Bilancio di un anno

✓ 1° Libro (in fase di correzione, ma ci siamo)
✓ 2ª Laurea (umanistica, la prima era tecnica)
✓ 1° articolo scientifico (peer-reviewed)
✓ 1° Insegnamento a Tor Vergata (Lab)
× Rottura definitiva con l’ex.

Un anno intenso. Senza dubbio.

La ricerca del pattern

“Ci sono cose che non ti sembrano collegate. Ma a un certo punto le colleghi e tutto ha un senso”, dice Cheryl in The Secret Life of Walter Mitty (il remake non è un gran film ma contiene alcune buone intuizioni).

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A volte metto insieme alcuni elementi per trovare un pattern, un modello di senso. Steve Jobs incentrò il suo famoso discorso di Stanford del 2005 sul concetto dei connecting dots, e che è possibile farlo solo guardando indietro. È così, e a volte ci riesco bene, a volte meno. In molte occasioni quest’anno mi è stato possibile unire i puntini per vedere un disegno più grande, ed è stato forse l’anno in cui è accaduto più chiaramente.

Non per tutti è così, o non per tutte le cose (il tema della narrazione personale e collettiva è un leitmotiv delle mie ricerche – quindi il pippone è assicurato). Se guardo ai racconti di amici, amiche, ex, o colleghi, mi accorgo che per alcuni non è facile unire i puntini e vedere un “disegno”. In alcuni casi non si dà importanza a cose che invece forse avrebbe senso connettere. In altri casi ci si fissa in una narrazione che apparentemente ha un senso, ma che non connette le cose “giuste”. Spesso non diamo spazio a ciò che è doloroso, perché non lo vogliamo vedere. Così ci raccontiamo una storia, ma i puntini non si connettono o manca sempre qualcosa…e il disegno non appare.

L’ultima spunta della mia lista è di questa categoria: è stata una perdita che non capisco. Posso aggrapparmi al motto di un poeta, raccontarmi che è servita a farmi crescere, ma la verità è che dopo tutti questi anni non riesco a trovare un senso a questa storia – ma forse ha ragione Vasco: un senso non ce l’ha. Niente puntini da unire, niente pattern.

— Continua a leggere su Lucianogiustini.com

 

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La seconda laurea e l’insegnamento (da trarne)

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Il 18 maggio ho conseguito la mia seconda laurea, in Scienze dell’informazione, della comunicazione e dell’editoria all’Università degli Studi di Tor Vergata. Ok, c’era già quella di ingegnere informatico ma questa è stata la laurea che ho sentito più mia: quella “vera”, se così si può dire. In questo percorso ho trovato un felice connubio sia professionale, su tematiche che seguo da alcuni anni – sociologia della comunicazione, ma anche la mia antica passione: psicologia – sia soprattutto umano, incontrando persone straordinarie. Devo gratitudine a chi ha avuto la pazienza di seguirmi con puntuali consigli e necessaria strutturazione delle mie (tante, troppe) idee, in un lavoro che ha poi portato alla stesura di una tesi originale, del cui oggetto di ricerca, i «cluster digitali» scriverò – auspicabilmente presto – in un articolo a parte. È stata insomma una bellissima esperienza, faticosa e arricchente, che probabilmente proseguirà (nell’ambito dell’insegnamento, da cui il titolo).

Perché ne parlo qui? Per un paio di motivi. Il primo è tenere traccia sul blog di un evento per me importante. Dal primo post sono passati esattamente quindici anni (era il 2002) e già nei primi dieci di cose ne erano successe: ogni tanto mi capita di rileggere cos’è cambiato intorno a me, e anche come sono cambiato io, e il blog a mio avviso rimane ancora il posto migliore per fermare qualche esperienza e concetto.

Il secondo motivo è mettere a fuoco qualche elemento che ho tratto da questo percorso di studi. I temi di fondo che ho riscontrato sono sostanzialmente tre:

1 – Cambiare quando non va. Dopo la felice esperienza nella Nice (dal 1998 al 2004), dove avevo portato le mie esperienze e competenze degli inizi, mi sono trovato a lavorare per alcuni anni in Telecom Italia, e successivamente in una società di consulenza e system integration, e come programmatore in un team romano tra i più validi e produttivi che abbia incontrato. Eppure… è stato proprio in quell’occasione che ho avuto la crisi più dura: alla fine del 2010 mi sono reso conto che la programmazione, e in parte anche il Web development non erano più la mia strada. Non era solo un problema cognitivo (i dolori di stomaco mi affligevano da ormai un paio di anni) ma ero cambiato io, e dagli anni dell’esordio editoriale a quelli dell’ingegneria del software i miei interessi si erano spostati sempre di più su altre tematiche. Usavo ancora gli strumenti “del mestiere” come Eclipse, configurandolo alla perfezione per il Php e il versioning SVN, ma l’esperienza diventava sempre più terribile.
Nel 2011 ho quindi preso un anno sabbatico e ho cercato di capire cosa non andasse in me: avevo una laurea in quel ramo ed ero programmatore da anni, quindi era molto difficile riconfigurare (per usare un termine congeniale) un percorso professionale avviato, anche se in crisi. Ricordo come quel periodo fosse orribile.
Rileggendo quell’esperienza posso dire invece che è stata la fase più utile. Dovevo staccarmi da un mondo che non era più il mio, per capire che il mio mondo era un altro. Verso la fine di quello stesso anno capitò un evento di quelli che ti cambiano la vita: Giovanna Abbiati, con cui poi avrei fatto cose belle e importanti, mi chiamò per chiedermi se ero disponibile a insegnare nel nascente Master in Comunicazione e New Media all’Ateneo Regina Apostolorum. Avevo già tenuto dei corsi di programmazione, ma in strutture piccole e con poche persone. Si presentava un’occasione per un salto qualitativo e per mettermi davvero alla prova. Risposi di sì, con qualche timore ma anche molta motivazione. Proprio nell’Ateneo ho scoperto quella che, con un po’ di prosopopea, ho chiamato la mia “vocazione all’insegnamento”, ed è stato davvero una rivoluzione, anzi l’inizio del cambiamento. Negli anni successivi ho realizzato un percorso formativo sui temi dei social media, che come early adopter conoscevo bene, insieme alle competenze digitali che come tecnico portavo in dote, riuscendo a coprire i molti argomenti nel numero prefissato di ore (sforando un po’…). In quel periodo ho scoperto che trasferire le mie competenze era sì faticosissimo ma anche bellissimo, e che insegnare è un’avventura che ti impegna a capirne di più, a informarti di più, a saper ascoltare di più e ad imparare, molto, dagli studenti e dai colleghi. È stato un salto che ha poi portato alla riconfigurazione (arieccola) del mio percorso professionale: perché a quel punto avevo capito che il rapporto con l’informatica e la telematica era cambiato e che quello che avevo studiato e imparato lo dovevo riorganizzare per poterlo trasferire ad altri, che l’avrebbero usato in modi diversi e nuovi. Da quell’esperienza peraltro è nata anche quella grande iniziativa che è stato il TEDxViadellaConciliazione, nel 2013, di cui proprio in questi giorni si riparla per l’intervento che Papa Francesco, che allora era stato appena eletto, ha tenuto al TED di Vancouver ad aprile di quest’anno. E molte altre cose che alla fine hanno consentito di capire che l’ambiente dell’insegnamento poteva essere una strada mia.

