Qualcosa sull’automobile: dal diesel(gate), alle alternative a idrogeno ed elettrico

Alcune mie considerazioni sull’argomento diesel, e le alternative elettriche, ibride e ad idrogeno.
(just my 2 cents)

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Premessa

I diesel hanno fatto passi da gigante negli ultimi dieci anni.

Basta vedere per strada una Focus Tdci o una Bravo Jtd dei primi anni 2000: spesso fanno fumo nero dallo scarico, in determinate occasioni come le accelerazioni o le decelerazioni. E poi osservare un diesel di ultima generazione – euro5, che circolano dal 2009, se non si vuole prendere un euro6: nessuna sbuffata nera, ma soprattutto, rispetto ad un’euro3 l’abbattimento delle emissioni inquinanti è superiore all’80%: un abisso. La differenza è ancora più evidente nei piccoli centri, dove non c’è stato, come ad esempio a Roma (quando era sindaco Veltroni) il divieto di circolare introdotto per le auto più inquinanti. A volte quando vado nei paesi e nelle città più piccole, mi stupisco di come lascino ancora girare diesel che inquinano più di 10 furgoncini ante euro!  Per non parlare dei pullman, ma qui andiamo fuori tema..

I motori diesel – per costituzione – sono ben più efficienti dei motori a benzina (è il motivo per cui, tra l’altro, consumano meno dei benzina): i turbodiesel di ultima generazione o comunque ben progettati possono arrivare ad un rendimento fino al 37-38%, mentre i migliori motori a benzina non superano il 26-27%. Il rendimento è la quantità di energia fornita dal carburante che è convertita in moto effettivo: il resto si trasforma in calore (attriti, sprechi, ecc.). Quindi: in un motore a benzina, 3/4 dell’energia finisce in calore (parte del quale va peraltro smaltito per non bloccare il motore stesso, attraverso il raffreddamento, che richiede energia) e solo il restante quarto è quello che viene effettivamente usato per muovere l’auto.

Contina a leggere su: http://www.lucianogiustini.org/blog/archives/2015/09/qualcosa_sullautomobile_dal_dieselg.shtml

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Ma a me ‘Siam pronti alla vita’ è piaciuto

Come noto, il primo maggio si è inaugurato, tra ritardi e difficoltà ma comunque in tempo, l’Expo di Milano. Presente il premierissimo Renzi che ha voluto modificare leggermente l’Inno di Mameli con una personale reinterpretazione, sostituendo il finale “Siam pronti alla morte” con “Siam pronti alla vita“. A seguire polemiche infinite e prese di posizione nette ed intransigenti, in puro stile italiano.

L’origine del “Canto degli italiani” e di quel riferimento alla morte risale al 1847: l’inno fu scritto, come noto, dal giovane studente patriota Goffredo Mameli, genovese, e musicato da Michele Novaro. Sebbene italiano, l’inno in realtà si rifà, in spirito e semiosi, alla marsigliese francese. Era ispirato, infatti, a ciò che stava succedendo in Francia con la Rivoluzione che prende il nome dal famoso motto di Liberté, Égalité, Fraternité e preludeva ai moti del 1848 in Italia. Dopo di questi, ed anche grazie alla sua orecchiabilità e al richiamo ai temi della liberazione e all’indipendenza dallo straniero (asburgici in primis), il successo dell’inno fu un crescendo, divenne popolare nel Risorgimento e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, tanto che diventò de facto l’inno d’Italia anche senza una legge (anzi, nel più puro spirito italiano, è rimasto inno provvisorio, e solo nel 2012 una legge ne ha decretato l’obbligatorietà ─ senza peraltro togliere la provvisorietà, non si sa mai).

E veniamo dunque al testo: come ogni storico sa, le cose e gli eventi accaduti nel passato non si possono giudicare con le categorie del presente ma vanno contestualizzati (parola magica che autorizza in genere a giustificare tutto ciò che di terribile è accaduto prima di noi, tendenzialmente con ragione). Il testo è un mix di patriottismo, riferimenti culturali, storici e letterari di non immediata comprensione e soprattutto è intriso di romanticismo, che all’epoca era in voga (anche oggi, ma sui danni fatti dall’idealismo ne scriverò un’altra volta).

La retorica del testo è tutta incentrata sulla battaglia e sulla chiamata alle armi (in chiave di liberazione dallo straniero, contestualizzando ovviamente): nel ritornello e nella prima strofa, dove poi c’è il riferimento alla morte, c’è il tema della coorte (ovvero della decima parte della legione romana), il richiamo “all’armi”, e poi la citazione a Publio Cornelio Scipione (nell’inno è in latino: Scipio), cioè al militare romano che alla fine della II guerra punica liberò la penisola italiana dall’esercito cartaginese, e che fu soprannominato “Scipione l’Africano”. Secondo Mameli, il suo elmo è ora indossato dall’Italia che è pronta a combattere (ovvio) ed essere di nuovo unita (contro il suddetto straniero invasore, sempre contestualizzando). L’esaltazione della figura di Scipione sarà ripresa durante il fascismo con la produzione cinematografica Scipione l’Africano, uno dei colossal storici del tempo, en passant.

Siam pronti alla morte? Allora senza dubbio lo erano, per unire l’Italia; oggi temo molto meno, ma lo spirito patriottico ─ con richiamo alla morte ─ è stato in realtà modificato successivamente: dopo il 1861 ai monarchici quell’inno sembrava troppo rivoluzionario (Mameli era un mazziniano doc), mentre alle frange più anarchiche sembrava all’opposto troppo conservatore. Insomma, stranamente i primi italiani uniti erano già divisi anche su questo. Così, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, l’inizio della seconda strofa fu cambiato: da “Noi siamo da secoli calpesti, derisi” divenne “Noi fummo per secoli calpesti, derisi”, mentre nel ritornello venne ripetuta la frase “Siam pronti alla morte” con l’aggiunta di un roboante “Si!” in modo da auto-confermare eventuali dubbi (la psicologia positiva sarebbe arrivata solo un secolo dopo, ma noi eravamo già avanti, come al solito, senza saperlo).

Ed ecco che qui interviene Renzi con geniale sagacia, ma non solo sul testo: non si può disaccoppiare la coreografia comunicativa renziana dalla presenza scenica dei bambini. Sono i bambini ad essere inquadrati quando viene cantata la “variante” al ritornello e la strofa finale: le telecamere chiudono su di loro, e il commento di mia madre sancisce che l’opera renziana di revisione è riuscita: “Che carini!!”. Fine del discorso: neanche io riesco a non apprezzare quell’inno così romantico: e poi siam pronti alla vita in effetti suona meglio di siam pronti alla morte..

Delle doti comunicative e di spregiudicatezza di Renzi si è detto di tutto di più. C’è a chi piace, in generale a chi ha un carattere fattivo e concreto, e c’è a chi non piace, spesso chi è più legato alle tradizioni e a un certo modo di intendere la politica e la comunicazione: ma questo generalizzando molto, perché poi perfino Crozza ormai lo percula fin da tempi non sospetti. L’ultimo in ordine di tempo è stato il diretùr Ferruccio De Bortoli, che in un editoriale infuocato prima di lasciare la direzione del Corsera lo ha soprannominato maleducato di talento“.

Sul talento, non si discute. Forse FDB voleva ispirarsi allo smemorato di Collegno,  ma tutto si può dire di Renzi tranne che non abbia inventiva e creatività, anche quando forse non è opportuno (ma la creatività è sempre opportuna e l’inventiva mai fuori luogo?). In fondo, solo dei monolitici reazionari potrebbero desiderare che nulla cambi, sebbene noi italiani siamo più portati a fare in modo che tutto cambi affinché nulla cambi.
Ma anche ammettendo che cambiare l’inno sia la cosa più tremenda che si possa fare, uno stupro da inorridire facendo rotolare nella tomba di moto circolare uniforme il povero Mameli e il Novaro, non riesco a trovare così grave questo cambiamento, a meno che non si inquadri la cosa da un punto di vista strettamente segnico. Perché la sfida di matrice renziana non è una strofa cambiata, ma è il cambiare per cambiare, cioè il rischio di modificare solo le apparenze, le appartenenze e gli equilibri, ma poi lasciare le cose in sottofondo come stanno, rischio reale, io credo molto più inopportuno di una strofa revisionata.

Neanche questa in fondo è una novità. Nei sistemi di potere (e quello italiano è solidissimo, nonostante le apparenze) la sfida al cambiamento di qualsiasi persona che lo conquisti, si infrange di solito negli apparati, un po’ come quei tripodi giganteschi che si stagliano nelle barriere dei porti: inizialmente l’onda li travolge e li sopravanza, ma poi piano piano perde potenza mentre le seconde e terze file dei giganteschi pietroni alla fine abbattono anche l’ultima energia residua, in modo che il porto resti calmo, tranquillo, sereno….

