invita semplicemente a prendere un caffè e ne parliamo?”… Beh, non
funziona più così.

 

Ecco il primo
problema. Un tempo, e questo lo ammetto con estrema facilità, capire se c’era
possibilità di fare qualcosa insieme era un rito regolato da incontri de visu.
Creare oggi un’impresa, invece, significa passare per un percorso
standardizzato ed asettico, e questo è un processo difficile per chi, come me,
conosce il mondo di internet da 20 anni (purtroppo non scherzo, era il 1992
quando mi collegavo la prima volta).  A
cosa sarà servito?

 

In realtà serve:
molti mi conoscono, godo di quella che si chiama “una buona
reputazione” (?) ma, ovviamente, questa è utile se stai ad un party e ti
presentano una ragazza, o se fai marketing per la tua azienda, ma per creare
una startup è diverso: bisogna dimostrare a qualcuno che ti deve dare soldi,
che la tua idea farà soldi, e non solo: 
che non ti ci affezionerai, e la cederai volentieri quando diventerà
profittevole.

 

Azzero tutto e
riparto: “pitch” è una cosa tipo pre-presentazione, e poi c’è il
“seed”, il “meetup”, gli “angel”, i
“round” e tutto il rosario di inglesismi necessari in quest’ambito
perché l’importante è una cosa sola: l’idea da finanziare deve essere
internazionale, altrimenti nessuno ti dà retta… E questo è un altro scoglio.

 

La mia idea sarà
bella e brava, ma se è italiana, nessuno la vuole finanziare. Non
fraintendetemi, non ho detto che non si può rendere “internazionale”,
come piace ai finanziatori, ma è una cosa che, seppure su web, si scala su
mercato locale. E include incontri di persona. Mi piace unire il mondo
telematico con i rapporti umani “reali”,  e non ho mai pensato che le due cose possano
essere scisse (anche se si tende a fare proprio questo oggi, virtualizzando
tutto).

 

E’ difficile far
penetrare questo approccio nel “pitch”, o in un’application form.
Davvero.

 

Ho provato a
contattare un laboratorio di incubazione: già il termine non mi piace perché mi
ricorda sempre qualcosa di brutto, ma poi in questo contesto si usa ripetere
molte volte la parola “giovani” che mi fa sempre sentire leggermente
inadeguato alle aspettative.  Comunque,
con ancora un po’ di entusiasmo dello startupper in tasca, ho compilato quella
che si chiama l'”application form”. A mezzanotte e un minuto il
server mi ha detto che ero fuori tempo massimo e alla 24esima scheda compilata
mi ha sbattuto fuori. Mi sono sentito “fuori tempo massimo” anche io.

 

Il problema è che
dietro a questa idea c’è una storia. Se non si conosce la storia, non si
capisce l’idea. Non basta scriverla su un pitch o un’application form, o almeno
quello va bene, ma bisogna anche parlarne e raccontare qual è la passione
sottostante l’idea, bisogna fermarsi  un
momento per farsi descrivere cosa c’è dietro, le persone che la vorrebbero
portare avanti, le loro motivazioni, il piano di massima, la strategia.
Difficile definire un approccio del genere, ma a ben vedere sono (siamo) tutte
persone che hanno esperienza di impresa e hanno alle spalle business già fatti.
Quindi persone +  idee. A me piace
pensare che la persona venga sempre prima dell’idea, ma forse ho un concetto
troppo ideale di impresa. Un giorno però questo concetto l’ho sentito dire
anche da un famoso esperto di startup, e mi ha fatto molto piacere. Ma poi non
ho avuto il coraggio di dirgli altro. Sono timido ed ho la paura del rifiuto…

 

Oggi, mi è venuta
voglia di scrivere questo articolo per un motivo: mentre giravo tra notizie di
finanziamenti e portali di autoaiuto per aspiranti startupper, la mia
attenzione è stata rapita da questo titolo: “Voglia
di impresa? Troviamoci per un aperitivo!
” E vai, ho detto. Finalmente
l’approccio giusto che cercavo! Vado, clicco, e leggo…..ed è un peccato,  l’iniziativa è per sole donne.