2 – La formazione continua (soprattutto in tempi di analfabetismi). Quando si esercita una professione come l’ingegnere, o il medico, o l’architetto, ci si dovrebbe tenere continuamente aggiornati. In realtà nell’informatica è palese, ma nella mia esperienza la stessa cosa vale per quasi tutte le professioni qualificate. È un problema molto sentito, perché non sempre è possibile frequentare corsi (se non ci pensa l’azienda presso cui si lavora, bisogna provvedere da soli, per non parlare del giusto tempo da dedicarci, gli argomenti da scegliere, ecc.), e i temi tecnologici – come detto – sono fortemente “sotto pressione”. Non ho usato il termine pressione a caso: talvolta parlo con amici che svolgono professioni in ambiti molto diversi, come ad esempio psicologi e psicoterapeuti, ma anche teologi, e anche in questi campi l’aggiornamento è divenuto imprescindibile. Per rimanere nell’esempio, solo in psicologia negli ultimi vent’anni è cambiato quasi tutto: molti dei modelli che fino agli anni Novanta andavano bene, oggi sono sottoposti a profondi processi di revisione. Questo accade grazie alle nuove scoperte nel campo delle neuroscienze e della psicoterapia. Tuttavia, è chiaro che chi ha studiato in quegli anni, oggi si trova a dover affrontare un percorso di riqualificazione complesso e a volte neanche ben chiaro (ci sono decine di modelli e scuole diverse…). Lo stesso discorso si può estendere, come si diceva, ad altre professioni. Ora immaginate cosa voglia dire quando bisogna insegnare qualcosa, in uno o, come nel mio caso, in più campi disciplinari contigui: l’aggiornamento formativo non deve solo essere continuo ma il più possibile diversificato e approfondito. Così ho capito che se volevo essere un insegnante valido dovevo colmare alcuni gap che nel tempo si erano evidenziati, nell’ambito delle scienze umane. Come ingegnere e come esperto del Web ero coperto dal lato tecnico, e con la rivista avevo approfondito alcune tematiche sulla comunicazione e sull’editoria, ma approfondire in modo più strutturato queste tematiche era diventato improcrastinabile. Ecco allora che nel 2014 è maturata la scelta di intraprendere un percorso di studio nuovo, che mi ha portato poi a conoscere la realtà di Tor Vergata, dopo aver selezionato l’offerta delle due altre università pubbliche romane, come la più confacente a quello che stavo cercando. Lì ho trovato persone straordinare, a partire dalla mia tutor che ha ritagliato “su misura” un piano di studi poi rivelatosi ottimale, alla mia relatrice che ha affrontato e strutturato il tema della mia ricerca nel momento stesso in cui lo stavo chiarendo a me stesso.
Da questo percorso di formazione impegnativo ho tratto almeno due lezioni importanti: senza una cultura a largo spettro, che unisca sia il lato più tecnico (nel mio caso le scienze dure) che quello umanistico, non è pensabile essere un buon formatore. Tra l’altro, ho verificato anche quanto sia importante il processo di approfondimento culturale proprio per poter leggere la complessa realtà che ci circonda. Purtroppo, approfondendo le mie ricerche – anche per la stesura del lavoro finale – mi sono reso conto di come il nostro Paese, da questo punto di vista, sia molto molto indietro. Non mi dilungo negli esempi – neanche credo ci sia bisogno di farne: ma tra analfabetismi digitali, “funzionali” (che sono però sempre da definire nello specifico) e di ritorno (quando si smette di studiare e si iniziano a perdere quelle conoscenze e competenze che si erano acquisite con gli studi), la situazione è drammatica, e c’è molto lavoro da fare.

3 – Le dinamiche dei social network. Si potrebbe cominciare col “fanatismo che corre sulla rete”, e credo sia esperienza di tutti averlo incontrato in qualche discussione online. Tuttavia la situazione oggi si è molto complicata. Proprio sulle dinamiche distorsive dei processi digitali, evidenziate dai social network, si è concentrata la mia ricerca negli ultimi anni. Ci sono fanatismi religiosi, storici, c’è un fanatismo politico, sociale, in generale una narrazione ideologica che vive di pseudo-verità fin da tempi non sospetti, come si suol dire. Ma è soltanto quando queste ideologie si saldano con le dinamiche dei social network che il discorso cambia completamente: le narrazioni distorsive si amplificano e si rinforzano in modalità che fanno fare il salto di qualità a quello che prima era confinato a un ristretto novero di persone – vuoi perché poco informate, vuoi perché poco propense ad allargare i propri punti di vista. Da qualche anno (generalmente si situa dal 2009-2010, quando la diffusione dei social media è divenuta pervasiva) centinaia di migliaia – e  milioni – di persone si trovano a condividere narrazioni comuni in un modello di diffusione nel quale gli algoritmi hanno una parte preponderante. Pensando di favorire i gusti degli utenti, infatti, i vari filtraggi effettuati dalle piattaforme fanno vedere quello che è ritenuto gradito all’utente ─ spesso non sbagliando. L’effetto è una sorta di loop: le persone effettuano delle scelte, selezionano per prime fonti e contenuti alla ricerca di temi specifici che confermino credenze e preconcetti (inclusi bias e quant’altro), e gli algoritmi iniziano a filtrare i contenuti presentando sempre di più quel tipo di contenuti. A partire dalla filter-bubble, individuata nel 2011 da Eli Pariser partendo dalla personalizzazione dei risultati di ricerca di Google, ci si è accorti che il fenomeno distorsivo è diventato talmente ampio da produrre un effetto ancora più allarmante: il modello conversazionale si sta deteriorando in modo così rapido, rendendo le persone meno abili al confronto e al dialogo ma anzi più chiuse e refrattarie, che non si parla più di “bolle digitali” ma di vere e proprie «celle blindate» (Luciano Floridi). È un processo noto specialmente agli addetti ai lavori, ma che nel 2016 è salito alla ribalta per le elezioni di Donald Trump negli USA, e per il termine fake news usato un po’ come il prezzemolo. Il problema della disinformazione e delle false notizie è stato messo a fuoco in particolare da un paio di grandi ricerche uscite negli ultimi mesi (soprattutto Anatomy of news consumption, pubblicato su Pnas a inizio 2017), che mostrano come conseguenza primaria del processo distorsivo l’estrema polarizzazione su temi specifici. Proseguendo nelle ricerche ho osservato qualcosa che rende il modello stesso fortemente aggregativo, innescando un disancoraggio tra esperienza e realtà (dove il racconto e la narrazione sono gli elementi comuni) che produce effetti evidenti: le elezioni politiche sono un esempio, ma i prodromi sono visibili già prima in molti luoghi della rete.

Queste tre tematiche hanno reso un percorso di studio e formazione ora più “chiaro”, potendo approfondire in modo appropriato gli ambiti di comunicazione, sociologia, psicologia e storia. Quando si insegna, bisogna prima di tutto imparare: è una banalità se vogliamo, ma si può declinare in vari modi. Ho imparato (e sto continuando a imparare) a ragionare, ad esempio, in modo scientifico, che non è una cosa né facile né scontata. Uno storico può distorcere la verità se rinuncia ad approfondire i fatti per “far tornare i conti”. Così quando si scrive qualcosa di scientifico – o comunque con un certo livello di rigore – bisogna abituarsi a dimostrare tutto quello che si sostiene, a collegare i fatti e le idee, e anche a metterle e mettersi in dubbio, se necessario.
Oggi è questo forse uno dei punti nodale di molte criticità interpretative: in un contesto informativo tanto ricco, distinguere le cose con il dovuto tempo e livello di approfondimento è una sfida per tutti: c’è un processo entimematico (di verosimiglianza) a cui l’utente è continuamente sottoposto, che richiede un lavoro di affinamento e selezione che implica a sua volta una capacità critica che perfino per gli “esperti”, a volte, non è scontata né immediata; è un mix di intuito e capacità ed è complicato, realisticamente, per la gran parte delle persone riuscire a capire dove si fermano le opinioni o le fake news (spesso disseminate a bella posta) e dove comincia il «fatto nudo» che comunque, come diceva già Kelly nel 1955, non esiste. Potrei anche citare il famoso effetto Rashomon, per cui ad esempio quattro osservatori diretti di un fatto riportano quattro versioni diverse dello stesso: è un discorso complesso che vale la pena di affrontare. Il rischio, già in parte realtà, è di affidarsi ad enti terzi (dalle piattaforme digitali alle istituzioni) per decidere cosa leggere, vedere, cercare – in un processo di selezione che inevitabilmente non è trasparente, non può mostrare gli “unknown unknowns“, ovvero le cose che non stiamo vedendo (concetto reso famoso da Donald Rumsfeld nel 2002).

