Qualcosa sull’automobile: dal diesel(gate), alle alternative a idrogeno ed elettrico

Alcune mie considerazioni sull’argomento diesel, e le alternative elettriche, ibride e ad idrogeno.
(just my 2 cents)

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Premessa

I diesel hanno fatto passi da gigante negli ultimi dieci anni.

Basta vedere per strada una Focus Tdci o una Bravo Jtd dei primi anni 2000: spesso fanno fumo nero dallo scarico, in determinate occasioni come le accelerazioni o le decelerazioni. E poi osservare un diesel di ultima generazione – euro5, che circolano dal 2009, se non si vuole prendere un euro6: nessuna sbuffata nera, ma soprattutto, rispetto ad un’euro3 l’abbattimento delle emissioni inquinanti è superiore all’80%: un abisso. La differenza è ancora più evidente nei piccoli centri, dove non c’è stato, come ad esempio a Roma (quando era sindaco Veltroni) il divieto di circolare introdotto per le auto più inquinanti. A volte quando vado nei paesi e nelle città più piccole, mi stupisco di come lascino ancora girare diesel che inquinano più di 10 furgoncini ante euro!  Per non parlare dei pullman, ma qui andiamo fuori tema..

I motori diesel – per costituzione – sono ben più efficienti dei motori a benzina (è il motivo per cui, tra l’altro, consumano meno dei benzina): i turbodiesel di ultima generazione o comunque ben progettati possono arrivare ad un rendimento fino al 37-38%, mentre i migliori motori a benzina non superano il 26-27%. Il rendimento è la quantità di energia fornita dal carburante che è convertita in moto effettivo: il resto si trasforma in calore (attriti, sprechi, ecc.). Quindi: in un motore a benzina, 3/4 dell’energia finisce in calore (parte del quale va peraltro smaltito per non bloccare il motore stesso, attraverso il raffreddamento, che richiede energia) e solo il restante quarto è quello che viene effettivamente usato per muovere l’auto.

Contina a leggere su: http://www.lucianogiustini.org/blog/archives/2015/09/qualcosa_sullautomobile_dal_dieselg.shtml

aa

Su Mons. Galantino, Immigrazione, ruolo dei cattolici.

Ieri sono ritornato dal mare . Ho passato delle belle giornate con il mio nipotino Francesco, scoprendo che fare il nonno non è semplice, ma bello. Oggi sono a Tribulina di Scanzorosciate e registr…

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Savino Pezzotta sempre lucido e condivisibilissimo: da leggere

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Ma a me ‘Siam pronti alla vita’ è piaciuto

Come noto, il primo maggio si è inaugurato, tra ritardi e difficoltà ma comunque in tempo, l’Expo di Milano. Presente il premierissimo Renzi che ha voluto modificare leggermente l’Inno di Mameli con una personale reinterpretazione, sostituendo il finale “Siam pronti alla morte” con “Siam pronti alla vita“. A seguire polemiche infinite e prese di posizione nette ed intransigenti, in puro stile italiano.

L’origine del “Canto degli italiani” e di quel riferimento alla morte risale al 1847: l’inno fu scritto, come noto, dal giovane studente patriota Goffredo Mameli, genovese, e musicato da Michele Novaro. Sebbene italiano, l’inno in realtà si rifà, in spirito e semiosi, alla marsigliese francese. Era ispirato, infatti, a ciò che stava succedendo in Francia con la Rivoluzione che prende il nome dal famoso motto di Liberté, Égalité, Fraternité e preludeva ai moti del 1848 in Italia. Dopo di questi, ed anche grazie alla sua orecchiabilità e al richiamo ai temi della liberazione e all’indipendenza dallo straniero (asburgici in primis), il successo dell’inno fu un crescendo, divenne popolare nel Risorgimento e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, tanto che diventò de facto l’inno d’Italia anche senza una legge (anzi, nel più puro spirito italiano, è rimasto inno provvisorio, e solo nel 2012 una legge ne ha decretato l’obbligatorietà ─ senza peraltro togliere la provvisorietà, non si sa mai).

E veniamo dunque al testo: come ogni storico sa, le cose e gli eventi accaduti nel passato non si possono giudicare con le categorie del presente ma vanno contestualizzati (parola magica che autorizza in genere a giustificare tutto ciò che di terribile è accaduto prima di noi, tendenzialmente con ragione). Il testo è un mix di patriottismo, riferimenti culturali, storici e letterari di non immediata comprensione e soprattutto è intriso di romanticismo, che all’epoca era in voga (anche oggi, ma sui danni fatti dall’idealismo ne scriverò un’altra volta).