Viviamo in una società, quella italiana, per certi versi mortifera, annegata nella corruzione di in una classe politica soggiogata ed asservita a un modo di agire mafioso (inutile citare Mafia Capitale, ché come romano è quella che più mi colpisce da vicino), a qualsiasi livello territoriale e politico, e una società derisa e calpestata, essa sì, perfino dai propri stessi appartenenti, una società profondamente litigiosa, intrinsecamente ideologizzata, e incapace di adottare un atteggiamento costruens ma ben preparata su quello destruens. Qualsiasi passaggio sui social network può testimoniarlo facilmente, nei modi vari per attaccare l’avversario, sputtanarlo, dimostrare il più classico degli sport italioti: “io ho ragione, tu hai torto”. E se magari la ragione c’è (non sia mai che qualcuno affermi che la verità non sta mai tutta da una parte, peraltro) è ancora peggio!  Indice e simbolo di una incapacità di accettare ed accogliere le differenze e ancor di più di trovare dei punti di accordo e di confronto (famosi quelli costruttivi, spesso citati e quasi mai applicati)..

Insomma invece di darcele di santa ragione ed essere pronti alla morte, oggi preferisco sentire dei bambini cantare di “esser pronti alla vita”…

– Originally posted on lucianogiustini.org –  See more at: http://www.lucianogiustini.org/blog/archives/2015/05/ma_a_me_siam_pronti_alla_vita_e_pia.shtml

Se io fossi sindaco

Appunti, note e suggerimenti per un candidato al Campidoglio (diverso da Alemanno).

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Il 26 e il 27 maggio si vota per le comunali a Roma.

Ecco tutte le liste e i candidati, per chi fosse interessato: si va da Repubblica Romana a Militia Christi, 22 candidati alla poltrona di sindaco, ma sostanzialmente sono tre i “big” in lista (più un quarto incomodo): Ignazio Marino, per il PD, Gianni Alemanno, per il PDL, sindaco uscente, Alfio Marchini, outsider rappresentante il centro, e Marcello de Vito, del Movimento 5 stelle.

Come si evince dal titolo, non voterò Alemanno, perché non lo ritengo adatto al governo della città, nonostante l’invito di molti amici che – a mio avviso erroneamente – puntano a farne una battaglia ideologica o addirittura religiosa. L’amministrazione di questi  anni ha, invece, profondamente deluso su molteplici aspetti, e su questo i miei amici sanno che non faccio sconti. Non mi soffermerò sugli aspetti più discussi della sua amministrazione, da quello sulla criminalità nella Capitale alla polemica sulle assunzioni facili (la cosiddetta Parentopoli capitolina), o più peculiari come la nevicata a Roma del 2012 di cui ancora si parla, o come l’idea di abbattere il gigantesco quartiere di Tor Bella Monaca per ricostruirlo (…), o ancora come il deprimente abbandono del bikesharing (diffuso capillarmente in qualsiasi grande città d’Europa). C’è davvero una letteratura sterminata sulle cose fatte e non fatte (o dette e non dette) a Roma in questi anni: si può far riferimento agli innumerevoli articoli che si trovano sulla rete, o la puntata di Report per le questioni più critiche, intitolata “Romanzo capitale” (che non ha mancato di sortire il relativo strascico polemico).

Non è una questione personale, tutt’altro. Stimo la persona e non ho problemi a dire che nel 2008 l’ho anche votato, perché unica alternativa credibile all’evanescente Rutelli (uno che – tra le altre cose – aveva fatto costruire l’inutilissimo e dannoso tunnel stradale sotto il Gianicolo, quello di Cavalleggeri, e che invece di fluidificare il traffico a Castel S. Angelo, è stato capace di inventarsi un’incredibile contorsione viabile di cui ancora oggi paghiamo i costi). Mi dispiace, ripeto, per gli amici che sostengono la candidatura di Alemanno, così come la richiesta di una “fiducia in bianco”: personalmente ritengo che sia ora di voltare pagina.

Prima di elencare alcuni punti per  un candidato sindaco, mi piacerebbe però fare una piccola premessa sul peggioramento di un aspetto a mio avviso importante, forse più di quello che sembra, e mi riferisco al degrado urbano. La situazione in cui volge Roma è tremenda. Negli ultimi anni sono peggiorati molti aspetti fondamentali della Capitale ma il degrado urbano è aumentato a livelli inimmaginabili per una metropoli di stampo europeo, come più volte sottolineato anche dalla stampa (sia nostrana sia soprattutto estera). Una delle cause principali è da ricercarsi nell’abusivismo, esploso negli ultimi anni, con il devastante impatto provocato dalla deregulation avviata nel 2009 con una scriteriata delibera (la 37) che, pur proponendosi di gestire una serie di settori difficili, ha lasciato campo aperto alle varie camarille operanti nella città, che hanno approfittato del caos per conquistare spazi e gettarsi nell’illegalità.

Tutto l’aspetto dell’educazione civica di Roma e del rispetto delle regole, pilastro fondamentale per la buona fruizione di una città e storicamente punto debole della Capitale, è andato a farsi benedire, caduto sotto i colpi inferti da una serie di scelte sbagliate. Ne hanno approfittato un po’ tutti, dalle ditte e  società abusive ai ristoranti, dalle affissioni pubblicitarie dei maxi-cartelloni sulle strutture stradali, dai camion bar ai pullman, in un crescendo che ha trasformato e sfigurato quasi tutti i quartieri di Roma. Questa trasformazione in “brutto” ha certamente consolidato una tendenza al lassismo ed alla mancanza di controlli che ha finito per peggiorare ancora di più, se possibile, le cose.

Per la precisione, una delle componenti dell’abusivismo più odiosa e capillare è costituita dalla cosiddetta “cartellopoli”, una vera e propria mafia – com’è stata definita dallo stesso sindaco Alemanno, che si fa beffe del Campidoglio. Il “degrado delle regole” da questa portato è stato ben documentato da una serie di siti web: il primo storico sito è stato Cartellopoli, (da cui il nome), ma iniziative dei cittadini e delle associazioni indignate per il diffondersi del malaffare si sono moltiplicate nel tempo da Cittadinanzattiva, a Bastacartelloni, da Degrado Esquilino, a RiprendiamociRoma, solo per citarne alcune.

Il problema della sicurezza è il più importante, subito prima del problema del “Brutto”. Il decuplicarsi di cartelloni in zone vietatissime da multipli articoli del Codice della strada (oltre che dal buon senso) ha prodotto in questi anni un numero elevatissimo di incidenti stradali, dovuti a varie concause, tutte legate alla pratica abusivista: cartelloni che coprono i semafori, cartelloni che coprono la segnaletica, cartelloni che coprono la visuale, che coprono i pedoni, che coprono gli incroci, e via dicendo, in un florilegio di illegalità che lascia sconcertati anche i più distratti. Basta farsi un giro per uno qualsiasi dei blog suddetti per farsene un’idea.

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Realtà aumentata vs. relazione aumentata

Padre Antonio Spadaro SJ,  pubblicando una  riflessione sulla mia bacheca Facebook tratta da un suo articolo su Avvenire,  mi ha stuzzicato, perché sa che sono sensibile al tema della comunicazione telematica e cerco di comprenderla fin da tempi  non sospetti. L’articolo “Realtà: duale, digitale o aumentata? L’ontologia di un mondo ibrido” si inserisce all’interno di un dibattito dal titolo “Realtà. Duale, digitale o aumentata?”. Con Chiara Giaccardi – autrice di un’altra riflessione sulla stessa pagina del quotidiano dal titolo “Online/offline? Per i nostri figli non c’è differenza” – Padre Spadaro ha discusso sul tema a partire da un post del sito di Nathan Jurgenson (“Digital Dualism versus Augmented Reality“). L’irruzione dei social network nelle nostre vite impone nuove domande sul rapporto tra l’esistenza sul web e quella in carne e ossa: si escludono, si ostacolano, si completano?  Padre Spadaro giustamente sottolinea, in conclusione, che in fondo non è che la versione aggiornata dell’antica esigenza di coniugare spirito e materia.

Nel tempo mi sono fatto idee ben precise  sulle grandi possibilità e positività della telematica, ma anche di quali siano i punti critici e gli elementi che spesso ci sfuggono, nel flusso comunicativo che pervade le nostre vite. Provo a mettere a fuoco qualcuno di questi elementi, nella speranza di non creare più confusione ma di aggiungere qualche tassello su alcuni aspetti che mi piacerebbe approfondire un po’.