Dunque, inizia una nuova sfida. Che partirà dal rimettere le mani sul lavoro fatto, intanto, per le necessarie correzioni e migliorie in modo da poterlo eventualmente diffondere con contezza. E poi pensando a un programma formativo, quando sarà il momento, sui temi suddetti. Sarà un impegno non banale, ma collaborare con persone con cui c’è una bella sintonia e uno scambio proficuo di stimoli e idee è una combinazione che mi attira e molto rara, nella mia esperienza.. Durante questi mesi non soltanto ho lavorato molto a migliorare le capacità di selezionare, collegare le cose, scriverle in modo corretto (soprattutto meno narrativamente) ma ho dovuto inventare, diciamo così, un metodo per raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissato, e applicarlo: in altre parole, imparare a motivarmi da solo per portare a termine il progetto, però non “da solo”, ma anche grazie al prezioso e paziente aiuto delle persone che ho avuto la fortuna di incontrare sul cammino.

Insomma, pensavo di essermi fermato, e si sono accumulate invece tantissime cose da fare. Nel corso di self-management all’Ateneo forse mi servirà qualche consiglio :-)

Buona la seconda (Laurea)

My entire life can be summed up in one sentence: things didn’t go according to plan.
─ anonymous

 

L’inizio dei post che preferisco contiene una citazione che svela il senso, in modo ironico e semplice, ed è tutto chiaro. “La mia intera vita si può riassumere con una frase: le cose non sono andate secondo i piani”

E’ una cosa brutta o bella? Secondo me, bella: non credo molto nella pianificazione. Parlerò di una scelta in un ambito totalmente diverso da quello in cui mi ero mosso fino a pochi anni fa, dell’incredibile sequenza di eventi che sono “andati a posto” da soli e che hanno portato ad un approdo apparentemente sorprendente, alla fine di un percorso di ricerca e all’inizio di una strada che mi ha portato gioia, novità, e, almeno in teoria, disegnerà un andamento alternativo della mia vita. E’ un percorso arricchente ma che in fondo è un ritorno alle origini.

Ma che cosa è successo?

Da diversi anni, come chi mi conosce sa, vivevo una specie di crisi professionale. Il fuoco per l’informatica era passato, non senza perplessità, e la passione, soprattutto, per la programmazione e la progettazione sembrava essersi esaurita o perlomeno arrivata ad un punto morto, dopo un percorso fatto di molteplici iniziative, ricerca e studi che aveva portato a diversi successi e a un mestiere durato anni. Ma ho capito che le mie passioni e i miei interessi si stavano spostando: sempre più passavo dall’approccio delle scienze tecniche a quello delle scienze umane. E’ stata una presa di coscienza in realtà molto lunga, che ha interessato molti anni e non senza diversi ripensamenti.

Inizialmente avevo intrapreso un percorso di avvicinamento alla psicologia, uno dei temi che più mi interessava – anche perché la mia formazione era davvero carente sotto quell’aspetto: diciamo la verità, non ero portato per l’empatia o la capacità di avere una visione più approfondita su di me e sull’altro, né tantomeno all’interno della professione ciò era considerato un vantaggio. Quindi, di fronte all’incapacità di affrontare il mondo relazionale in maniera efficiente, da bravo ingegnere ho approfondito i temi che mi interessavano per cercare di capirci qualcosa, cosa che in effetti serviva. Nel frattempo, il mio campo di ricerca e competenza era sicuramente diventato la comunicazione (ambito senza dubbio ampissimo), e in particolare la parte relativa al rapporto con i nuovi media – in questo l’essere stato un innovatore prima con Beta e poi osservatore e ricercatore, approfondendo la materia e animando discussioni e progetti con molti attori e protagonisti dell’internet italiana era stato fondamentale.

Questo avveniva ancora qualche anno fa.

A partire dal 2004 si sviluppa l’interesse per i nuovi media e dal 2007 per i social e contemporaneamente per le scienze umane: è tutto connesso.

Fino al 2011 sono stato un ingegnere informatico “full”: ho lavorato in Telecom Italia ed in altre società del settore facendomi un po’ le ossa in campo tecnico, dopo la grande stagione pionieristica nella Nice, la società dove avevo fondato e progettato il network editoriale di Beta nel 1998 e negli anni successivi con annessi e connessi.
Eppure lavorare nel campo dell’informatica non mi stava piacendo più. Ma come mai, mi dicevo: “io sono questo”, “la mia passione e il mio lavoro sono questi”. Com’è possibile che il Luciano che passava notti intere davanti al pc fino a pochi anni fa, oggi era bloccato?

La questione è stata abbastanza complessa da risolvere.

Ero una persona abituata ad interagire principalmente in ambito tecnico, e anche piuttosto solitariamente, ma la parte di me relazionale era diventata non più comprimibile: lavorare nell’ambito tecnico significava continuare a mantenere la gabbia che mi stava stretta, in un contesto fortemente competitivo e un po’ nerdiano. Peraltro il cliché dell’informatico in realtà era un po’ appiccicato: seppur con un approccio, quello tecnico-scientifico, dal quale non potrò mai prescindere, l’ambito tecnico informatico era solo uno dei miei ambiti di interesse, e non era più al primo posto.

E’ nel 2012 che cambia qualcosa: scopro la vocazione all’insegnamento grazie alla lungimiranza di Giovanna Abbiati, che fa partire il primo Master in Comunicazione e new media all’Ateneo Regina Apostolorum (e con la quale successivamente organizzerò il TEDx in Vaticano). Questa opportunità professionale, che mi darà anche grandi soddisfazioni personali (memorabili le tesine dei miei studenti che seguo una ad una con grande entusiasmo), farà però emergere ancora di più quello che sembrava un malessere, una pausa nello spazio della mia attività professionale.

Dovevo, in qualche  modo, evolvermi e imparare. Dovevo fare qualcosa mettendo a frutto da una parte le conoscenze e quello che avevo imparato con l’insegnamento e dall’altra approfondire il collegamento tra le scienze umane, la comunicazione, e l’informatica. Ma come?

In questi anni ho avuto la fortuna di avere affianco delle persone straordinarie che mi hanno aiutato molto in questo percorso di trasformazione. Il buon neurologo, innanzitutto, che mi ha preso in carico quando ero nel pieno della crisi, poi il mio padre spirituale, il mio gesuita come lo chiamo io (provocando l’ilarità generale) che mi ha seguito e mi segue con una pazienza in odore di santità, e poi la psicoterapeuta che mi ha portato in qualche modo all’accesso al mio mondo emotivo in modalità nuove e inaspettate. Tre figure necessarie, probabilmente.