 

Forse loro sì, che
hanno capito tutto…

Aggiornamenti

Sull’argomento segnalo questo articolo:

Egomnia e il fallimento della mentalità degli startupper italiani (Antonio Lupetti, 10/07/2012)

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Le cose che non colsi (una retrospettiva)

“Il mio sogno è nutrito d’abbandono,

di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi.
Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state…
Vedo la case, ecco le rose
del bel giardino di vent’anni or sono!”

Guido Gozzano così riassumeva nella sua poesia. Si finisce per innamorarsi delle proprie nostalgie, dei ricordi che inevitabilmente ci portiamo dietro come un piccolo vuoto, una mancanza che crea pensiero.

Dicono che bisogna aspettare un evento della vita, come un passaggio, un momento importante, per effettuare quel viaggio all’indietro che consente di togliersi il pensiero della nostalgia. Per me il pensiero alle mie ricerche, ai miei sbagli, alle volte che sono caduto e mi sono rialzato è come un sottofondo costante, che a volte racconto, a volte no..

Non colsi ad esempio quella volta che c’era una ragazza “giusta”. Questo sta in cima alla lista perché più passano gli anni più il ricordo si fa pensiero, certezza, constatazione, infine di nuovo ricordo (*)

Colsi invece un’altra. Mi ricordo che scrissi una lettera intitolata “Lei era lì“. Sintetizzava perfettamente lo stato d’animo che mi pervase quando riuscì a parlarle. Una bellezza incredibile: quasi 4 anni di amore e di tortura. Ci deve essere qualche traccia perfino su questo blog.

Non ho colto i miei talenti. Nei primi anni dell’università avevo iniziato a fare cose che mi piacevano, e molto. Poi ho voluto terminare gli studi di ingegneria. Mi piaceva poco, ma per amore dei genitori (e della metà degli esami fatti), terminai questa sorta di tortura. In seguito alcuni test hanno evidenziato che avevo altre inclinazioni, figuratevi.

Colsi molto poco della relazione con mio padre: solo dopo la sua morte ho iniziato un lento recupero cercando di capire cosa era andato storto. Sono certo che lui mi volesse bene oltre ogni limite: questo mi conforta, ma in fondo non più di tanto, non quanto vorrei.

Non ho colto le difficoltà lavorative. Ho fatto concorsi pensando di poterli superare con la sola capacità della mia intelligenza e dei miei studi: che illuso. Ho capito a mie spese che non funziona così. Sono andato a lavorare in società piccole e grandi senza avere la necessaria preparazione all’imperscrutabile logica aziendale.

Non colsi l’importanza della famiglia. A 40 anni si inizia a pensare che in fondo era quello che contava, quando eri giovane e spensierato. Solo che allora non te ne rendevi conto.

Non ho colto che l’umanità è fatta di persone ragionevoli e disposte al dialogo, ma una parte è succube di ideologie, di livore, di rancori e di paranoie: ho aperto canali di comunicazione pensando di poter parlare con tutti senza avere spesso – o ancora – gli strumenti, la
pazienza e la capacità di reggere l’urto.

Non colsi la mia aggressività. Continuamente controllata, dominata, e messa nella pentola col coperchio ben chiuso. Finché un giorno lo stomaco con dolori atroci mi ha informato di quella pentola. Ho fatto in tempo a capire cosa stava succedendo, per imparare a riconoscere la rabbia per tutte le cose che non ho colto.

Va bene lo stesso. In fondo, doveva andare così.

Il bigliettino che segue è un famoso racconto, che mi torna spesso in mente. E’ istruttivo.

Un esperto in time management, tenendo un seminario ad un gruppo di
studenti, usò una concreta esemplificazione che rimase per sempre impressa
nelle loro menti.