Innanzitutto individuare un’ontologia è cosa sicuramente complessa e difficile. Nel mondo “ibrido” della rete, non si può non partire dal fatto che per i nativi digitali, oramai, non c’è più differenza tra mondo “online” e “offline” – come ha analizzato Chiara Giaccardi nel citato articolo. Voglio iniziare riportando alcune frasi estratte dall’articolo di Padre Spadaro che ritengo significative e importanti:

“Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.”

“Una delle sfide maggiori oggi è quella di non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita. Invece di farci uscire dal nostro mondo per solcare il mondo virtuale, la tecnologia ha fatto entrare il mondo digitale dentro il nostro mondo ordinario. I media digitali non sono porte di uscita dalla realtà, ma estensioni capaci di arricchire la nostra capacità di vivere le relazioni e scambiare informazioni.”

English: Augmented GeoTravel for iPhone 3GS us...

L’assunto dell’autore è sicuramente corretto perché la presunta distinzione tra lo spazio del digitale (“virtuale”) e quello del materiale (“reale”)  sta diventando sempre più difficile da sostenere anche per chi non ha un approccio particolarmente “informatico” o telematico al mezzo. Ci sono poi delle concrete modifiche tecnologiche che stanno cambiando il modo stesso di percepire questa ipotetica differenza. Lo vediamo ad esempio con l’iPhone 5, la cui presentazione è avvenuta proprio ieri, che consentirà tra le altre cose di dettare i propri stati e commenti su Facebook con la voce.

Quindi è tutto uguale? Possiamo affermare che è come se stessimo  fisicamente davanti a una persona o un gruppo di persone, a commentare o a chiacchierare del più e del meno o di importanti argomenti?

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Realtà aumentata vs. relazione aumentata

English: Photo of fr. Antonio Spadaro taken in...

Antonio Spadaro con la collezione de La Civiltà Cattolica (Photo credit: Wikipedia)

Padre Antonio Spadaro SJ,  pubblicando una  riflessione sulla mia bacheca Facebook tratta da un suo articolo su Avvenire,  mi ha stuzzicato, perché sa che sono sensibile al tema della comunicazione telematica e cerco di comprenderla fin da tempi  non sospetti. L’articolo “Realtà: duale, digitale o aumentata? L’ontologia di un mondo ibrido” si inserisce all’interno di un dibattito dal titolo “Realtà. Duale, digitale o aumentata?”. Con Chiara Giaccardi – autrice di un’altra riflessione sulla stessa pagina del quotidiano dal titolo “Online/offline? Per i nostri figli non c’è differenza” – padre Spadaro ha discusso sul tema a partire da un post del sito di Nathan Jurgenson (“Digital Dualism versus Augmented Reality“). L’irruzione dei social network nelle nostre vite impone nuove domande sul rapporto tra l’esistenza sul web e quella in carne e ossa: si escludono, si ostacolano, si completano?  Padre Spadaro giustamente sottolinea, in conclusione, che in fondo non è che la versione aggiornata dell’antica esigenza di coniugare spirito e materia.

Nel tempo mi sono fatto idee ben precise  sulle grandi possibilità e positività della telematica, ma anche di quali siano i punti critici e gli elementi che spesso ci sfuggono, nel flusso comunicativo che pervade le nostre vite. Provo a mettere a fuoco qualcuno di questi elementi, nella speranza di non creare più confusione ma di aggiungere qualche tassello su alcuni aspetti che mi piacerebbe approfondire un po’.

Innanzitutto individuare un’ontologia è cosa sicuramente complessa e difficile. Nel mondo “ibrido” della rete, non si può non partire dal fatto che per i nativi digitali, oramai, non c’è più differenza tra mondo “online” e “offline” – come ha analizzato Chiara Giaccardi nel citato articolo. Voglio iniziare riportando alcune frasi estratte dall’articolo di Padre Spadaro che ritengo significative e importanti:

“Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.”

“Una delle sfide maggiori oggi è quella di non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita. Invece di farci uscire dal nostro mondo per solcare il mondo virtuale, la tecnologia ha fatto entrare il mondo digitale dentro il nostro mondo ordinario. I media digitali non sono porte di uscita dalla realtà, ma estensioni capaci di arricchire la nostra capacità di vivere le relazioni e scambiare informazioni.”

L’assunto dell’autore è sicuramente corretto perché la presunta distinzione tra lo spazio del digitale (“virtuale”) e quello del materiale (“reale”)  sta diventando sempre più difficile da sostenere anche per chi non ha un approccio particolarmente “informatico” o telematico al mezzo. Ci sono poi delle concrete modifiche tecnologiche che stanno cambiando il modo stesso di percepire questa ipotetica differenza. Lo vediamo ad esempio con l’iPhone 5, la cui presentazione è avvenuta proprio ieri, che consentirà tra le altre cose di dettare i propri stati e commenti su Facebook con la voce.

English: Augmented GeoTravel for iPhone 3GS us...

English: Augmented GeoTravel for iPhone uses augmented reality to display informations (Photo credit: Wikipedia)

Quindi è tutto uguale? Possiamo affermare che è come se stessimo  fisicamente davanti a una persona o un gruppo di persone, a commentare o a chiacchierare del più e del meno o di importanti argomenti?

No, assolutamente, non possiamo affermarlo a cuor leggero: esiste un dualismo digitale (anzi si potrebbe dire che ne esiste più d’uno), anche se sarebbe meglio non esistesse, e non si può prescindere da esso. Ci sono tre aspetti a mio parere fondamentali in tale approccio:

1) Io sono quello che comunico (in rete). Sono la persona che comunico di essere, e sono colui che comunica, che scrive, che interviene. Senza la comunicazione non c’è dualismo, e qui vorrei sottolineare che non vale il postulato di Watzlawick secondo cui “anche non comunicare è comunicare”: se io non comunico, in rete, non esisto. Se comunico male, offrirò il fianco a critiche e darò una “versione” di me non particolarmente accattivante. Se comunico bene, riuscirò a dare un’impressione migliore, forse. Se comunico con identità diverse, è come se più parti di personalità di me fossero in rete, ecc. Comunque sia, siamo legati ai concetti di presentazione, di dialogo e di giudizio (accettazione), e comunichiamo quasi sempre con la parola scritta, che è qualcosa di parziale: condizione irrinunciabile.

2) Sono anche quello che racconto e mi racconto. L’aspetto dal quale si fa fatica a prescindere, ed è difficile accettare, è che non stiamo esattamente nella realtà, ma stiamo raccontando una realtà (la nostra, o quella che osserviamo o crediamo di osservare). E non solo stiamo raccontando una realtà agli altri, ma  la stiamo raccontando anche a noi. Se io ritengo che una penna arancione sia verde, dirò a tutti che ho davanti a me una penna verde. Naturalmente nel “virtuale” gli altri non hanno possibilità di verificare che il colore sia arancione, ma l’aspetto più intrigante è che anche io che la vedo penso che la penna sia verde. Si disquisirà su una penna verde, che nella realtà è arancione. Il dialogo probabilmente si svilupperà in modo più o meno intelligente (a seconda di quante persone possono accorgersi che la penna è verde), e qualcuno potrà dire che è arancione anziché verde, o magari che la penna è blu: il racconto allora diventa scontro, critica, antagonismo. Le realtà raccontate divergono. Serve un “decisore” che sia super-partes, ma difficilmente si rinuncia al proprio racconto della realtà, perché nelle isole del sapere ogni racconto ha la sua dignità di vita

3) Lo schermo rappresenta la mia protezione. Non si può prescindere dall’esperienza separativa che rappresenta lo schermo. Non solo comunichiamo in forma scritta, che è parte (piccola) della comunicazione ma facciamo di peggio: ci colleghiamo e usiamo webcam e microfoni, facciamo videoconferenze, incontri chat, tutto nella presunta illusione che sia come stare lì. Non è così: stare fisicamente in un luogo o stare dietro lo schermo di un computer sono due cose intrinsecamente diverse ed egualmente efficaci. E’ importante, però, avere la consapevolezza di tali diversità. Nella comunicazione scritta, noi usiamo solo 1/5 della comunicazione totale, manca il tono della voce, il timbro, il volto, la mimica facciale, la mimica corporale, insomma tutta la comunicazione non verbale che è molto di più di quanto siamo portati a credere. Nella comunicazione online, poi, ci illudiamo ancora di più perché è vero che si vede la persona e si sente la voce, ma è altrettanto vero che – dato questo – noi riconosciamo a tale modalità un 100% di quella comunicazione mentre invece è solo un po’ meglio della telefonata.
Ma soprattutto, una persona dal vivo può comportarsi in un modo, con un computer invece cambia tutto, e viceversa: ho la protezione dello schermo. E socialmente tutto si amplia perche’ io ho il ritorno in tempo reale dei miei “comportamenti” in rete ─ ma e’ tutto filtrato e protetto dallo schermo, salvo poi accorgersi che tutta la gamma degli stati d’animo, le sensazioni, le rabbie e le discognizioni, sono realissimi.
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La difficile arte della comunicazione telematica

La prima volta che scrissi qualcosa sulla comunicazione telematica fu nel 1995, quando fondai la rivista ipertestuale “Beta“. Poi ho iniziato a sistematizzarla con maggior spessore  nel 2003, quando ho scritto la guida per aprire un blog (che ancora oggi è la più letta, a quanto dice google). Ci sono tornato sopra nel 2007, e poi ancora nel 2008 parlando di Facebook, e insomma, non si finisce mai di imparare e di tornare sull’argomento. Perché nel frattempo il numero di persone che si affacciano sulla rete cresce e si moltiplica, e quelli che di “norme della comunicazione telematica” (quella che un tempo si chiamava “netiquette“) ne sanno poco o nulla, pure. Il risultato non è soltanto che ogni volta si ricomincia da capo, ma soprattutto che la gente continua ad accapigliarsi ed a fraintendersi che è una bellezza. 