Che fare, dicevo? Le opportunità professionali – o le sfide, come si chiamano oggi – erano venute meno a causa di una politica a mio avviso miope dell’ateneo che aveva deciso di cancellare il Master in comunicazione gettando al vento un lavoro fruttuosissimo e pieno di impegno che aveva avuto un successo straordinario. Dopodiché c’era l’aspetto prettamente informatico: già, ma i miei interessi ormai si erano spostati sull’insegnamento e sulla formazione.

Proprio sulla formazione c’è stato molto lavoro di ricerca. Mi ero avvicinato anche al mondo del coaching, prima in modo critico, poi cercando di comprendere cosa c’era di buono e cosa invece poteva essere rischioso o semplicemente inadatto, pur con i miei limitati strumenti ma insieme appunto alle persone che nelle rispettive professioni mi hanno sempre dato un apporto fondamentale in questa comprensione.

Ricordo a tal proposito un bellissimo commento su alcune mie considerazioni di ordine psicologico che avevo riassunto alcuni mesi fa in un post dal titolo emblematico, Alla ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno) dall’’attuale vicepresidente dell’ordine degli psicologi della Lombardia: “Ce ne fossero di ingegneri come te!!”. Per me fu un onore e in parte un sollievo, anche perché quel post fu duramente contestato da uno dei professionisti succitati di cui avevo totale stima, e che sicuramente aveva colto delle imprecisioni, che poi hanno portato ad un rimaneggiamento del post stesso.

Viene il tempo delle decisioni, e siamo al 2013. Essendo legato ancora allo schema professionale dell’ingegneria – e non volendo aspettare oltre per cambiare qualcosa – decido di prendere un (costoso) Master universitario internazionale in Management and emerging technologies, di ambito ingegneristico. Sembra fatto apposta per dare una svolta alla mia professione, e invece si rivela un errore madornale. Me ne accorgo solo dopo: tutti gli argomenti delle materie vertono su aspetti tecnologici e tecnici estremamente approfonditi, perfetti per chi vuole fare un percorso per lavorare in ambiti estremamente specialistici come il settore automotive, per esempio, ma non per me e non a 44 anni! Credevo che approfondire i temi delle nuove tecnologie sarebbe stata una strada coerente: mi ero sbagliato. Stavo prolungando lo stesso errore che avevo fatto con la prima laurea – e ora per di più tutto era di scarso interesse per me – quando il mio orizzonte si stava spostando invece sulle scienze umane e sulla relazione tra queste e le scienze dure. Non c’era niente in quel Master che facesse per me…Ma ormai la frittata era fatta.

Mentre sono devastato dall’errore fatto, nasce per caso, per una coincidenza provvidenziale, diciamo così, l’opportunità che mi farà intraprendere il percorso giusto: navigando sui siti universitari mi cade l’occhio su una laurea specialistica in Teorie della comunicazione in un’università privata, la Link Campus. Guardo gli esami, approfondisco gli argomenti e penso “che bello sarebbe poter fare questa. Ma chi ce l’ha 5 anni…”
Decido comunque di telefonare, più per sfizio che per altro, e mi risponde una gentile signora alla quale faccio qualche domanda. Ad un certo punto butto là una frase quasi senza pensarci: “Peccato che con la mia laurea non posso accedere a questa specialistica, sennò..”. E dall’altro capo mi sento rispondere: “Chi gliel’ha detto, scusi?”.

Come una scossa che ti attraversa quando incroci il sorriso della ragazza che avevi sempre sognato, la vita mi passa davanti e balbettando dico “Lei mi sta dicendo che posso accedere direttamente alla specialistica del corso in Teorie della comunicazione con la mia laurea?” – “Si, lei mi ha detto il suo curriculum, che è molto buono, lo valutiamo in sede di commissione ma sicuramente le posso dire che dal punto di vista accademico, con la riforma, non ci sono problemi”.

“Grazie!” Appena termina la telefonata mi fermo un attimo, ed urlo: Si – può – fare!!

E’ un momento di pura euforia e di fervente attività. A quel punto, una volta scoperto ed appurato che il percorso di unire le mie competenze tecniche con le scienze umane in un unicum accademico è fattibile ed in tempi umani, inizio a vedere i possibili percorsi specialistici nelle Classi di laurea in Comunicazione (sono diverse) di tutte le università romane. Telefono e mi informo, scarico brochure e indirizzi, vado a parlare con le responsabili didattiche, trovando disponibilità e professionalità. Ma ancora le cose non sono così semplici come sembrano…

Le tre principali università statali più una privata alle quali sono interessato, infatti propongono sì percorsi diversi – tutti molto interessanti – ma a delle condizioni: non potrei iscrivermi all’anno accademico in corso ma devo aspettare l’inizio dell’anno successivo, e nonostante il mio curriculum dovrei comunque dare alcuni esami della triennale, “per stare sicuri” in sede di valutazione. Inizio a scoraggiarmi ma insisto.

E’ a questo punto che la magia accade.

Per scrupolo avevo scritto anche all’università statale più lontana da casa mia – che proponeva anch’essa un percorso didattico estremamente interessante – scusandomi per il fatto che avessi saltato le precedenti prove concorsuali per accedere alla laurea specialistica ed allegando un curriculum vitae e studiorum. Pensavo che non mi avrebbero neanche risposto…
Il giorno dopo invece mi risponde, in poche ma fondamentali righe una professoressa (che non smetterò mai di ringraziare) che mi annuncia che c’è un’ultima finestra concorsuale da lì a pochi giorni per entrare nell’anno in corso, e che sarebbero disponibili a un colloquio. Mi dà appuntamento alla mattina seguente, il suo giorno di ricevimento.

Ed è proprio lì che grazie alla lungimiranza e la disponibilità del collegio didattico posso coronare il sogno, è in quel momento che i pezzi del disegno iniziano ad andare ognuno al posto loro. Quando ci incontriamo, lei mi spiega che proprio quell’università sta promuovendo da alcuni anni un percorso multidisciplinare che cerca di mettere insieme ambiti di competenza diversi. Io sarei stato ottimo per questo approccio. Ed era proprio quello che stavo cercando – io e loro. Erano le persone con cui mi sentivo di poter intraprendere un percorso formativo finalmente coerente, anche se in realtà mi apparteneva da sempre: perché in realtà la Comunicazione era il filo rosso che mi univa fin dalle mie prime esperienze lavorative. Il commento più bello è stato il suo: “è davvero raro che una persona con una formazione tecnica si avvicini e approfondisca le discipline delle scienze umane, il suo è un percorso complesso ma molto ricco”.

Da lì in poi è stato tutto un faticoso ma entusiasmante percorso di avvicinamento. Ancora ricordo quelle settimane tra gennaio e febbraio come una corsa continua alle scadenze: colloquio preliminare con docenti titolari, incombenze amministrative con problemi inaspettati (nell’altra università risultavo ancora iscritto!), preparazione del Piano di studi, integrazione del curriculum con testi per colmare le lacune (in storia, ad esempio!).

Arriva il giorno della valutazione del collegio didattico: il suo superamento, diventa l’occasione per conoscere persone straordinarie, grazie all’impegno della mia tutor formidabile e dalle vedute ampie, con cui abbiamo stilato il percorso personalizzato. Ricordo quel giorno anche perché chi ha esaminato ed approvato il mio percorso mi ha detto una cosa che reputo molto bella: io, un po’ emozionato, cercavo di rompere gli indugi mentre valutava le differenze di Cfu (ovviamente tra i codici di Ingegneria informatica e quelli di Lettere e filosofia ci sono ben poche concordanze!) dicendole che “io sono molto motivato”, e lei mi ha risposto “Anche noi!” con un bellissimo sorriso. Era fatta! Ero nel biennio magistrale (e nell’anno in corso!) di Scienze dell’Informazione e della Comunicazione.