Poggiò sulla cattedra un barattolo di vetro, di quelli che si usano per la
conserva di pomodoro. Chinatosi sotto la cattedra, tirò fuori una decina di pietre, di forma
irregolare, grandi circa come un pugno, e con attenzione, una alla volta le infilò nel barattolo.
Quando nessun’altra pietra poteva entrare nel barattolo, chiese alla classe: “Il barattolo è pieno?”

Tutti risposero di sì.

“Davvero?”

Si chinò di nuovo sotto la cattedra e tirò fuori un secchiello di ghiaia.

Versò la ghiaia agitando il barattolo di vetro in modo che i sassolini scivolassero negli spazi fra le pietre.
Chiese di nuovo: “Adesso il barattolo è pieno?”

A questo punto la classe aveva capito.

“Probabilmente no.” rispose uno.

“Bene.” replicò l’insegnante.

Si chinò sotto il tavolo e prese un secchiello di sabbia, la verso nel barattolo, riempiendo tutto lo spazio rimasto libero.

Chiese: “Il barattolo è pieno?”

“No!” rispose in coro la classe.

“Bene!” riprese l’insegnante.

Tirata fuori una brocca d’acqua, la versò nel barattolo riempiendolo fino all’orlo.

“Qual è la morale della storia?”, chiese a questo punto.

Una mano si levò all’istante.

“La morale è: non importa quanto fitta di impegni sia la tua agenda, se lavori sodo ci sarà sempre un buco per aggiungervi qualcos’altro.”

“No, il punto non è questo.”, disse l’insegnante, “La verità che questa illustrazione ci insegna è che se non metti dentro prima le pietre, non ce le metterai mai.

Quali sono le pietre della tua vita? I tuoi figli, i tuoi cari, il tuo grado di istruzione, i tuoi sogni, una giusta causa. Insegnare o investire nelle vite di altri, fare altre cose che ami, avere tempo per te stesso, la tua salute, la persona della tua vita…

Ricorda di mettere queste pietre prima, altrimenti non entreranno mai. Se ti esaurisci per le piccole cose (la ghiaia e la sabbia), allora riempirai la tua vita con cose minori di cui ti preoccuperai non dando mai veramente il giusto tempo alle cose grandi e importanti.

Continua a leggere “Le cose che non colsi (una retrospettiva)”

Il Concorso

calvinhobbes.png
Calvin & Hobbes ©2006

In
questo momento di lettere tra padri (famosi) e figli, di denuncia sul difficile
mondo del lavoro in Italia, e di inviti che i primi fanno ai secondi di
andarsene dall’Italia per avere un riconoscimento meritocratico (Figlio
mio, lascia questo Paese
, Pier Luigi Celli su Repubblica), vi voglio
raccontare la mia esperienza.

Questa storia prende inizio un po’ per caso, da un evento prodromico verificatosi nei primi mesi del 2009, che vale la (breve) premessa.

Allora lavoravo in una società di informatica. Provenivo da un periodo passato in Telecom Italia, dove mi ero abituato ad un ambiente aperto, gradevole, e…grande (i famosi open space), e mi ero ritrovato a lavorare in un piccolo appartamento a stretto contatto con persone che, ad onor del vero, non sembravano molto cordiali. Tempo pochi mesi e i rapporti si erano ulteriormente incrinati: siccome la mia società aveva lasciato la commessa con Telecom io dovevo rimanere in quello spazio ristretto a fare non si sa bene cosa.