Nata casualmente da una conversazione con un amico sacerdote (anch’egli telematico), l’idea di scrivere (o riscrivere) alcune cose, magari con una  “buona vecchia” lista, è scaturita anche dalle interazioni quotidiane con gli amici telematici con i quali spesso condivido le mie giornate “sociali”: dall’esperto di storia dell’arte al politico, dallo psicologo che conosce la mente umana al vituperato blogger d’antan, tutti prima o poi finiscono per dimenticare che la comunicazione telematica è una forma particolarissima di comunicazione. Ma io lo dico, per primo a me stesso, cercando di sottolineare quanto possa essere insidiosa questa dimenticanza.

Un tempo, diciamo fino a dieci anni fa, nell’isola felice del web 1.0, non ci sarebbe stato bisogno di tornare sull’argomento o di scriverci sopra chissacchè… oggi l’avvento dei social network ha moltiplicato esponenzialmente il problema, con l’effetto paradossale che più si comunica e più c’è il rischio di non saper comunicare, più ci sono i mezzi e i luoghi virtuali per farlo e più si possono perdere di vista i fondamentali di questo tipo particolare di comunicazione.. Ebbene più la comunicazione si sta spostando verso questi mezzi, più è bene, allora, rinfrescarci la memoria.

Le Regole della Comunicazione quando hai uno schermo come interlocutore.

1. Regola aurea: non è  “comunicare”, è 1/5 della comunicazione (vedi lez. 2). Comunicare significa ascoltare, vedere, parlare.  La comunicazione telematica è un solo pezzo del tutto: la scrittura. Riuscite ad immaginare quante cose vi state perdendo della comunicazione? Ve le ricordo: innanzitutto non c’è il tono della voce. Questo vuol dire che è piuttosto difficile individuare con che stato d’animo la persona dall’altra parte sta scrivendo quello che scrive: lo dovete immaginare, magari intuire. E sapete cosa? E’ scientificamente provato che nella maggior parte dei casi lo stato d’animo assegnato ad una frase da chi la legge non coincide con lo stato d’animo di chi l’ha scritta. Lo stato d’animo glielo date voi: “Ma eri arrabbiato mentre lo scrivevi!?”. “Chi, io?”.

2. Certo: ci sono le faccine. Una grandissima invenzione, senza dubbio. Però, fermatevi un attimo… le faccine possono sostituire la gamma di emozioni e di sfumature che una voce, un volto (e non ho citato il linguaggio del corpo) possono rappresentare? Pensate veramente che potete scrivere che il vostro amico “è un coglione” e poi aggiungere una faccina? O magari tante faccine :-)). O tante faccine e punteggiatura!!!! :-)))  La faccina come surrogato dell’incapacità di esprimersi è un vantaggio notevole, lo sappiamo, ma avete capito di cosa sto parlando…

Questo ci porta fatalmente al terzo punto:

3. Il teorema del righino rosso. La comunicazione telematica è insidiosa, ve ne sarete senz’altro accorti, ma c’è gente, sicuramente non voi, che può passare due ore del proprio tempo a litigare su una frase di una riga. Immaginatevi la scena. Uno noto autore scrive sul proprio profilo che “la situazione politica è difficile”. Una cosa banale, vero? Non in telematica.
Un primo commentatore si fionda in un’esegesi dell’intera classe politica e della necessità di un profondo rinnovamento. Un altro che passava di lì sente salire una rabbia inconsueta di fronte a tanta mancanza di cultura nell’affrontare temi così complessi, e si sente in dovere di scrivere la sua profonda indignazione. Un terzo trova tutto sbagliato e attacca a testa bassa i primi due, coinvolgendo nella tornata di commenti che ne seguono gli amici, i colleghi e la metà dei suoi conoscenti. Il quarto, che conosce l’autore della frase, ci ravvede un chiaro riferimento alle ultime vicende che l’ha visti coinvolti e non potendo rimanere immobile di fronte a tale oltraggio gli toglie l’amicizia, non prima di aver insultato i presenti e lanciando strali su quanto siano ipocrite e false le persone.
Ok. Provate ora ad immaginare che passeggiate, mentre la persona affianco a voi, che conoscete bene, dice con voce un po’ mesta “La situazione politica è difficile”…. Al massimo, in una giornata di sole, risponderete: “Eh si”. 

Che ci trascina inesorabilmente verso il quarto punto:

4. Si litiga per sciocchezze. Su questo, sono sicuro che ognuno ha fatto una sua propria esperienza. Sapete perché si litiga, o, peggio, ci si fa un’idea che non corrisponde a realtà? Perché dovete  rileggere la regola aurea. La risposta è quella: dovete mettere nel mezzo i malintesi, i fraintendimenti, gli stati d’animo che non conoscete, le situazioni che hanno portato a scrivere quella frase, il dove, il perché, il come, il quando… (le 5W del giornalismo anglosassone!): tutte cose che nel mezzo telematico non sapete, o sapete a pezzi. Voi state leggendo un pezzo di comunicazione.  I malintesi sono il ponte che separa una semplice discussione su internet da una guerra senza quartiere tra persone che, per questo, non si parleranno più per mesi. E questo vale per tutto: social network, chat, facebook, email!

E si litiga anche perché si vuole sempre dire la propria su presunti errori degli altri.

C’e’ una famosa vignetta di Xkcd a tal proposito che trovo adorabile:

Someone is wrong on Internet
-Stai venendo a letto?
-Non posso, è importante.
-Che?
-Qualcuno sta sbagliando su Internet!

Come appendice alla regola, vi suggerisco una  contromossa da intraprendere subito, appena si manifestano i sintomi della discussione che sta trascendendo in litigio: scrivetevi in privato! Oppure molto meglio: telefonate!  Telefonate! Telefonate! Meglio di tutti: vedetevi di persona. Magari litigate lo stesso, ma lo fate in piena avvertenza e deliberato consenso! <grin>

C’è dell’altro..

5. Si perde la spontaneità. Quando si scrive ci si prepara. Sono ben pochi quelli che scrivono di getto, e questo è tanto più vero quanto più aumenta la lunghezza dello scritto e l’età dello scrivente. Anzi, spesso lo si rilegge, magari più volte, si limano le frasi, si affilano i concetti, e t
utto questo perché non vogliamo essere giudicati. Vogliamo che, nel mare dello scripta manent, chi legge pensi di noi “Questa persona dice cose giuste”.  Dopo quattrocento milioni di sciocchezze scritte in rete, anche gli scripta volant, ve l’assicuro!

Ma questo terrore del giudizio ci fa arrivare al punto successivo:

6. Attacco e Difesa. Alzi la mano chi non si è mai preparato un commento un po’ più lungo….magari rileggendolo, correggendo le frasi qua e là, confezionando un bel discorsetto. Ed  esponendoci ad un potenziale rischio: quello di finire in uno schema di attacco-difesa. Questo è il problema della comunicazone scritta: se una persona vuole attaccare un pensiero di un’altra persona, che fa? Scrive un articolo! O un libro. Perché? Ovvio: perché l’altro non può rispondere. Immaginate che per rispondere dovrebbe scrivere un libro a sua volta…

  Ora spostate tutto sulla comunicazione istantanea che c’é sul Web. In alcuni casi, la verbalizzazione scritta consente di esprimere la rabbia, di farla uscire inconsapevolmente e di predisporre sulla scacchiera le proprie pedine nell’ordine che più ci è congeniale, in modo da mettere l’altro all’angolo e poter dire “VEDI? IO HO RAGIONE.” Botta e risposta subitanee! Immaginate che i commenti possono diventare dei micro libricini che noi scriviamo ed affidiamo più o meno consapevolmente al giudizio altrui. Sommateli tutti quanti e considerate che cosa può diventare una tale comunicazione “social”: magari bella, ma terribilmente faticosa!!