Forse è vero, credo che sia difficile che si uniscano mondi così lontani come l’ingegneria e lettere e filosofia. Ma io in questi anni sono cambiato, l’informatica ormai mi va stretta, ed era tanto che inseguivo questo progetto, in realtà. Anzi, diciamo che è quello che avrei dovuto fare da subito. Ma, come si dice, meglio tardi che mai. E io sono in ritardo, in genere…

Man mano che vado avanti nei corsi e nei seminari di questa fantastica galoppata nella mia seconda laurea, ho imparato moltissimo. Ad esempio per l’importanza della multidisciplinarietà: ci sono sfere culturali che non si parlano, (Scienza) e (Filosofia), per dirne due che sono sotto gli occhi di molti, oppure (Tecnica) e (Letteratura), ecc. Molte persone, anzi la maggior parte, non mettono insieme due sfere distanti e c’è chi rimane tutta la vita confinato in una dimensione professionale senza volerne sapere di altre, ad esempio il Teologo che studia solo storia dell’arte e religione e non vuole saperne di metodo scientifico, o lo scienziato che studia solo il mondo tecnologico di sua competenza e non avverte nessuna esigenza di comprendere il trascendente. Viviamo nell’epoca della specializzazione, come noto.
Ma più si integrano le discipline e si esula dalla specializzazione e più si amplia il proprio orizzonte culturale, e più le cose iniziano ad apparire sotto luci diverse. E ciò che prima vedevi solo da un’angolazione, la vedi da molte altre….

L’impegno è gravoso – e c’è anche in qualche modo rinuncia in questo percorso – su questo non posso certo mentire: so che mi prenderà tempo e lo toglierà ad altri progetti, ma sono contento così. Molto contento.

*    *    *

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La mia booklist e playlist 2013

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Ecco le mie top ten di libri e musica per l’anno che si sta concludendo. Qualcuno è del 2013 qualcun altro un po’ più vecchiotto, ma tutti sono nella mia lista dei consigliati.
 
Booklist
– Principi di Web Design, Joel Sklar, Apogeo. Un testo fondamentale per chiunque si occupi professionalmente di sviluppo web, o di formazione in quest’ambito. (link)

– Programmazione Web lato server (2a edizione aggiornata, che è praticamente la 3a, attenzione), di Vincenzo Della Mea, Luca di Gaspero, Ivan Scagnetto. Ben fatto ma soprattutto, cosa rara nel campo del Web tecnico, non è una traduzione da un testo americano ma è stato scritto da tre (bravi) docenti universitari italiani. (link)

– Cyberteologia, Antonio Spadaro S.J. E’ del 2012 ma lo consiglio vivamente lo stesso, anche a chi non è credente. (link)
Tutti i racconti, Flannery O’Connor, Bompiani. Consiglio in particolare ‘Everything that rises must converge’ e ‘La vita che salvi può essere la tua’. (link)
Ergonomia cognitiva, F. Di Nocera, Carocci. Un approccio molto tecnico ma una materia fortemente innovativa. Se interessati, consiglio anche i companion Che cos’è l’Ergonomia cognitiva dello stesso autore e Metodi di Ergonomia cognitiva, di Fabio Ferlazzo. (link)
Cognizione e comunicazione, E. Arielli, il Mulino. Di qualche anno fa, ma rimane un testo fondamentale scritto in modo tecnico e preciso.(link)
L’etica della comunicazione nell’era digitale, Ignazio Sanna. Piccolo saggio economico e molto interessante, è un insieme omogeneo di contributi di vari autori, tra cui il già citato Antonio Spadaro e Chiara Giaccardi (link)
– God Mechanics, Guy Consolmagno (si trova purtroppo solo su Amazon US), il gesuita astronomo che è tra l’altro intervenuto al nostro TEDxVDC con uno degli interventi più intriganti.
HTML 5 e CSS 3, di Gabriele Gigliotti, “tecnico ma non troppo”, è utile sia per chi vuole aggiornarsi alla prossima (ma già attuale) versione dei due linguaggi del Web, sia per un approccio iniziale all’argomento. (link)
JQuery, Guida per lo sviluppatore, Rob Larsen e Cesar Otero. Un testo tecnico di ottimo livello per approfondire il “secondo” linguaggio del Web dopo quelli appena citati. (link)

 
Playlist
No rest for the wicked – Dub FX (artista geniale e inconsueto) Youtube-link (se vi piace, consiglio anche questo YT-link )
Never let me down again – Depeche Mode YT-link
Nothing’s Impossible – Depeche Mode YT-link
Safe and Sound – Capital Cities YT-link
The Lamb – Tenebrae Choir YT-link (che fa parte della colonna sonora de La grande bellezza di Sorrentino, che merita tutta)
Go Slow – Nolan ft. Amber Jolene (Per lavorare bene al computer) YT-link
Missing – Everything but the girl – Missing (I miss you like the desert miss the rain..) YT-link

Let her go – Passenger  YT-link
Moonlight Sonata di Beethoven YT-link Per andare sul classico.
Tutti di Adele, ma un paio d’anni fa è uscito questo remix (YT-link) di Rolling in the deep a cura di Tom Buster che, se vi piace sgranchirvi un po’, è ottimo.

Continua a leggere “La mia booklist e playlist 2013”

Focus Group alla Regione Lazio: Smart Specialisation Strategy

(Il post è stato aggiornato dalla sua pubblicazione)

palazzo-regione-lazio.jpg

Vi voglio mettere a parte di un’iniziativa positiva che, una volta tanto, ha per protagoniste le istituzioni – in particolare un ente pubblico, e un piccolo impegno che mi riguarderà presso la Regione Lazio.
Sono stato invitato ad entrare in un gruppetto di esperti, circa 20 persone a livello regionale, nell’ambito del progetto di formazione di un comitato di indirizzo per le aree di competenza dei distretti industriali e produttivi del Lazio. In particolare io sarò chiamato a intervenire per il settore dei Nuovi media. Insomma una bella sfida e un’ottima occasione di confronto!
A partire dai documenti operativi, dovremo riunirci per un Focus group, scambiandoci idee ed indicazioni per un risultato che opera sotto la direttiva europea S3 (Smart specialisation strategy), che è diventata mandatory per ogni livello Regionale europeo. Per il Lazio l’ente che si occupa di questo è la Filas, che gestisce la filiera dei finanziamenti e dei fondi strutturali alle imprese, e Invitalia,  Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa.

Di seguito qualche spiegazione in più sulla cosa (se avete la pazienza di leggere, il testo è un po’ in burocratese).

Sono benvenute osservazioni, suggerimenti, critiche, domande nei commenti  o in email (Contatti)

P.S. Come promesso, il post è aggiornato con le slide del mio (breve) intervento.

Addendum. Sull’argomento si può leggere l’ottimo articolo di Michele Vianello Horizon 2020: cinque principi per superare una visione quantitativa della smart city

Continua a leggere “Focus Group alla Regione Lazio: Smart Specialisation Strategy”

Auguri di Buon Natale e felice Anno nuovo!

 me150.jpgForse uno dei motivi per cui nell’età adulta ci sentiamo molto più annoiati di quando si è piccoli è che si smette di imparare. Non perché si sappia a sufficienza, ma ci si accontenta del minimo necessario, magari anche per fatica e impegni e tempo, così che le cose diventano sempre le solite cose.

 Una volta ho letto questa frase, non mi ricordo più dove, ed anche la ricerca con Google non porta risultati. Forse era un testo su carta, chissà..