La retorica del testo è tutta incentrata sulla battaglia e sulla chiamata alle armi (in chiave di liberazione dallo straniero, contestualizzando ovviamente): nel ritornello e nella prima strofa, dove poi c’è il riferimento alla morte, c’è il tema della coorte (ovvero della decima parte della legione romana), il richiamo “all’armi”, e poi la citazione a Publio Cornelio Scipione (nell’inno è in latino: Scipio), cioè al militare romano che alla fine della II guerra punica liberò la penisola italiana dall’esercito cartaginese, e che fu soprannominato “Scipione l’Africano”. Secondo Mameli, il suo elmo è ora indossato dall’Italia che è pronta a combattere (ovvio) ed essere di nuovo unita (contro il suddetto straniero invasore, sempre contestualizzando). L’esaltazione della figura di Scipione sarà ripresa durante il fascismo con la produzione cinematografica Scipione l’Africano, uno dei colossal storici del tempo, en passant.

Siam pronti alla morte? Allora senza dubbio lo erano, per unire l’Italia; oggi temo molto meno, ma lo spirito patriottico ─ con richiamo alla morte ─ è stato in realtà modificato successivamente: dopo il 1861 ai monarchici quell’inno sembrava troppo rivoluzionario (Mameli era un mazziniano doc), mentre alle frange più anarchiche sembrava all’opposto troppo conservatore. Insomma, stranamente i primi italiani uniti erano già divisi anche su questo. Così, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, l’inizio della seconda strofa fu cambiato: da “Noi siamo da secoli calpesti, derisi” divenne “Noi fummo per secoli calpesti, derisi”, mentre nel ritornello venne ripetuta la frase “Siam pronti alla morte” con l’aggiunta di un roboante “Si!” in modo da auto-confermare eventuali dubbi (la psicologia positiva sarebbe arrivata solo un secolo dopo, ma noi eravamo già avanti, come al solito, senza saperlo).

Ed ecco che qui interviene Renzi con geniale sagacia, ma non solo sul testo: non si può disaccoppiare la coreografia comunicativa renziana dalla presenza scenica dei bambini. Sono i bambini ad essere inquadrati quando viene cantata la “variante” al ritornello e la strofa finale: le telecamere chiudono su di loro, e il commento di mia madre sancisce che l’opera renziana di revisione è riuscita: “Che carini!!”. Fine del discorso: neanche io riesco a non apprezzare quell’inno così romantico: e poi siam pronti alla vita in effetti suona meglio di siam pronti alla morte..

Delle doti comunicative e di spregiudicatezza di Renzi si è detto di tutto di più. C’è a chi piace, in generale a chi ha un carattere fattivo e concreto, e c’è a chi non piace, spesso chi è più legato alle tradizioni e a un certo modo di intendere la politica e la comunicazione: ma questo generalizzando molto, perché poi perfino Crozza ormai lo percula fin da tempi non sospetti. L’ultimo in ordine di tempo è stato il diretùr Ferruccio De Bortoli, che in un editoriale infuocato prima di lasciare la direzione del Corsera lo ha soprannominato maleducato di talento“.

Sul talento, non si discute. Forse FDB voleva ispirarsi allo smemorato di Collegno,  ma tutto si può dire di Renzi tranne che non abbia inventiva e creatività, anche quando forse non è opportuno (ma la creatività è sempre opportuna e l’inventiva mai fuori luogo?). In fondo, solo dei monolitici reazionari potrebbero desiderare che nulla cambi, sebbene noi italiani siamo più portati a fare in modo che tutto cambi affinché nulla cambi.
Ma anche ammettendo che cambiare l’inno sia la cosa più tremenda che si possa fare, uno stupro da inorridire facendo rotolare nella tomba di moto circolare uniforme il povero Mameli e il Novaro, non riesco a trovare così grave questo cambiamento, a meno che non si inquadri la cosa da un punto di vista strettamente segnico. Perché la sfida di matrice renziana non è una strofa cambiata, ma è il cambiare per cambiare, cioè il rischio di modificare solo le apparenze, le appartenenze e gli equilibri, ma poi lasciare le cose in sottofondo come stanno, rischio reale, io credo molto più inopportuno di una strofa revisionata.

Neanche questa in fondo è una novità. Nei sistemi di potere (e quello italiano è solidissimo, nonostante le apparenze) la sfida al cambiamento di qualsiasi persona che lo conquisti, si infrange di solito negli apparati, un po’ come quei tripodi giganteschi che si stagliano nelle barriere dei porti: inizialmente l’onda li travolge e li sopravanza, ma poi piano piano perde potenza mentre le seconde e terze file dei giganteschi pietroni alla fine abbattono anche l’ultima energia residua, in modo che il porto resti calmo, tranquillo, sereno….