  Insomma, non bisogna cambiare il proprio punto di vista sulla comunicazione telematica, bisogna solo avere consapevolezza di quel che è: una comunicazione limitata, che è solo una parte della comunicazione interpersonale, che quello che c’è scritto non riflette il reale stato d’animo di chi l’ha scritto ma più spesso il nostro, e che in fondo non c’è bisogno di difendere sempre le nostre tesi come se un giudice implacabile stesse  lì pronto a darci ragione o torto: se qualcuno adotta questo atteggiamento, fateglielo notare, e se insiste, evitatelo. Datemi retta: le filippiche di 500 righe per dimostrare che si ha ragione, a fronte di un commento precedente, sono il Male. Se bisogna discutere su idee personali,  la cosa migliore è parlarne a voce. Se, invece, state discutendo dei massimi sistemi, scrivete un articolo sui massimi sistemi, e aspettatevi che qualcuno forse lo leggerà e vi risponderà, auspicabilmente con un altro articolo altrettanto approfondito. Nel mezzo, meglio usare commenti che mantengano il tono della conversazione in un confronto aperto e il più possibile “gioviale”. Non è per leggerezza, ma perché purtroppo una qualsiasi frase scritta, senza faccine, senza punteggiature, senza qualche indicatore semantico, per sua natura sembra al lettore inesorabilmente più “seria” di quel che è.
Non dovete pensare ai social network come a sessioni dove dimostrare che la terra gira intorno al sole davanti ad un consesso di scienziati. Pensate invece a degli amci che stanno bevendo una birra seduti a un tavolo, con un bel po’ di rumore intorno e diverse persone che vociano da tutte le parti.  E’ sicuramente più …. “realistico”.

Enhanced by Zemanta

(lez. 2)

Continua a leggere “La difficile arte della comunicazione telematica”

Alcune considerazioni sul nucleare

Nuclear power plant in Cattenom, France

Image via Wikipedia

(Nota dell’autore. Poiché l’articolo è molto lungo per la lettura, ho predisposto anche una versione in formato PDF, disponibile sul sito di “Persona è futuro“)

Il tema dell’energia nucleare si è riproposto all’attenzione
dell’opinione pubblica per due eventi concomitanti: l’11 marzo del 2011
un terremoto di proporzioni devastanti a largo della costa Est del
Giappone ha provocato, oltre alla distruzione di migliaia di centri
abitanti ed uno spaventoso numero di morti nella popolazione, anche il
collasso della centrale nucleare di Fukushima,
a causa dell’impatto delle onde per lo tsunami provocato dal sisma.
L’impianto nucleare, uno dei più vecchi del Paese e composto da 6
reattori, è stato interessato da una serie di quattro distinti incidenti nucleari. Al momento di scrivere l’articolo (fine maggio 2011) la situazione non è ancora stabilizzata, ed anzi la Tepco,
la società che gestisce gli impianti in Giappone, ha confermato che è
avvenuta la fusione dei noccioli dei reattori 1, 2 e 3, con un accumulo
del materiale fuso alla base dei vessel (il contenitore del nocciolo);
in tutti i casi i vessel continuano a perdere acqua che deve
continuamente essere rimpiazzata.

Complessivamente l’incidente, nella prima settimana stimato al grado 4 della scala INES (scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici), quindi al livello 5 (a pari livello con il singolo Three Mile Island
in cui però non si ebbero né esplosioni, né rilasci di radioattività
nell’ambiente pari all’evento giapponese), ed è stato infine
classificato dall’Agenzia per la Sicurezza Nucleare e Industriale del
Giappone al grado 7, il massimo grado della scala, finora raggiunto solo
dal disastro di Cernobyl’, considerando l’insieme dell’evento e non più i singoli incidenti distinti (classificati tra i livelli 3 e 5).
A causa del terremoto molti altri impianti nucleari giapponesi sono
stati coinvolti, sia centrali nucleari che impianti del ciclo del
combustibile, ma le maggiori preoccupazioni riguardano quattro dei sei
reattori dell’impianto di Fukushima Daiichi, in particolare il reattore
numero 4. E’ notizia di questi giorni che, come si temeva, anche le
barre di combustibile nucleare dei reattori 2 e 3 si sono parzialmente fuse, e la situazione è passibile anche di peggioramento. Lo ha annunciato la Tepco, gestore dell’impianto nucleare.

Il secondo dato, che interessa la popolazione italiana, riguarda
l’intenzione, più volte espressa dal nostro governo, di riprendere la
costruzione di centrali nucleari e la produzione di energia in suolo
nazionale. Prima dell’incidente di Fukushima, il governo Berlusconi
attualmente in carica ha, infatti, iniziato un iter procedurale di
accordi con la francese EDF per la costruzione di nuove centrali
nucleari di terza generazione. Un comunicato diffuso da Areva (la multinazionale francese che gestisce gli impianti nucleari) rende noto che:

  • At the end of October 2008, Claudio Scajola, the Italian Minister
    for Economic Development, announced that the country would begin work
    on the construction of new nuclear power plants by 2013.
    Italy’s long-term aim is to achieve an energy mix of 25% nuclear, 25% renewables and 50% fossil fuels.

  • In February 2009, the Italian power generator Enel and its French
    counterpart EDF signed two industry agreements paving the way for close
    cooperation between France and Italy for the construction of new
    nuclear power plants. Under the terms of these agreements, Enel now
    holds a 12.5% stake in the Penly 3 EPR™ reactor, two years after having
    acquired the same level of holding in the Flamanville 3 plant.
  • In August 2009, EDF and Enel formed Sviluppo Nucleare Italia, a
    50/50 joint venture based in Rome to conduct feasibility studies for the
    development of four EPR™ reactors in Italy.

  • In January 2010, the Italian government gave its final approval
    to legislation setting out the criteria governing the process of
    selecting locations for eight future nuclear power plants. Claudio
    Scajola believes that work on the first projects will begin in 2013,
    with power generation following in 2020.

Come si vede, il cronoprogramma è già ben definito: prevede la
costruzione delle centrali a partire dal 2013, e si basa su un accordo
già siglato tra Enel e EDF.

Dopo l’incidente della centrale nucleare giapponese, tuttavia, il
governo, sull’onda emotiva dell’accaduto ha introdotto una moratoria
(ovvero una sospensione) di un anno per poter “riflettere in modo
approfondito” sulla possibilità di reintrodurre il nucleare in Italia.
Dopo alcuni mesi il premier Berlusconi dichiarava che in realtà questo
serviva per far calmare gli animi e non “agire sul riflesso di un’onda
emotiva”. In effetti il programma del governo “rimane lo stesso e cioè
proseguire nel nucleare” (dichiarazione
resa durante una conferenza stampa a Villa madama con il presidente
francese Sarkozy). A breve termine, dunque, il referendum abrogativo del
12 e 13 giugno, nonostante il tentativo del governo di rendere inutile
il quesito sul nucleare, ha mantenuto tra i tre anche quello che
interessa l’abrogazione di articoli di legge collegati alla produzione
di energia nucleare.

A questo punto facciamo un passo indietro.

La produzione di energia da fonte nucleare era stata bocciata in
Italia con il referendum del 1987. Le quattro centrali che allora erano
ancora in funzione o in procinto di entrarci, sono state chiuse o
smantellate, e le scorie radioattive di vario grado sono state affidate a
consorzi di stoccaggio che da allora sono costati all’Italia circa 10
miliardi di Euro, che continueranno almeno fino al 2021. Come si è
arrivato a questo? Perché il nucleare da noi fa tanto paura?

LA CAPRICCIOSA FISSIONE E IL TENEBROSO MR. FUSIONE

La produzione di energia dall’atomo si può ottenere sostanzialmente in due modi: per fissione
(scissione del nucleo dell’atomo) o per fusione (del nucleo di due o
più atomi). Allo stato attuale delle conoscenze e della tecnologia,
però, soltanto il primo caso è attuabile, mentre centrali nucleari del
secondo tipo sarebbero le più vantaggiose e pulite.

Nel mondo attualmente sono in funzione 440 centrali nucleari a
fissione di cui 150 in Europa (la maggioranza delle quali di seconda
generazione, mentre le più moderne sono di terza generazione). La
produzione elettrica da nucleare si attesta, a livello mondiale intorno
al 17% (24% nei paesi OECD, 35% nell’Unione Europea, dove
sostanzialmente la maggiore produttrice è la Francia).