Nel consueto post di auguri natalizi, auguro di continuare ad imparare. Questo è il mio augurio sia per me, che da quasi un paio d’anni sono impegnato anche nell’insegnamento, sia per chi studia e per chi lavora  – dove, come sanno bene i miei amici e colleghi nell’informatica e nella comunicazione, imparare ed aggiornarsi non è un passatempo o un hobby: è necessario. Comunicazione, peraltro, che sta diventando il  mio settore di riferimento professionale, oltre che didattico.

Auguro a tutti di essere più comunicativi, di non aver paura delle piattaforme sociali, frequentatele! E ripeto il mio mantra che dico sempre a lezione: aumentate la vostra capacità critica, anche comprendendo le differenze di significato nelle relazioni telematiche ed aumentate.

Per quanto riguarda il mio 2012.. beh, a parte le varie problematiche note (maldistomaco, ma non solo), il numero di impegni sta letteralmente esplodendo: fra poche settimane vi parlerò del grande evento TEDxViaDellaConciliazione che sto organizzando insieme al team dell’ateneo (col quale ho condiviso già molte cose belle, ad esempio il fantastico HTML 5 Day). Per i progetti personali, LG Post, il giornale di curated news che esiste anche su Paper.li, che prima o poi vorrei lanciare in una forma più professionale, e poi c’è sempre BETA nel cuore (e non solo mio): chissà se prima o poi riuscirò davvero a trovare i tempi e i modi giusti per metterla di nuovo in marcia, rinnovata. Una cosa per volta.

Alla ricerca del modo per combinare di più e meglio, ho preso intanto seriamente le metodologie Getting Things Done di David Allen, e ho scoperto the Present Principle, l’utile paper di Claire Diaz-Ortiz (Lead of Innovation a Twitter) che aiuta a districarsi nella difficile arte del fare-molte-cose ─ si suppone: bene. Ho riattivato un blog dormiente che avevo su Typepad (prima o poi dovrò chiedere al mio psicologo perché sospendo solo temporaneamente le mie cose online: paura della morte? Attaccamento alle proprie cose? Scritturossessione? Vanità?), e l’ho rinominato  “The Morning Express“.  Il testo è in inglese. Morning perché è il tema della metodologia, ed Express è il terzo step della strategia del Present (leggete il suo ebook, non ve ne pentirete). Dovrebbe essere un diario giornaliero, nel metodo: ci proviamo. Forse qualcosa di buono uscirà fuori. Gli americani sono molto più concreti di noi europei su queste cose (e su altre), mentre noi ci perdiamo in un’infinità di chiacchiere per spaccare il capello in quattro.

Beh, con questo auguro a tutti un 2013 pieno di serenità. Ne abbiamo bisogno (e concludo con un motto che mi piace molto).

AuguriNatale-piccolo.jpg

“La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.”
─   William Burroughs.

Dieci anni di blog, dieci anni di vita

In questo periodo, il mio blog http://www.lucianogiustini.org compie 10 anni: era infatti metà 2002 quando iniziavo a scribacchiare sul sito.  Cosa è cambiato in questo tempo così lungo (telematicamente, ma anche umanamente)? Moltissime cose, e in questo post vorrei provare a fare un po’ una storia…

 Nel 2002 ero all’inizio di un processo di cambiamento, che in effetti era partito l’anno prima. Fino al 2000, infatti, io ero una persona abbastanza diversa, forse più spensierata e piena di sogni rispetto ad oggi (ed è ovvio, anche se forse non del tutto) e in parte già zavorrata da un’ansia esistenziale fastidiosa ma non ancora invasiva.

Lavoravo nella stessa società che avevo contribuito a far crescere, portando Beta, fondata qualche anno prima e creando IT news, in un ambiente ed in un periodo di grande fermento qual era quello della New Economy. Nel 2001, tuttavia, insieme alla bolla speculativa che rallentò economicamente quel fermento, scattò qualcosa anche dentro di me, ed iniziai a modificare alcuni aspetti del mio pensiero – in modo più categorico e più restrittivo. Questo processo si andò rafforzando nel 2004 (anno della morte di mio padre) ed è finito sostanzialmente nel 2010, quando è iniziato un percorso di profondo cambiamento in senso opposto, più consapevole ed aperto. Schematizzando molto, potrei indicare una prima fase dai 20 ai 30 anni, molto creativa, ansiogena, ed intensa; una seconda fase dai 30 ai 40 sempre creativa ma più tormentata, introspettiva ed a tratti dolorosa, e una terza fase dopo i 40: cambiamento sostanziale, lavoro di consapevolezza e schemi di pensiero in profonda rilettura e revisione. Nel mezzo molti eventi, privati e pubblici.
Provo a ripercorrerne alcuni di essi attraverso un excursus nei post di questi dieci anni…

Continua a leggere su lucianogiustini.org

Dieci anni di blog

BLOG IDEAS

(Dieci anni di vita)

In questo periodo, il blog compie 10 anni: era infatti metà 2002 quando iniziavo a scribacchiare sul sito.  Cosa è cambiato in questo tempo così lungo (telematicamente, ma anche umanamente)? Moltissime cose, e in questo post vorrei provare a fare un po’ una storia… 

 

Nel 2002 ero all’inizio di un processo di cambiamento, che in effetti era partito l’anno prima. Fino al 2000, infatti, io ero una persona abbastanza diversa, forse più spensierata e piena di sogni rispetto ad oggi (ed è ovvio, anche se forse non del tutto) e in parte già zavorrata da un’ansia esistenziale fastidiosa ma non ancora invasiva.
 
Lavoravo nella stessa società che avevo contribuito a far crescere, portando Beta, fondata qualche anno prima e creando IT news, in un ambiente ed in un periodo di grande fermento qual era quello della New Economy. Nel 2001, tuttavia, insieme alla bolla speculativa che rallentò economicamente quel fermento, scattò qualcosa anche dentro di me, ed iniziai a modificare alcuni aspetti del mio pensiero – in modo più categorico e più restrittivo. Questo processo si andò rafforzando nel 2004 (anno della morte di mio padre) ed è finito sostanzialmente nel 2010, quando è iniziato un percorso di profondo cambiamento in senso opposto, più consapevole ed aperto. Schematizzando molto, potrei indicare una prima fase dai 20 ai 30 anni, molto creativa, ansiogena, ed intensa; una seconda fase dai 30 ai 40 sempre creativa ma più tormentata, introspettiva ed a tratti dolorosa, e una terza fase dopo i 40: cambiamento sostanziale,
con un fondamentale disturbo funzionale a fare da spartiacque. lavoro di consapevolezza e schemi di pensiero in profonda rilettura e revisione. Nel mezzo molti eventi, privati e pubblici.

Provo a ripercorrerne alcuni di essi attraverso un excursus nei post di questi dieci anni…

L’amarcord

Nel 2003 iniziava la guerra “preventiva” all’Iraq: la trovavo disgustosa e tremenda già allora e dopo dieci anni non ho cambiato idea (giova anche ricordare quale fu la posizione dell’Italia e del governo allora in carica).
Dello stesso anno è la mia miniguida su
come si apre un blog che divenne “famosa”, ed è sempre al primo posto nelle ricerche di Google (ma anche di Bing, come ho scoperto), aggiornata e parzialmente rivista.
Sempre nel 2003 me la prendevo con Gianluca Neri, il fondatore di Clarence, a proposito del suo famigerato post contro
Padre Pio (oggi non più trovabile sul suo sito, sostanzialmente un lungo atto d’accusa di essere un millantatore, uno che si creava ad arte le ferite per farsi credere santo, che andava con le sue “pie donne”, e così via), un santo che i miei conoscevano bene anche per motivi geografici.