A parte questi piccoli inconvenienti, c’era un problema di fondo, che avrei capito solo più tardi: un ingegnere 38enne che irrompe nella consolidata e stantìa prassi di una piccola società di informatica che ha le sue consuetudini, i suoi capi e capetti, ed i suoi rapporti di forza già presenti da decenni, può creare due effetti: o di rottura innovativa oppure di graduale asservimento. Il mio si può dire che fu di graduale rottura.
Caso volle che, a causa di alcune difficoltà di carattere tecnico la cui colpa veniva addossata in parte anche a me, scoprì, nella configurazione sistemistica predisposta dal responsabile informatico una possibile causa della farraginosità dell’aggiornamento che, oltre a rendere più lento il processo, creava notevoli possibilità di errore a chi doveva farne uso. Intendiamoci, nulla di terribile, ma il capo (un ingegnere) che non ne sapeva nulla, chiese conto al responsabile di quell’invenzione. Ci misi poco insomma a farmi nuovi amici..

Dopo aver subìto delle (neanche tanto) velate minacce (roba da fare una vertenza per mobbing…), a marzo arrivò la convocazione dal capo: il rapporto di lavoro si doveva risolvere, per reciproca incompatibilità e reciproco rammarico. Così fu.

Chiusa la premessa, torniamo all’evento del titolo. Qualche settimana dopo, mentre stavo cercando di capire e riorganizzare il mio futuro professionale, sul quale incombevano pesanti nubi, mi cadde l’occhio su un concorso che si svolgeva in una primaria Pubblica Amministrazione del Lazio. Tra le figure professionali richieste c’erano anche informatici, così decisi di partecipare alla prova preselettiva: era giugno, e mi ritrovai insieme a circa 3000 persone.

Questo non era il primo concorso a cui partecipavo, quindi non mi facevo grandi illusioni: come tutti, ci si prova, sperando nella buona stella o in qualche santo.
Allo scritto, non c’erano le solite domandine su quanti cubi entrano in un rettangolo (…), ma c’erano molte domande di cultura generale, e in quel ramo non me la cavo male. Morale, dopo un mese uscirono i risultati, ed io ero tra la trentina di candidati che l’aveva superata!

A quel punto c’era la prova scritta vera e propria sulle materie del concorso. Diritto (per me nuovo), e ovviamente informatica. Passai l’estate a studiare (praticamente solo il primo), e a ottobre andai alla seconda prova del concorso.

E qui la faccenda inizia a farsi interessante.

Non solo passo il secondo scritto, cosa che per me non era affatto scontata dato che diritto non rientrava tra le materia di mia competenza, ma lo passo col voto più alto! E qui c’è una buona dose di soddifazione personale: nell’ultimo concorso, per dire, non ero riuscito a rientrare neanche nelle prime posizioni. Ora invece non solo mi ritrovo all’orale, ma primo in graduatoria..
Dunque una favorevole concomitanza di eventi, destinata certamente a non ripetersi.

Qui inizia anche il mio, per così dire, “calvario”. Già il giorno stesso della prova mi sento male, ma resisto comunque fino alla fine. Da quel giorno e fino alla prova orale, il mio maldistomaco non mi darà tregua. Alla fine avrò perso circa 7 kg in poco meno di due mesi (di sola dieta bianca).

Ma il calvario non è soltanto nella preparazione e nell’ansia patologica che inevitabilmente mi porto dietro. C’è in gioco la dignità del futuro professionale, e soprattutto c’è l’aspetto della famigerata “raccomandazione”.
Fino a pochi anni fa, arrivati a 50 anni non ti assumeva quasi più nessuno. Oggi siamo scesi a 40. E senza un lavoro non è possibile neanche formare una famiglia, o diventa molto difficile.. Pensieri che ti attanagliano lo stomaco e il cuore, e ti affollano la mente.

Già, la raccomandazione. In Italia sembra che non si possa fare un concorso se non si ha qualche spintarella, qualche aggancio, qualche politico che fa una telefonata, che manda una letterina, o un amico vescovo, un…santo in terra, e così via. Chi mi conosce, sa però che a me non piacciono i compromessi. E’ ben difficile andare in giro a dire ed a scrivere che la politica e le persone devono avere un’etica se poi io per primo, alla prima occasione, metto da parte i principi ed i valori che difendo per avere un tornaconto personale.

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