In una centrale nucleare a fissione refrigerata ad acqua leggera,
come ogni centrale elettrica basata su un ciclo al vapore, avviene una
reazione che libera calore utilizzato per la vaporizzazione dell’acqua e
quindi la generazione di lavoro meccanico. Il principio fisico alla
base della generazione del calore è la fissione nucleare, ovvero la
scissione del nucleo di atomi pesanti quali uranio e plutonio.
La potenza degli impianti varia da un minimo di 40 MW fino ad oltre 1
GW. Le centrali più moderne hanno tipicamente potenza compresa tra i 600
MW e i 1600 MW.

La vita operativa di una centrale nucleare è in genere intorno ai 25
anni. Al termine di questo periodo l’impianto va smantellato, il terreno
bonificato e le scorie stoccate adeguatamente. Questi aspetti, in parte
comuni ad esempio alle miniere ed agli impianti chimici, assumono
particolare rilevanza tecnica ed economica per le centrali nucleari,
riducendo il vantaggio dovuto al basso costo specifico del combustibile
(uranio). Il costo di smantellamento viene oggi in parte ridotto
prevedendo un lungo periodo di chiusura della centrale, che permette di
lasciar decadere naturalmente le scorie radioattive poco durevoli,
costituite dalle parti di edificio sottoposte a bombardamento neutronico
(vedi paragrafo sotto: i quattro problemi del nucleare).

Per quanto riguarda i consumi, in base ai dati a disposizione, una
centrale nucleare da 1000 MWe necessita all’incirca di 30 tonnellate di
uranio arricchito all’anno o 150/200 tonnellate di uranio naturale. La
produzione di tali quantitativi di uranio presuppone l’estrazione di
grandi quantitativi di roccia e l’uso di ingenti quantitativi di acidi
ed acqua per la concentrazione del minerale: ad esempio la miniera di
Rossing in Namibia (concentrazione di uranio al 0.033% e rapporto
waste/ore a 3) per estrarre quel quantitativo di uranio per
l’arricchimento considerato si richiede l’estrazione di circa 2.5
milioni di tonnellate di minerale e di 120-150.000 tonnellate di acqua [fonte],
altri calcoli invece individuano, per un arricchimento al 3.5%, un
fabbisogno di 6 milioni di tonnellate di minerale, l’uso di 16.500
tonnellate di acido solforico e di 1.050.000 tonnellate di acqua. [fonte]

Infine, per quanto riguarda il rendimento termodinamico, va
evidenziato che le centrali nucleari hanno una efficienza di conversione
del calore in energia elettrica piuttosto bassa. Infatti solo una parte
variabile dal 30% al 35% della potenza termica sviluppata dai reattori è
convertita in elettricità, per cui una centrale da 1000 MW elettrici ha
una produzione di calore di 3000-3500 MW termici (MWt); a titolo di
confronto una centrale a ciclo combinato a metano ha rendimenti che
raggiungono il 57% [fonte].
La conseguenza di ciò è la necessità di dissipare in atmosfera, in
fiumi o in mare, enormi quantità di calore poco pregiato con un
fabbisogno di acqua di raffreddamento veramente molto cospicuo; se per
qualche motivo la portata d’acqua al condensatore di raffreddamento del
vapore fosse insufficiente, si dovrebbe ridurre la produzione di energia
elettrica, alla stregua di un qualunque impianto termico, sia nucleare,
o a biomasse o a solare termodinamico. Ad esempio in Francia il
raffreddamento delle centrali elettriche nel 2006 ha assorbito 19,1
miliardi di metri cubi d’acqua dolce, cioè il 57% dei prelievi totali
d’acqua del paese.

Qualche cenno sul tema della fusione. La fusione è il
processo di reazione nucleare attraverso il quale i nuclei di due o più
atomi vengono compressi tanto da far prevalere l’Interazione forte sulla
repulsione elettromagnetica, unendosi tra loro ed andando così a
generare un nucleo di massa maggiore dei nuclei reagenti; la fusione di
elementi fino ai numeri atomici 26 e 28 (ferro e nichel) è
esoenergetica, ossia emette più energia di quanta ne richieda il
processo di compressione, oltre è endoenergetica, cioè assorbe energia.
Il processo di fusione è il meccanismo che alimenta il Sole e le altre
stelle; all’interno di esse si generano tutti gli elementi che
costituiscono l’universo dal litio fino all’uranio ed è stata riprodotta
dall’uomo con la realizzazione della bomba H. Studi sono in corso per
riprodurre a fini energetici e a scala industriale fenomeni di fusione
nucleare controllata. Le centrali a fusione nucleare produrrebbero come
principale tipo di scoria l’elio, che è un gas inerte e non radioattivo,
inoltre non userebbero sistemi a combustione e quindi non
inquinerebbero l’atmosfera: di fatto non avrebbero emissioni di
pericolosità rilevante, ad esclusione del trizio. In più dovrebbero
essere in grado di generare grandi quantità di energia, superiori
rispetto a quelle delle centrali a fissione odierne.

Esistono vari meccanismi di fusione nucleare, e il più facile da
produrre artificialmente richiede l’utilizzo di due isotopi pesanti
dell’idrogeno: deuterio e trizio.

Il problema principale della fusione allo stato attuale è che
richiede temperature di lavoro elevatissime, tanto elevate da non poter
essere contenuta in nessun materiale esistente. Il plasma di fusione
viene quindi trattenuto grazie all’ausilio di campi magnetici di
intensità elevatissima, e le alte temperature vengono raggiunte con vari
metodi, come l’iniezione di neutri, radioonde e nella prima fase di
riscaldamento con correnti indotte (Effetto Joule). Il tutto rende il
processo difficile tecnologicamente, dispendioso e complesso.

Il problema delle scorie derivanti dall’attivazione neutronica di
parti degli edifici del reattore, dovrebbe essere ridotto: i tempi di
decadimento della radioattività indotta nei suddetti materiali sarebbero
comparabili con i tempi di

vita delle centrali stesse. E benché le quantità di materiale attivato possano essere considerevoli, il problema del loro stoccaggio
potrebbe essere più semplificato rispetto al caso delle centrali a
fissione. Comunque sia, i risultati nel campo della ricerca di materiali
a bassa attivazione, sono incoraggianti.

I QUATTRO PROBLEMI DEL NUCLEARE

La problematicità relativa alla produzione di energia nucleare si può riassumere in quattro fattori:

  1. La costruzione delle centrali ed il reperimento del combustibile e dell’acqua di raffreddamento per farle funzionare.
  2. La possibilità di fughe radioattive e di disastri nucleari durante il ciclo di funzionamento.
  3. La produzione di scorie radioattive e il loro successivo stoccaggio anche dopo lo smantellamento.
  4. Lo smantellamento.

Sulla costruzione delle centrali, il loro utilizzo, ed il reperimento
del combustibile nucleare, parleremo più sotto, così come dei disastri
ed incidenti. Il problema principale, attualmente, è il numero 3:
trovare il posto adatto dove stoccare le scorie, anche se del numero 1,
l’uranio e l’acqua, parleremo ancora. Ancora nessun Paese ha trovato un
deposito di stoccaggio appropriato, neanche gli Stati Uniti, che sono
uno dei paesi con più produzione nucleare al mondo: il loro tentativo di
costruire un superbunker nel Nevada per raccogliere le scorie
radioattive ad alto livello di tutto il paese, è stato abbandonato dopo
aver speso decine di miliardi di dollari in ricerche.
Ma anche lo smantellamento di una centrale richiede tempi estremamente
lunghi e diverse volte superiori al tempo di costruzione e di
funzionamento. Ad esempio l’Autorità inglese per il decommissioning ha
ritenuto che per il reattore di Calder Hall a Sellafield in Gran
Bretagna, chiuso nel 2003, i lavori potranno terminare all’incirca nel
2115 [fonte].

LE SCORIE, UN PROBLEMA “ANNOSO”

Prodotto della fissione del combustibile nucleare sono le cosiddette
scorie nucleari (che, per inciso, non vengono solo prodotte da centrali
nucleari ma anche da fonti mediche ed industriali). All’interno del
reattore nucleare, il materiale fissile (uranio, plutonio ecc.) viene
bombardato dai neutroni prodotti dalla reazione a catena ma non si ha
mai una fissione totale di tutto il “combustibile”: la quantità di atomi
effettivamente coinvolta nella reazione a catena è anzi molto bassa. In
questo processo si generano due principali categorie di atomi: quelli
“appesantiti” (attinidi), e i cosiddetti prodotti di fissione (cesio,
stronzio ecc); in parte sono allo stato gassoso.