Il 2004 era iniziato scrivendo qualcosa di un po’ serio sui Knowledge blog, il ramo dei blog che si occupa di diffusione della conoscenza nel contesto delle aziende e delle strutture organizzate. Peccato fosse troppo presto.
Ma è soprattutto l’anno della morte di
mio padre, che ha segnato dolorosamente una sorta di spartiacque. L’elaborazione del lutto porterà ad di ripensamento di molte istanze, insieme ad una religiosità più vissuta, intensa e rigida.
A luglio scrivevo qualcosa sulle
radici cristiane, un lungo post ideato insieme al mio caro amico “teologo” storico, per l’annosa questione della Costituzione europea (e i “lumi” come matrice storia dell’Europa).
Un progetto che va in porto in quei mesi è Bloogs
, un prototipo di piattaforma Web gratuita che iniziavo a implementare a fine agosto. Consentirà ad alcuni blogger di prendere il volo e di fare pratica con il Web 2.0, e io la rivenderò qualche anno dopo, a esperimento concluso, ad una società spagnola che aveva un network omonimo (facendoci pochissimi soldi, dicono alcuni – ma non sono mai stato un “bravo” commerciale).

Nel 2004 accade anche l’imprevedibile (e per me imprevisto) episodio dell’articolo della mia rivista Beta che risultava copiato: dopo una lunga ed aspra discussione pubblica con Mafe De Baggis, dalle reazioni infuocate e i toni accesi, si venne a creare una difficile situazione ed alla fine la mia redattrice ammise di aver commesso il grave errore, senza dirmelo.
Intanto conosco
Carlo Viola e Luca Conti (futura blogstar), e li invito a contribuire ad un blog cooperativo su Bloogs. Con Carlo saremo anche tra i fondatori di un tavolo politico di riflessione che sfocerà poi in iniziative concrete nel 2009 (con “Persona è futuro”).
L’anno termina con l’immane tragedia dello tsunami nell’Oceano Indiano
, uno dei più catastrofici disastri naturali dell’epoca moderna (e purtroppo l’esperienza verrà ripetuta con altri tremendi maremoti), con oltre 230.000 morti.

Il 2005 è appena iniziato e già comincio a parlare di politica, facendo due conti (probabilmente sbagliati) con .mau. ed altri amici su un’idea di centro.
Ma la decisione più “grave” e difficile è quella di
sospendere Beta, dopo dieci anni di pubblicazioni (ne parlano pure Punto Informatico ed altri blog in rete). Era effettivamente finito un ciclo per la rivista, e forse anche per noi, ed ancora oggi non sono più riuscito a riorganizzare il sito, o a riprendere in mano il progetto. Mi dico sempre che questo sarà l’anno buono (complice anche l’interessamento di un caro e paziente amico che dirige la sezione Tecnologia di un grande portale nazionale), e poi…
In ogni caso la mia vena creativa fortunatamente non si sospende,  creo il sito
Blogcafè, insieme ad alcuni compagni di viaggio  (Andrea “Cips” Buoso, Luca “Pandemia” Conti, Carlo Viola, Giorgio “Falso Idillio”, e altri), e con le immancabili Blog beer, gli eventi di incontro dove – così come avviene per le discussioni davanti alla macchinetta del caffè – si producevano spesso le idee migliori.
E’ a Pasqua di quell’anno che si svolge uno dei viaggi più belli della mia vita:
Vienna! La capitale austriaca sarà per me un’esperienza emozionale intensa, coinvolgente, anche per il momento particolare che stavo vivendo e per la bellezza austera dell’Austria: mi rimarrà nel cuore, e la città mitteleuropea diverrà un mio “luogo dell’anima”, nella quale tornerò due anni più tardi.

Il 2 Aprile 2005 muore Giovanni Paolo II, uno dei pontefici più grandi della storia della Chiesa cattolica: un’emozione enorme corre nei giorni immediatamente precedenti e successivi, ed un enorme afflusso di persone arriva a Roma da tutto il mondo per rendere omaggio alla salma del papa polacco.  Il conclave, tra qualche incertezza iniziale, eleggerà al soglio pontificio il tedesco Joseph Ratzinger, il “custode dell’ortodossia”.
Il 7 luglio di quell’anno torna il terrorismo internazionale con i gravissimi attentati di
Londra: una serie di esplosioni consecutive nella metropolitana provoca 55 morti e più di 700 feriti, il tutto succede mentre ad Edimburgo si svolge il vertice del G8 ed il giorno prima Londra era stata scelta per ospitare le Olimpiadi 2012, che si aprono dunque proprio quest’anno con i relativi allarmi terrorismo.

A parte questi grandi eventi, l’anno scorre relativamente tranquillo, cosa che si evince dal tenore di post che mi ostino a pubblicare. Ma – e  forse questa era veramente la cosa più grossa che mi sia mai capitata – ero innamorato,: ahimé, amore “impossibile” e turbolento, e costellato di molti viaggi aerei, ma sempre amore. 

Passando di palo in frasca, scorrendo i vari post fa impressione notare come la maggior parte dei link a vari siti Web oggi non funzioni più. Il web del futuro sarà costellato di “404 not found” (pagine non trovate)?

In quell’anno mi compro una Kawasaki Z750S, che ho ancora oggi e va benone.

Il 2006 arriva e non sembra particolarmente denso di avvenimenti eclatanti: l’unica nota di un certo interesse è l’la serie LOST, inventata dal geniale J.J. Abrams: mi prenderà come nessuna serie televisiva.. (nella mia personale classifica è il numero 2 dei serial televisivi secondo solo a Dallas, ricordo indelebile della mia infanzia).
In questo periodo scrivo anche un (poi famoso) post sulla
trazione anteriore e posteriore delle automobili.

Alcuni problemi decennali trovano soluzione, e sebbene mi lamenti molto durante il percorso, a dicembre vedo la luce e risolvo una faccenda che mi stava angosciando da diversi anni.

La mia relazione sentimentale, tuttavia, da difficile e problematica qual era, entra totalmente in crisi. Inizio a leggere tutta una serie di libri sull’amore per capire meglio (ricerca che ancora è ben lungi dall’essere finita). In questo periodo la mia rigidità si acuisce ancora, e io, che più che comprendere le dinamiche dell’amore, preferisco l’approccio intellettuale – testimoniato dal post di Bruto M. Bruti L’illusione dell’amore romantico, che ripubblico sul blog (e risulta ancora oggi come uno dei post più cliccati) – vado avanti a cercare di capire….

Il 2006 chiude per così dire un periodo. Prima c’erano stati gli anni della malattia di papà, la relazione con la ragazza straniera, ora c’è la laurea e gli impegni di lavoro sempre più pressanti. Alla fine dell’anno l’evento lungamente atteso consente finalmente di fare progetti, tant’è che nella frenesia generale mi permetto pure una delle auto più divertenti che mi sia mai capitato di guidare: la Mini Cabrio, che mi regalerà attimi di guida felice e spensierata.


Il 2007 è una sorta di anno “cerniera”,
pieno di avvenimenti e fervido di attività. Innanzitutto i viaggi: prima la tappa a Firenze, per conoscere una bella persona (e insieme una bella delusione), e poi il lungo  viaggio nel Nord Italia, nelle città d’arte insieme ad un mio caro amico) nel quale visiterò Orvieto, di nuovo Firenze, e poi Ferrara, Padova, Venezia… e poi proseguirò per l’Austria, Vienna ed infine di passaggio qualche giorno per Milano per incontrarmi con la ragazza del nord – passando gli ultimi momenti (in)felici insieme.