Viviamo in una società, quella italiana, per certi versi mortifera, annegata nella corruzione di in una classe politica soggiogata ed asservita a un modo di agire mafioso (inutile citare Mafia Capitale, ché come romano è quella che più mi colpisce da vicino), a qualsiasi livello territoriale e politico, e una società derisa e calpestata, essa sì, perfino dai propri stessi appartenenti, una società profondamente litigiosa, intrinsecamente ideologizzata, e incapace di adottare un atteggiamento costruens ma ben preparata su quello destruens. Qualsiasi passaggio sui social network può testimoniarlo facilmente, nei modi vari per attaccare l’avversario, sputtanarlo, dimostrare il più classico degli sport italioti: “io ho ragione, tu hai torto”. E se magari la ragione c’è (non sia mai che qualcuno affermi che la verità non sta mai tutta da una parte, peraltro) è ancora peggio!  Indice e simbolo di una incapacità di accettare ed accogliere le differenze e ancor di più di trovare dei punti di accordo e di confronto (famosi quelli costruttivi, spesso citati e quasi mai applicati)..

Insomma invece di darcele di santa ragione ed essere pronti alla morte, oggi preferisco sentire dei bambini cantare di “esser pronti alla vita”…

– Originally posted on lucianogiustini.org –  See more at: http://www.lucianogiustini.org/blog/archives/2015/05/ma_a_me_siam_pronti_alla_vita_e_pia.shtml

Buona la seconda (Laurea)

My entire life can be summed up in one sentence: things didn’t go according to plan.
─ anonymous

 

L’inizio dei post che preferisco contiene una citazione che svela il senso, in modo ironico e semplice, ed è tutto chiaro. “La mia intera vita si può riassumere con una frase: le cose non sono andate secondo i piani”

E’ una cosa brutta o bella? Secondo me, bella: non credo molto nella pianificazione. Parlerò di una scelta in un ambito totalmente diverso da quello in cui mi ero mosso fino a pochi anni fa, dell’incredibile sequenza di eventi che sono “andati a posto” da soli e che hanno portato ad un approdo apparentemente sorprendente, alla fine di un percorso di ricerca e all’inizio di una strada che mi ha portato gioia, novità, e, almeno in teoria, disegnerà un andamento alternativo della mia vita. E’ un percorso arricchente ma che in fondo è un ritorno alle origini.

Ma che cosa è successo?

Da diversi anni, come chi mi conosce sa, vivevo una specie di crisi professionale. Il fuoco per l’informatica era passato, non senza perplessità, e la passione, soprattutto, per la programmazione e la progettazione sembrava essersi esaurita o perlomeno arrivata ad un punto morto, dopo un percorso fatto di molteplici iniziative, ricerca e studi che aveva portato a diversi successi e a un mestiere durato anni. Ma ho capito che le mie passioni e i miei interessi si stavano spostando: sempre più passavo dall’approccio delle scienze tecniche a quello delle scienze umane. E’ stata una presa di coscienza in realtà molto lunga, che ha interessato molti anni e non senza diversi ripensamenti.

Inizialmente avevo intrapreso un percorso di avvicinamento alla psicologia, uno dei temi che più mi interessava – anche perché la mia formazione era davvero carente sotto quell’aspetto: diciamo la verità, non ero portato per l’empatia o la capacità di avere una visione più approfondita su di me e sull’altro, né tantomeno all’interno della professione ciò era considerato un vantaggio. Quindi, di fronte all’incapacità di affrontare il mondo relazionale in maniera efficiente, da bravo ingegnere ho approfondito i temi che mi interessavano per cercare di capirci qualcosa, cosa che in effetti serviva. Nel frattempo, il mio campo di ricerca e competenza era sicuramente diventato la comunicazione (ambito senza dubbio ampissimo), e in particolare la parte relativa al rapporto con i nuovi media – in questo l’essere stato un innovatore prima con Beta e poi osservatore e ricercatore, approfondendo la materia e animando discussioni e progetti con molti attori e protagonisti dell’internet italiana era stato fondamentale.

Questo avveniva ancora qualche anno fa.

A partire dal 2004 si sviluppa l’interesse per i nuovi media e dal 2007 per i social e contemporaneamente per le scienze umane: è tutto connesso.

Fino al 2011 sono stato un ingegnere informatico “full”: ho lavorato in Telecom Italia ed in altre società del settore facendomi un po’ le ossa in campo tecnico, dopo la grande stagione pionieristica nella Nice, la società dove avevo fondato e progettato il network editoriale di Beta nel 1998 e negli anni successivi con annessi e connessi.
Eppure lavorare nel campo dell’informatica non mi stava piacendo più. Ma come mai, mi dicevo: “io sono questo”, “la mia passione e il mio lavoro sono questi”. Com’è possibile che il Luciano che passava notti intere davanti al pc fino a pochi anni fa, oggi era bloccato?

La questione è stata abbastanza complessa da risolvere.

Ero una persona abituata ad interagire principalmente in ambito tecnico, e anche piuttosto solitariamente, ma la parte di me relazionale era diventata non più comprimibile: lavorare nell’ambito tecnico significava continuare a mantenere la gabbia che mi stava stretta, in un contesto fortemente competitivo e un po’ nerdiano. Peraltro il cliché dell’informatico in realtà era un po’ appiccicato: seppur con un approccio, quello tecnico-scientifico, dal quale non potrò mai prescindere, l’ambito tecnico informatico era solo uno dei miei ambiti di interesse, e non era più al primo posto.