A seconda del “combustibile” e del ciclo (cioè in pratica della
tipologia di reattore/i) utilizzati, la radiotossicità delle scorie può
essere nettamente differente; questo si traduce in tempi di isolamento
delle scorie che oscillano indicativamente dai 300 anni al milione di
anni. Questo è il tempo necessario affinché le scorie diminuiscano la
loro radiotossicità fino al valore dell’uranio naturale; dopo tale
periodo la radiotossicità delle scorie non è zero, ma comunque, essendo
pari a quella dei giacimenti di uranio normalmente presenti nella crosta
terrestre, è accettabile in quanto sostanzialmente si ritorna – in
termini di radiotossicità – alla situazione di partenza.
Complessivamente il combustibile esausto costituisce le “scorie
radioattive”. Si noti che i cicli all’uranio determinano scarichi
nettamente più radiotossici e di lunga vita rispetto ai cicli al torio, e
che gli attuali reattori (2º e 3º gen. ad uranio) determinano i
risultati di gran lunga peggiori con un milione di anni per ridurre la
radiotossicità al valore dell’uranio di partenza. Tutte le categorie di
combustibili esausti e di prodotti di fissione, accumulandosi, tendono
ad impedire il corretto svolgersi della reazione a catena e pertanto
periodicamente il combustibile stesso deve essere estratto dai reattori
ed eventualmente riprocessato (e questo stesso procedimento è a rischio
di incidente nucleare).

I circa 440 reattori nucleari presenti in 31 nazioni producono
annualmente migliaia di tonnellate di scorie. Un reattore ad acqua
pressurizzata da 1000 MWe scarica annualmente da 40 a 70 elementi
combustibili contenenti 460 kg di uranio ciascuno; il 94% del
combustibile esausto è costituito da U238, l’1% da U235 (elementi
presenti in natura), il 3-4 % da prodotti di fissione (quali cesio,
stronzio, iodio, tecnezio, etc.), pericolosi se liberati in caso di
incidente, ma innocui dopo qualche centinaio di anni se custoditi in un
deposito geologico.

I rifiuti nucleari vengono suddivisi in tre grandi categorie:

  1. Basso livello: sono i più abbondanti e scarsamente pericolosi
  2. Medio livello: sono costituiti, ad esempio, dalle guaine degli
    elementi combustibili del reattore; richiedono una schermatura, ma
    costituiscono solo il 7% delle scorie (e contengono il 4% della
    radioattività)
  3. Alto livello: costituiscono il 3% delle scorie ma contengono il 95% della radioattività e sono i più pericolosi a lungo termine.

Per i rifiuti della seconda e terza categoria, a valle del
trattamento con il quale si riduce il loro volume, si compie prima
un’operazione di “condizionamento”, che consiste nell’inglobare (o, nel
caso di liquidi, solidificare) i rifiuti all’interno di una matrice
solida, tipicamente cemento o, per una piccola parte, la più calda, di
quelli della terza categoria, vetro trattato con metodologie speciali. I
rifiuti condizionati sono posti successivamente in due tipologie di
depositi:

  • Depositi di tipo ingegneristici: costituiti cioè esclusivamente da strutture fabbricate
  • Depositi di tipo geologico: realizzati in formazioni profonde, ad
    esempio argillose o saline dotati di particolari caratteristiche di
    durata nel tempo, stabilità, ecc.

Qualsiasi categoria si consideri, nello smaltimento il principale
pericolo è costituito dalle infiltrazioni d’acqua, anche minime o
minimissime, dati i periodi di dimezzamento molto lunghi e la complessa
catena di decadimenti necessaria per raggiungere la stabilità nucleare.
La più importante garanzia nello smaltimento dei rifiuti nucleari è,
quindi, rappresentata proprio dalla natura dei siti prescelti: miniere
di salgemma vecchie milioni di anni (non vi è mai stata acqua che
avrebbe sciolto il sale), banchi basaltici o depositi in zone
desertiche, situati al di sopra delle falde acquifere. Le scorie vengono
in tali casi depositate a 500-1000 metri di profondità e pertanto si
presume che nessun danno da irraggiamento diretto sia possibile. [fonte]

Il problema è che allo stato attuale nessuna nazione è riuscita
ancora a trovare un luogo idoneo e definitivo per lo smaltimento dei
rifiuti radioattivi [fonte]. (si veda sotto il paragrafo “YUCCA, o del fallimento dello stoccaggio”)

In genere comunque, prima del riprocessamento o comunque prima del
deposito delle scorie, queste vengono stoccate per non meno di 5 mesi,
ma arrivando anche agli anni di attesa, in apposite piscine d’acqua
situate nel complesso delle centrali che hanno lo scopo di raffreddare
il materiale radioattivo, e schermare la radioattività generata dagli
elementi con tempo di dimezzamento più breve, in attesa che questa
scenda a livelli accettabili per intraprendere la fasi successive.

A parte tali elementi molto pericolosi ma a vita breve, il problema
maggiore legato alle scorie nucleari riguarda infatti l’elevatissimo
numero di anni necessari affinché si raggiunga un livello di
radioattività non pericoloso. Il “tempo di dimezzamento” è il tempo che
un determinato elemento impiega a dimezzare la propria radioattività: è
quindi necessario un tempo molte volte superiore a questo affinché
l’elemento perda il proprio potenziale di pericolo. Si consideri che ad
esempio il plutonio, con un tempo di dimezzamento di circa 24.000 anni,
richiede un periodo di isolamento che è nell’ordine di 240 mila anni e
che, nel suo complesso, il combustibile scaricato da un reattore di 2a o
3a generazione ad uranio mantiene una pericolosità elevata per un tempo
dell’ordine del milione di anni.

YUCCA, O DEL FALLIMENTO DELLO STOCCAGGIO

Il problema, ancora irrisolto ed economicamente molto oneroso, è dove
conservare in condizioni di sicurezza la crescente quantità di scorie
radioattive prodotte dagli impianti nucleari, che restano altamente
pericolose per migliaia di anni.

Negli Stati uniti, era stato deciso di concentrare le scorie
radioattive in un unico deposito sotterraneo, costruito sotto lo Yucca
Mountain, (Nevada meridionale, 160 km a nord-ovest di Las Vegas), un
monte di tufo alto quasi due chilometri. Nei suoi tunnel avrebbero
dovuto essere conservate, in oltre 12.000 contenitori, oltre 70.000
tonnellate di scorie radioattive (63.000 delle quali provenienti dalle
centrali elettronucleari e 7000 da impianti nucleari militari). Il costo
e la complessità dell’operazione sono sempre stati enormi. Solo per gli
studi preliminari del terreno e il progetto sono stati spesi 8 miliardi
di dollari; per la costruzione del deposito, si prevedeva una spesa di
almeno 70 miliardi di dollari. Si trattava poi di trasferirvi il
materiale radioattivo, attualmente conservato in 131 depositi
sotterranei distribuiti in 39 stati: per il trasporto occorrerebbero
4600 treni e autocarri che dovrebbero attraversare 44 stati. Ma è
successo qualcosa. Dopo quasi 20 anni di ricerche e lavori preparatori,
il congresso americano nel marzo del 2008 ha definitivamente
abbandonato il programma di costruzione ed apertura del gigantesco
impianto di stoccaggio delle scorie ad alto livello di Yucca, a causa
dei giganteschi costi associati al trasporto ed allo stoccaggio, alla
manutenzione e alla gestione dell’impianto ed ai problemi di sicurezza
(perlopiù derivanti dalle infiltrazioni) che non avrebbero potuto essere
garantiti per il numero di anni definiti dalle specifiche (>
10.000). [fonti: -1- -2- -3- ]

Al momento non è stata ancora trovata una destinazione alternativa e
le scorie continueranno ad accumularsi nei depositi esistenti (non
sotterranei) dislocati negli stati. Il deposito di Yucca Mountain aveva
ottenuto una licenza dal NRC per 70 anni di esercizio, in previsione di
un probabile riutilizzo futuro delle scorie stesse, che contengono
ancora circa il 95% di energia sotto forma di isotopi di uranio e
plutonio.

(seconda parte)

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Perchè aumentano i prezzi del petrolio e dei carburanti

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Sono giorni difficili per gli automobilisti italiani ed europei. L’aumento del costo delle benzine dovuto alle tensioni del Nord Africa ed all’aumento del costo del petrolio, arrivato alla soglia psicologica dei 120 dollari al barile (di Brent), ha gettato nello sconforto chi fa un uso quotidiano della macchina, e sta ponendo non pochi problemi in tutto il comparto del trasporto. Il petrolio, infatti, risulta ancora la principale fonte di energia per approvvigionamento e, poiché il sistema dipende strettamente dalle fonti, un problema nell’estrazione accende immediatamente la miccia della paura, che genera poi la speculazione.