Quello sarà l’ultimo viaggio.

Di lì a poco la mia vita, infatti, sarebbe cambiata, e non come pensavo io. Accade nella seconda metà del 2007, precisamente a settembre, in una sera qualunque, a casa mia, in un periodo un po’ stressante. Ma arriviamoci per gradi…


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Le difficoltà dello startupper nostrano

Startup Lokal v.3

Image by Chandra Marsono via Flickr

Sembra facile,
all’inizio. Perché c’è un certo entusiasmo, ci sono un paio di buone idee
(certificate da colleghi e consulenti), c’è voglia di fare. Il percorso, come
fondatore su web e poi come dipendente di imprese di tutti i tipi, dalle
piccole alle multinazionali, sembra deciso: mi faccio la società! (tipo
“mi faccio la barca”, storico film di Johnny Dorelli, per chi se lo
ricorda…).

 

La maggior parte dei
miei amici coetanei ha fondato società, ed ero rimasto l’unico a non farlo.
Avevo creato redazioni , riviste, siti, progetti, e sono pure entrato in
società con altri. Poi, mi sono voluto laureare per far contenti genitori e
parenti, pensando che questo avrebbe tranquillizzato anche la coscienza.

 

Ma a contratto come
dipendente, ho scoperto progetti senza capo né coda, report senza senso, e
soprattutto subappalti informatici “a loop infinito” (società A
prende la commessa e dà in appalto a società B che la dà in appalto a società C
che la fa fare a società D che la fa eseguire materialmente alla società
E),  e macchinette del caffè
tremendissime hanno creato, penso, la mia superficiale sicurezza che il mondo
dell’informatica come dipendente in fondo va avanti benissimo anche senza di
me. Anacronistici orari 9-19, di cui 3 ore passate in auto, due ore per
mangiare, e il resto davanti a un monitor, interminabili pomeriggi davanti al
monitor, e la concomitante passione per tutto quello che si muoveva su internet
bruciava dentro.

 

Covava quindi sotto
la cenere lo spirito dell’iniziativa: mettersi in proprio per cercare una via
di fuga dalla monotonia e dalla dipendenza (da progetti assurdi). E la
riflessione ambigua : “Tu non farai gli errori che hanno fatto altri
perché hai l’esperienza dalla tua”. Illuso.

 

L’entusiasmo, la
voglia di fare, il “coraggio dell’intrapresa”, è durato infatti
giusto il tempo necessario per inoltrarsi in un mondo, quello delle startup,
che apparentemente viene descritto come avvicinabile, ma che in realtà nasconde
molte insidie ed ambiguità. Soprattutto per chi non è più giovane.

 

Da buon metodico
razionalista, ho provato quindi ad 
informarmi: partecipando a convegni, workshop, incontri, , scambio di
opinioni con addetti ai lavori, ipotesi di lavoro, consulenze di amici e
colleghi. E poi, con l’entusiasmo in tasca (e vi assicuro non è facile a 40
anni), ho mandato la prima mail esplorativa ad un famoso amico che
“startuppa”.

 

Risposta
esplorativa: “Certo Luciano, mandami il pitch”.

 

“E cos’è il
pitch?” mi domandavo tra me e me, mentre mi chiedevo anche “ma perché
non mi invita semplicemente a prendere un caffè e ne parliamo?”… Beh, non
funziona più così.

 

Ecco il primo
problema. Un tempo, e questo lo ammetto con estrema facilità, capire se c’era
possibilità di fare qualcosa insieme era un rito regolato da incontri de visu.
Creare oggi un’impresa, invece, significa passare per un percorso
standardizzato ed asettico, e questo è un processo difficile per chi, come me,
conosce il mondo di internet da 20 anni (purtroppo non scherzo, era il 1992
quando mi collegavo la prima volta).  A
cosa sarà servito?

 

In realtà serve:
molti mi conoscono, godo di quella che si chiama “una buona
reputazione” (?) ma, ovviamente, questa è utile se stai ad un party e ti
presentano una ragazza, o se fai marketing per la tua azienda, ma per creare
una startup è diverso: bisogna dimostrare a qualcuno che ti deve dare soldi,
che la tua idea farà soldi, e non solo: 
che non ti ci affezionerai, e la cederai volentieri quando diventerà
profittevole.

 

Azzero tutto e
riparto: “pitch” è una cosa tipo pre-presentazione, e poi c’è il
“seed”, il “meetup”, gli “angel”, i
“round” e tutto il rosario di inglesismi necessari in quest’ambito
perché l’importante è una cosa sola: l’idea da finanziare deve essere
internazionale, altrimenti nessuno ti dà retta… E questo è un altro scoglio.

 

La mia idea sarà
bella e brava, ma se è italiana, nessuno la vuole finanziare. Non
fraintendetemi, non ho detto che non si può rendere “internazionale”,
come piace ai finanziatori, ma è una cosa che, seppure su web, si scala su
mercato locale. E include incontri di persona. Mi piace unire il mondo
telematico con i rapporti umani “reali”,  e non ho mai pensato che le due cose possano
essere scisse (anche se si tende a fare proprio questo oggi, virtualizzando
tutto).

 

E’ difficile far
penetrare questo approccio nel “pitch”, o in un’application form.
Davvero.

 

Ho provato a
contattare un laboratorio di incubazione: già il termine non mi piace perché mi
ricorda sempre qualcosa di brutto, ma poi in questo contesto si usa ripetere
molte volte la parola “giovani” che mi fa sempre sentire leggermente
inadeguato alle aspettative.  Comunque,
con ancora un po’ di entusiasmo dello startupper in tasca, ho compilato quella
che si chiama l'”application form”. A mezzanotte e un minuto il
server mi ha detto che ero fuori tempo massimo e alla 24esima scheda compilata
mi ha sbattuto fuori. Mi sono sentito “fuori tempo massimo” anche io.

 

Il problema è che
dietro a questa idea c’è una storia. Se non si conosce la storia, non si
capisce l’idea. Non basta scriverla su un pitch o un’application form, o almeno
quello va bene, ma bisogna anche parlarne e raccontare qual è la passione
sottostante l’idea, bisogna fermarsi  un
momento per farsi descrivere cosa c’è dietro, le persone che la vorrebbero
portare avanti, le loro motivazioni, il piano di massima, la strategia.
Difficile definire un approccio del genere, ma a ben vedere sono (siamo) tutte
persone che hanno esperienza di impresa e hanno alle spalle business già fatti.
Quindi persone +  idee. A me piace
pensare che la persona venga sempre prima dell’idea, ma forse ho un concetto
troppo ideale di impresa. Un giorno però questo concetto l’ho sentito dire
anche da un famoso esperto di startup, e mi ha fatto molto piacere. Ma poi non
ho avuto il coraggio di dirgli altro. Sono timido ed ho la paura del rifiuto…

 

Oggi, mi è venuta
voglia di scrivere questo articolo per un motivo: mentre giravo tra notizie di
finanziamenti e portali di autoaiuto per aspiranti startupper, la mia
attenzione è stata rapita da questo titolo: “Voglia
di impresa? Troviamoci per un aperitivo!
” E vai, ho detto. Finalmente
l’approccio giusto che cercavo! Vado, clicco, e leggo…..ed è un peccato,  l’iniziativa è per sole donne.

 

Forse loro sì, che
hanno capito tutto…

Aggiornamenti

Sull’argomento segnalo questo articolo:

Egomnia e il fallimento della mentalità degli startupper italiani (Antonio Lupetti, 10/07/2012)

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