E’ nel 2012 che cambia qualcosa: scopro la vocazione all’insegnamento grazie alla lungimiranza di Giovanna Abbiati, che fa partire il primo Master in Comunicazione e new media all’Ateneo Regina Apostolorum (e con la quale successivamente organizzerò il TEDx in Vaticano). Questa opportunità professionale, che mi darà anche grandi soddisfazioni personali (memorabili le tesine dei miei studenti che seguo una ad una con grande entusiasmo), farà però emergere ancora di più quello che sembrava un malessere, una pausa nello spazio della mia attività professionale.

Dovevo, in qualche  modo, evolvermi e imparare. Dovevo fare qualcosa mettendo a frutto da una parte le conoscenze e quello che avevo imparato con l’insegnamento e dall’altra approfondire il collegamento tra le scienze umane, la comunicazione, e l’informatica. Ma come?

In questi anni ho avuto la fortuna di avere affianco delle persone straordinarie che mi hanno aiutato molto in questo percorso di trasformazione. Il buon neurologo, innanzitutto, che mi ha preso in carico quando ero nel pieno della crisi, poi il mio padre spirituale, il mio gesuita come lo chiamo io (provocando l’ilarità generale) che mi ha seguito e mi segue con una pazienza in odore di santità, e poi la psicoterapeuta che mi ha portato in qualche modo all’accesso al mio mondo emotivo in modalità nuove e inaspettate. Tre figure necessarie, probabilmente.

Che fare, dicevo? Le opportunità professionali – o le sfide, come si chiamano oggi – erano venute meno a causa di una politica a mio avviso miope dell’ateneo che aveva deciso di cancellare il Master in comunicazione gettando al vento un lavoro fruttuosissimo e pieno di impegno che aveva avuto un successo straordinario. Dopodiché c’era l’aspetto prettamente informatico: già, ma i miei interessi ormai si erano spostati sull’insegnamento e sulla formazione.

Proprio sulla formazione c’è stato molto lavoro di ricerca. Mi ero avvicinato anche al mondo del coaching, prima in modo critico, poi cercando di comprendere cosa c’era di buono e cosa invece poteva essere rischioso o semplicemente inadatto, pur con i miei limitati strumenti ma insieme appunto alle persone che nelle rispettive professioni mi hanno sempre dato un apporto fondamentale in questa comprensione.

Ricordo a tal proposito un bellissimo commento su alcune mie considerazioni di ordine psicologico che avevo riassunto alcuni mesi fa in un post dal titolo emblematico, Alla ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno) dall’’attuale vicepresidente dell’ordine degli psicologi della Lombardia: “Ce ne fossero di ingegneri come te!!”. Per me fu un onore e in parte un sollievo, anche perché quel post fu duramente contestato da uno dei professionisti succitati di cui avevo totale stima, e che sicuramente aveva colto delle imprecisioni, che poi hanno portato ad un rimaneggiamento del post stesso.

Viene il tempo delle decisioni, e siamo al 2013. Essendo legato ancora allo schema professionale dell’ingegneria – e non volendo aspettare oltre per cambiare qualcosa – decido di prendere un (costoso) Master universitario internazionale in Management and emerging technologies, di ambito ingegneristico. Sembra fatto apposta per dare una svolta alla mia professione, e invece si rivela un errore madornale. Me ne accorgo solo dopo: tutti gli argomenti delle materie vertono su aspetti tecnologici e tecnici estremamente approfonditi, perfetti per chi vuole fare un percorso per lavorare in ambiti estremamente specialistici come il settore automotive, per esempio, ma non per me e non a 44 anni! Credevo che approfondire i temi delle nuove tecnologie sarebbe stata una strada coerente: mi ero sbagliato. Stavo prolungando lo stesso errore che avevo fatto con la prima laurea – e ora per di più tutto era di scarso interesse per me – quando il mio orizzonte si stava spostando invece sulle scienze umane e sulla relazione tra queste e le scienze dure. Non c’era niente in quel Master che facesse per me…Ma ormai la frittata era fatta.

Mentre sono devastato dall’errore fatto, nasce per caso, per una coincidenza provvidenziale, diciamo così, l’opportunità che mi farà intraprendere il percorso giusto: navigando sui siti universitari mi cade l’occhio su una laurea specialistica in Teorie della comunicazione in un’università privata, la Link Campus. Guardo gli esami, approfondisco gli argomenti e penso “che bello sarebbe poter fare questa. Ma chi ce l’ha 5 anni…”
Decido comunque di telefonare, più per sfizio che per altro, e mi risponde una gentile signora alla quale faccio qualche domanda. Ad un certo punto butto là una frase quasi senza pensarci: “Peccato che con la mia laurea non posso accedere a questa specialistica, sennò..”. E dall’altro capo mi sento rispondere: “Chi gliel’ha detto, scusi?”.