Il fatto è, però, che gran parte del petrolio proviene dell’Arabia Saudita, che finora non è stata interessata dagli sconvolgimenti socio-politici dell’area mediorientale (fortunatamente..). E mentre l’America, più autosufficiente, è in grado di mettere in campo le riserve speciali per calmierare l’eventuale carenza di greggio, ed il sottosuolo della Russia è, come noto, ricolmo di giacimenti energetici di tutti i tipi, l’Europa, invece, non sta messa molto bene, perché, a differenza di tutti gli altri grandi “blocchi”, non ha sul proprio territorio fonti significative di petrolio, dirette o di riserva. L’Italia, infine, oltre ai problemi di natura strettamente geografica (presenza quasi nulla di petrolio nel sottosuolo, configurazione orografica difficile, ecc.), per colmo di sfortuna è la Nazione che ha più interessi economici (ed in particolari petroliferi) con la Libia, motivo per cui i primi ad accorgerci della scarsità di approvvigionamento dal paese in fiamme siamo proprio noi.

Tutto così negativo quindi, da non poter fare niente? Non esattamente. In realtà, infatti, l’aumento del prezzo alla pompa non dipende direttamente dalla guerra in corso in Libia. Nonostante la lunga premessa, di scarsità non c’è neanche l’ombra, perché l’Opec, come prima cosa, ha aumentato la produzione di petrolio regolando la “manopola” delle estrazioni e riportando subito il valore a prima della guerra. Che succede quindi nella corsa al rialzo dei prezzi?

L’aumento sta interessando non soltanto l’Italia, ma tutta l’Europa (ed in parte anche altri Stati). Per arrivare alla situazione italiana dobbiamo considerare almeno due ordini di motivi: uno europeo (internazionale) ed uno italiano (locale).

I motivi internazionali che spingono in alto la corsa dell’oro nero sono sostanzialmente tre:

1. Aumento del costo del barile
2. Deprezzamento del costo dell’Euro rispetto al Dollaro
3. Paura che i problemi in Libia si estenderanno anche ad altri Paesi

Mentre i motivi locali che spingono in alto il prezzo alla pompa sono altri tre:

1. Il 65% circa è composto dalle accise
2. Non c’è reale concorrenza tra grandi Marchi
3. Ci sono pochi distributori bianchi (senza logo) e troppi chioschi (piccoli e piccolissimi distributori locali).

Queste componenti di differente ordine vanno quindi affrontate a livelli diversi: i problemi economico-finanziari di natura internazionale vanno affrontati in ambito europeo, e devono essere tesi ad evitare la speculazione finanziaria. I problemi invece di ordine amministrativo-economico vanno discussi in sede locale e devono essere tesi a diminuire le anomalie italiane.

In più c’è un altro elemento da tenere presente nel considerare l’andamento italiano dei prezzi, ed è il famigerato problema della “doppia velocità”: tra il prezzo del petrolio e il prezzo alla pompa. Quando il primo aumenta, subito il secondo aumenta, mentre quando il primo scende il secondo….aspetta molto ad adeguarsi (quando lo fa..). Ma questa in realtà non è una motivazione, più che altro è un effetto della mancanza di concorrenza. Ed in effetti, curare il sintomo più che la causa non sembra una soluzione, ma il governo, anche su pressione delle associazioni di consumatori, ha comunque creato una Commissione per la valutazione delle dinamiche dei prezzi dei carburanti. Qualche giorno fa, Gianluca Pezzi ha pubblicato su Autoblog un grafico che mostra l’andamento dei due prezzi negli anni in esame: interessante per approfondire l’aspetto della doppia velocità.

Il dettaglio. A fine febbraio è cominciata la corsa al rialzo ed attualmente (dato del 7) la soglia di 1,57 euro al litro raggiunta dalla benzina verde nei distributori Esso rappresenta il nuovo record storico, dopo il massimo di 1,56 euro toccato il 15 luglio del 2008. Si tratta del record del prezzo consigliato sul territorio nazionale, che poi sale anche oltre 1,6 euro in alcune aree del Paese, come la Campania, a causa delle addizionali regionali. Per il diesel si passa dall’1,44 euro/litro delle stazioni di servizio Tamoil all’1,46 rilevato negli impianti Q8 (le no-logo a 1,39). Il Gpl, infine, si posiziona intorno allo 0,79 euro/litro registrato nei punti vendita Eni, Q8 e Tamoil (0,77 euro/litro le no-logo).

Sono dati che fanno riflettere, ma sui quali è meglio non appoggiarsi troppo. Le fluttuazioni del prezzo del petrolio sono ancora enormi, ed è difficile fare previsioni sia in un verso sia in un altro.

L’articolo è leggibile in versione integrale su Autoblog, dove è stato pubblicato mercoledì 9 marzo. Enhanced by Zemanta

In caso di necessità…

Potrebbe tornarvi utile questo piccolo vademecum sul disinnamoramento. Scritto dopo affannosi momenti di sofferenza, un lungo apprendistato ed una robusta esperienza, vi giovi sapere che c’è anche tanta lettura dietro, ed è stato stilato con l’attiva collaborazione di Silvia – Pensieridicarta (le esperienze, le osservazioni e le note in corsivo sono sue) e con la consulenza di Marianna – Smoking permitted, due blogger da 90. Non me ne vogliate quindi…
Aggiornamento. Può essere utile e dilettevole la lettura del testo di Veniero Scarselli L’illusione del “partner migliore” che ho inserito in questo sito in un estratto significativo (nel post ci sono i riferimenti ai testi completi)

Disinnamorarsi: possibile?
La volontà vi sostiene in modo chiaro, incontrovertibile, sincero, il vostro io razionale ne è certo: la persona di cui vi siete innamorati non è quella giusta. Di più: non è la persona di cui dovevate innamorarvi. Siete sicuri che la relazione con questa persona è impossibile, per motivi validi e dimostrabili. Probabilmente ci litigate e basta, oppure già vi odiate (e state scambiando questo per un caso di amore/odio), o avete due mentalità opposte, oppure continuate a desiderare di lasciarvi, o altre motivazioni, inclusi ovviamente amici e conoscenti che confermano in pieno i vostri ragionamenti ma di cui non riuscite a trovare supporto nel cuore. Infatti, ormai è tardi: quando ci pensate, lo capite.
Scriveva Stendhal: Per evitare l’innamoramento occorre agire subito, nei primissimi momenti, dopo può essere troppo tardi.
Il cervello ha la certezza e questo è importante. Ma la mente vacilla, l’io cosciente non riesce a togliere di torno l’immagine di questa persona. Riconosci chiaramente tutti i sintomi dell’innamoramento – li conosciamo bene: pensiero ossessivo, proiezione al futuro, sogni ad occhi aperti, etc. La letteratura trabocca di questi segnali e per i più pragmatici c’è anche una voce su Wikipedia, che peraltro riporta la teoria di Alberoni su innamoramento ed amore.
Insomma ci sei dentro, e non sai cosa fare. Come si può, senza diventare pazzi, conciliare questo stato di opposti enti? Da una parte un sentimento vivo e potente (l’amore, il motore dell’universo), dall’altro la mente che fornisce constatazione di assoluta incompatibilità. E’ un po’ come lottare contro sè stessi. Bisogna fare di necessità virtù, aguzzare l’ingegno.
Innanzitutto, credo che ci debba essere una forte motivazione razionale, personale, e un profondo convincimento. Un po’ come quando decidete di smettere di fumare. Se con questa persona ci andate d’accordissimo e quando ci state insieme siete felici, ovviamente questa lettura non ha senso: perché mai vorreste disinnamorarvi? Le scuse come i “ridiamo su cose diverse” sono sciocchezze. Ci deve essere una grave ragione, ed una forte incompatibilità su cose fondamentali. Se le motivazioni sono invece fragili, lievi come può essere il gusto di un colore diverso, sarà il vostro stesso io razionale a crollare per primo.
Premessa n.1: sgrombriamo subito il campo dai dubbi. Disinnamorarsi, nel senso di non provare più nulla per la persona – specie se “a comando”, è impossibile, e questo dovrebbe essere chiaro anche vedendo come funziona l’innamoramento. Solo il tempo può dare una mano perché è provato che l’innamoramento s’affievola comunque dopo un certo periodo (variabile molto ed a seconda delle circostanze, della distanza, delle volte che si vede la persona, ecc.).
Premessa n.2: Qualcosa si può fare lo stesso, e non è poco.
Premessa n.3: A quanto si evince dalla letteratura in merito[1] ci si innamora di una sola persona alla volta. Quindi se vi succede di innamorarvi (veramente) di un’altra persona, avete buone probabilità di dimenticarvi della precedente.
Il problema consiste nel fatto che comunque l’innamoramento è temporaneo, dunque anche il ricordo tornerà. In effetti, il disinnamoramento non è un processo per così dire “meccanico” ma cognitivo. Per fare un paragone, assomiglia più all’elaborazione del lutto: è un momento di crescita interiore nel quale la persona deve fare i conti con una realtà cambiata. Inutile cercare di cristallizarla e di riferirsi al passato: in quel caso si tratta di idealizzazione.

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