Come una scossa che ti attraversa quando incroci il sorriso della ragazza che avevi sempre sognato, la vita mi passa davanti e balbettando dico “Lei mi sta dicendo che posso accedere direttamente alla specialistica del corso in Teorie della comunicazione con la mia laurea?” – “Si, lei mi ha detto il suo curriculum, che è molto buono, lo valutiamo in sede di commissione ma sicuramente le posso dire che dal punto di vista accademico, con la riforma, non ci sono problemi”.

“Grazie!” Appena termina la telefonata mi fermo un attimo, ed urlo: Si – può – fare!!

E’ un momento di pura euforia e di fervente attività. A quel punto, una volta scoperto ed appurato che il percorso di unire le mie competenze tecniche con le scienze umane in un unicum accademico è fattibile ed in tempi umani, inizio a vedere i possibili percorsi specialistici nelle Classi di laurea in Comunicazione (sono diverse) di tutte le università romane. Telefono e mi informo, scarico brochure e indirizzi, vado a parlare con le responsabili didattiche, trovando disponibilità e professionalità. Ma ancora le cose non sono così semplici come sembrano…

Le tre principali università statali più una privata alle quali sono interessato, infatti propongono sì percorsi diversi – tutti molto interessanti – ma a delle condizioni: non potrei iscrivermi all’anno accademico in corso ma devo aspettare l’inizio dell’anno successivo, e nonostante il mio curriculum dovrei comunque dare alcuni esami della triennale, “per stare sicuri” in sede di valutazione. Inizio a scoraggiarmi ma insisto.

E’ a questo punto che la magia accade.

Per scrupolo avevo scritto anche all’università statale più lontana da casa mia – che proponeva anch’essa un percorso didattico estremamente interessante – scusandomi per il fatto che avessi saltato le precedenti prove concorsuali per accedere alla laurea specialistica ed allegando un curriculum vitae e studiorum. Pensavo che non mi avrebbero neanche risposto…
Il giorno dopo invece mi risponde, in poche ma fondamentali righe una professoressa (che non smetterò mai di ringraziare) che mi annuncia che c’è un’ultima finestra concorsuale da lì a pochi giorni per entrare nell’anno in corso, e che sarebbero disponibili a un colloquio. Mi dà appuntamento alla mattina seguente, il suo giorno di ricevimento.

Ed è proprio lì che grazie alla lungimiranza e la disponibilità del collegio didattico posso coronare il sogno, è in quel momento che i pezzi del disegno iniziano ad andare ognuno al posto loro. Quando ci incontriamo, lei mi spiega che proprio quell’università sta promuovendo da alcuni anni un percorso multidisciplinare che cerca di mettere insieme ambiti di competenza diversi. Io sarei stato ottimo per questo approccio. Ed era proprio quello che stavo cercando – io e loro. Erano le persone con cui mi sentivo di poter intraprendere un percorso formativo finalmente coerente, anche se in realtà mi apparteneva da sempre: perché in realtà la Comunicazione era il filo rosso che mi univa fin dalle mie prime esperienze lavorative. Il commento più bello è stato il suo: “è davvero raro che una persona con una formazione tecnica si avvicini e approfondisca le discipline delle scienze umane, il suo è un percorso complesso ma molto ricco”.

Da lì in poi è stato tutto un faticoso ma entusiasmante percorso di avvicinamento. Ancora ricordo quelle settimane tra gennaio e febbraio come una corsa continua alle scadenze: colloquio preliminare con docenti titolari, incombenze amministrative con problemi inaspettati (nell’altra università risultavo ancora iscritto!), preparazione del Piano di studi, integrazione del curriculum con testi per colmare le lacune (in storia, ad esempio!).

Arriva il giorno della valutazione del collegio didattico: il suo superamento, diventa l’occasione per conoscere persone straordinarie, grazie all’impegno della mia tutor formidabile e dalle vedute ampie, con cui abbiamo stilato il percorso personalizzato. Ricordo quel giorno anche perché chi ha esaminato ed approvato il mio percorso mi ha detto una cosa che reputo molto bella: io, un po’ emozionato, cercavo di rompere gli indugi mentre valutava le differenze di Cfu (ovviamente tra i codici di Ingegneria informatica e quelli di Lettere e filosofia ci sono ben poche concordanze!) dicendole che “io sono molto motivato”, e lei mi ha risposto “Anche noi!” con un bellissimo sorriso. Era fatta! Ero nel biennio magistrale (e nell’anno in corso!) di Scienze dell’Informazione e della Comunicazione.

Forse è vero, credo che sia difficile che si uniscano mondi così lontani come l’ingegneria e lettere e filosofia. Ma io in questi anni sono cambiato, l’informatica ormai mi va stretta, ed era tanto che inseguivo questo progetto, in realtà. Anzi, diciamo che è quello che avrei dovuto fare da subito. Ma, come si dice, meglio tardi che mai. E io sono in ritardo, in genere…

Man mano che vado avanti nei corsi e nei seminari di questa fantastica galoppata nella mia seconda laurea, ho imparato moltissimo. Ad esempio per l’importanza della multidisciplinarietà: ci sono sfere culturali che non si parlano, (Scienza) e (Filosofia), per dirne due che sono sotto gli occhi di molti, oppure (Tecnica) e (Letteratura), ecc. Molte persone, anzi la maggior parte, non mettono insieme due sfere distanti e c’è chi rimane tutta la vita confinato in una dimensione professionale senza volerne sapere di altre, ad esempio il Teologo che studia solo storia dell’arte e religione e non vuole saperne di metodo scientifico, o lo scienziato che studia solo il mondo tecnologico di sua competenza e non avverte nessuna esigenza di comprendere il trascendente. Viviamo nell’epoca della specializzazione, come noto.
Ma più si integrano le discipline e si esula dalla specializzazione e più si amplia il proprio orizzonte culturale, e più le cose iniziano ad apparire sotto luci diverse. E ciò che prima vedevi solo da un’angolazione, la vedi da molte altre….

L’impegno è gravoso – e c’è anche in qualche modo rinuncia in questo percorso – su questo non posso certo mentire: so che mi prenderà tempo e lo toglierà ad altri progetti, ma sono contento così. Molto contento.

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Continua a leggere “Buona la seconda (Laurea)”

Questa generazione non capisce quand’è il momento di crescere | VICE | Italia

Alla nostra generazione è stata negata la possibilità di crescere, e le conseguenze sono tutte intorno a noi: se i trent’anni sono i nuovi venti, qual è il momento giusto per diventare adulti?

Source: www.vice.com

Un’analisi, raccontata in presa diretta, da un protagonista dell’età "di mezzo", quella dei 30 anni, e del difficile passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta, sempre più sfumato e spostato in avanti negli anni.

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Con la Kadjar, anche Renault entra nel mid-SUV “fashion”

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La Renault ha presentato il suo Suv medio: bello e ben figurante, nei rapporti dimensionali ricorda chiaramente la cugina Nissan Qashqai sulla cui piattaforma è stata progettata e prodotta, anzi sembra quasi di riconoscerla, guardandola da varie angolazioni. Sinergie ormai necessarie, che però portano anche scelte progettuali poco convincenti ed obbligate.

La più eclatante è sostanzialmente la scelta del ponte posteriore interconnesso (almeno sulle 4×2), vera pecca del modello, esattamente come la Qashqai. Perfino la nuova Fiat 500X (di segmento inferiore e al pari della cugina Jeep Renegade) monta sospensioni indipendenti al posteriore, così come le Mini Countryman ed altri modelli (per non parlare delle (BMW). La ragione progettuale è semplice: le sospensioni interconnesse costano meno. Ma la dinamica di guida ne risulta inferiore, così come la reazione del retrotreno nel caso di buche o irregolarità della strada. In ogni caso sono pochi quelli che, guidando la vettura, se ne accorgeranno, considerando le ottime doti stradali della cugina franco-nipponica. Le vendite si prospettano sicuramente di grande rilievo, al pari della Qashqai che ha praticamente fondato il mercato delle crossover in Europa.

Quello che mi incuriosisce però è la scelta del nome: Kadjar. Volevano essere sicuri di ricordarsi che era cugina della Qashqai?

Comunque, sarà costruita in Cina. Meditate, detrattori della Fiat di Marchionne…

Per approfondire: Quattroruote: Renault presenta la Kadjar (02/02/2015)

Mindfulness, un’infografica utile e rapida

La Mindfulness, contrariamente ad altre metodologie di non sempre certa utilità (ne parlavo ad esempio nel post sulla Ricerca di senso, dalla psicologia al coaching e quant’altro), è una metodologia piuttosto ben formata che non va alla ricerca di senso o di chissà quali significati ma semplicemente aiuta a sperimentare il noto principio del qui ed ora. Attività cognitiva che fa sempre bene: aiuta a concentrarsi (non a caso si rifà ai temi della consapevolezza e meditazione), a percepire e regolare meglio il proprio stato emotivo e mentale, a distaccarsi dal rimugginio sul passato e a non farsi prendere troppo dalle ansie del futuro. Per saperne di più non resta che cercare, ci sono molti siti che ne parlano. Qui mi piace raccogliere un’immagine che riassume un po’ il metodo anche graficamente, comoda da tenere a portata di mano:

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L’immagine è presa dalla Pagina Facebook del bravo psicologo Luca Mazzucchelli (qui il post originale).

Per chi vuole poi c’è sempre la mia paginetta Nosce.org, dove raccolgo spunti e articoli su vari argomenti di psico-qualcosa.

Collegata a questa, c’è anche un piccolo elenco per punti che ho rebloggato recentemente sul mio Tumblr, che penso si adatti bene a questo fine d’anno 2014:

Inspiration for the future

(onlinecounsellingcollege)

– Hang onto hope
– Believe and be strong
– Smile, and share laughter
– Spread thankfulness
– Live in the moment
– Go after your dreams
– Be grateful for life
– Be all you can be.

Continua a leggere “Mindfulness, un’infografica utile e rapida”

Quella ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno)

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“The state of your life is nothing more than a reflection of the state of your mind.”
─ Wayne W. Dyer

 

Meridiano dello stomaco.

Avevo sentito questo termine da un conferenziere famoso, Igor Sibaldi. Mi aveva colpito una frase: “Se a una persona togli un dolore al ginocchio, magari puoi fargli peggio; metti che ha un problema col meridiano dello stomaco e gli sale a livello gastrico”. Questa parola fa scattare subito la mia attenzione. Così ho cercato qualche riferimento web, e ho trovato una pagina interessante dove spiega cos’è questo meridiano e quali problemi può causare. Ma dopo aver letto, ho visto la biografia della persona che scriveva questo sito, e non mi ha rassicurato. E anche alcune persone, anzi molte persone con cui sono entrato in contatto in quest’ultimo periodo hanno questa cosa in comune: credono in qualcosa che va oltre le mie conoscenze medie. Così ho cercato di capirne di più.

*    *    *

Da alcuni anni si stanno sviluppando tutta una serie di figure professionali – ben consce che la ricerca di senso è alla base dell’agire umano – che aggirano il problema della motivazione dandone una connotazione diversa. Sono gli stessi psicologi, che spostano il discorso dalla ricerca di senso alla ricerca di una tecnica, o una metodologia efficace. Alla base di questo filone di pensiero – banalizzando – c’è una constatazione, ovvero che il cognitivismo classico che per tanti anni ci ha accompagnato nella ricerca di senso, analizzando la storia, il vissuto emotivo, il padre, la madre, la nonna, i fratelli, l’attaccamento e tutto quello che ha caratterizzato il passato della persona – spesso non risolve il problema. O per meglio dire, la persona riesce ad avere un quadro del proprio passato ma non cambia, capisce qualcosa di sé ma non modifica il suo agire, o non lo modifica abbastanza. In altri termini capire non porta automaticamente al cambiare, come invece si riteneva accadesse nei casi ben formati di psicanalisi.

The post continues at: http://www.lucianogiustini.org/blog/archives/2014/11/quella_ricerca_di_senso_dalla_psico.shtml

Quella ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno)

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“Ma per l’amor del cielo, è proprio inutile tutto quel che non ci procura un immediato guadagno? Hai ritrovato un amico dopo tanto tempo e già lo vedi come una merce
─ Johann Wolfgang Goethe (Wilhelm Meister, gli anni dell’apprendistato, Adelphi)

 

Meridiano dello stomaco.

Avevo sentito questo termine da un conferenziere famoso, Igor Sibaldi. Mi aveva colpito una frase: “Se a una persona togli un dolore al ginocchio, magari puoi fargli peggio; metti che ha un problema col meridiano dello stomaco e gli sale a livello gastrico”. Questa parola fa scattare subito la mia attenzione. Così ho cercato qualche riferimento web, e ho trovato una pagina interessante dove spiega cos’è questo meridiano e quali problemi può causare. Ma dopo aver letto, ho visto la biografia della persona che scriveva questo sito, e non mi ha rassicurato. E anche alcune persone, anzi molte persone con cui sono entrato in contatto in quest’ultimo periodo hanno questa cosa in comune: credono in qualcosa che va oltre le mie conoscenze medie. Così ho cercato di capirne di più.

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Da alcuni anni si stanno sviluppando tutta una serie di figure professionali – ben consce che la ricerca di senso è alla base dell’agire umano – che aggirano il problema della motivazione dandone una connotazione diversa. Sono spesso gli stessi psicologi, che spostano il discorso dalla ricerca di senso alla ricerca di una tecnica, o una metodologia efficace. Alla base di questo filone di pensiero – banalizzando – c’è una constatazione, ovvero che il cognitivismo classico che per tanti anni ci ha accompagnato nella ricerca dei “perché“, analizzando la storia, il vissuto emotivo, i genitori e i parenti, l’attaccamento e tutto quello che ha caratterizzato il passato della persona, spesso non risolve il problema. O per meglio dire, la persona riesce ad avere un quadro del proprio passato ma non cambia, capisce qualcosa del suo Sè ma non modifica il suo agire, o non lo modifica abbastanza. In altri termini capire non porta automaticamente al cambiare, perché spesso questo processo, seppur necessario, non è sufficiente.

Il processo del cambiamento

Quindi si è cercato di spostare di più l’attenzione su obiettivi ben formati (quindi raggiungibili, realistici, scalabili), con l’intento di indirizzare la persona sui risultati, non importa quale passato abbia generato i traumi o i disturbi: quelli ci sono, ma non è importante solo analizzarli e capirli, quanto averne coscienza per poi guardare avanti e gettarseli dietro le spalle. Non dargli, cioè, quella connotazione deterministica di causa-effetto che invece la psicoterapia classica fa: il perché agiamo. Sapere perché si ripete uno stesso errore o comportamento, toglie il problema? Molto spesso no, appunto. E allora, sulla base di un certo fallimento dell’approccio canonico, arriva un nuovo approccio, che dice: “il tuo problema è un blocco? Non mi interessa tanto far risalire a livello cosciente tutti i motivi che hanno portato al blocco stesso, ma rimuoverlo il prima possibile”.

E il cardine di questa metodologia si basa su due elementi: uno è il fare, inteso come l’agire individuando degli obiettivi precisi, avendo una mission, e non fermandosi a ragionare sul Sé ma ribaltando l’esperienza: agire in direzioni nuove e diverse. L’altro è essere efficienti ed efficaci. E’ l’efficienza quello che conta, con l’efficienza e la metodologia superiamo le nostre debolezze, le nostre limitazioni e soprattutto, troviamo un senso. Il senso di quello che si fa arriverà dopo, dopo aver agito, non prima. L’azione darà sviluppo compiuto alla motivazione stessa e non viceversa.

Difficile per chi ha una formazione come la mia credere totalmente in qualcosa del genere, sapendo che la motivazione interiore è quella molla fondamentale che ci spinge verso l’azione molto più di quanto l’azione stessa potrà mai ottenere, anche se soddisfacente e perfezionata. 

Tuttavia, chi è appassionato di queste metodologie ─ e ne ho conosciuti alcuni in questi anni ─ confida molto in esse e le applica con perizia, mettendole in pratica e ottenendo risultati.  La scuola più famosa è senza dubbio quella della Terapia breve strategica fondata in Italia da Giorgio Nardone sulla base delle intuizioni di Paul Watzlawick (Scuola di Palo Alto), ma in ambito internazionale non è la sola. Sono nati decine di corsi, sulla scia del successo di questo metodo nel mondo anglosassone (sempre all’inseguimento dell’efficienza) che cercano di armonizzarlo con il nostro ambito europeo (costantemente alla ricerca di senso).

Uno dei guru di queste scuole di pensiero, che hanno per mantra l’efficienza, è senza dubbio David Allen con il suo il metodo GTD (Getting things done), su cui ha clostruito un impero milionario fatto di consulenze, di libri e perfino di talk su TED. Ho comprato il suo libro, sono iscritto alla sua newsletter, e sono un suo fan anche solo per l’energia che infonde per cercare di rendere migliore la vita degli altri. Tuttavia, non ho mai trovato nulla che non avessi già in qualche modo individuato io stesso per risolvere i piccoli grandi problemi dell’organizzazione personale (ma io sono un ingegnere, e questo forse influenza la mia situazione efficientista).

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La crescita personale e altri racconti meravigliosi

Parallelamente, però, a partire da questi nuovi approcci psicoterapeutici si sono innestate le ben più numerose e variegate scuole di coaching, counseling e mentorship che sono ormai una realtà consolidata, diffusasi in Italia e in Europa a macchia d’olio e suddivisibili, grossolanamente, tra life coach (per lo sviluppo personale), coaching aziendale (in genere il più remunerativo), e per estensione “qualcosa-coaching” declinato in tutte le salse (business coaching, mental coaching, ecc.). E qui, si entra decisamente in un campo meno rigoroso o quantomeno sperimentale e talvolta ci si orienta un po’ a vista.

Ho un certo intuito per le cose poco convincenti e soprattutto coltivo il dubbio, ma qui davvero c’è di che sbizzarrirsi. La terminologia nata in questo ambito è davvero ricca: si va dal Neuromarketing allo Yoga della risata, dalla Crescita evolutiva alla ormai classica PNL (Programmazione neuro linguistica), dalla Neurosemantica alla famigerata Legge dell’attrazione, passando per il Performance coach, il Metodo RQI, l’Enneagramma e via via per una pletora di neoparole e termini esoterici si arriva velocemente al nocciolo della questione: conoscere il “segreto dell’auto-star-bene”, cioè la famosa crescita personale (non farò nomi, basta cercare per trovare centinaia di siti e di corsi sull’argomento). Questa corrente di pensiero persegue tra l’altro il famoso mantra che molti probabilmente hanno già sentito: pensa positivo, e attirerai energia positiva. E’ la fisica quantistica che ce lo conferma. (Eh?) Siamo tutti uno, siamo una cosa sola con la terra, l’universo. Guerriero della pace, dello spirito, della luce, della terra….assortito…

A parte i costi, che per ora mettiamo da parte ma su cui ci sarebbe da fare una ricerca interessante, ci sono alcune caratteristiche di base in questo campo:

  • La parola d’ordine comune è miglioramento personale. Non più i pilastri della psicologia classica (capirsi, conoscersi, accettarsi, e così via a seconda della scuola psicanalitica – e ce ne sono 25, più 45 modelli psicodinamici), ma evolversi verso un “livello superiore” con il raggiungimento di maggiore efficienza e wellness, attraverso una serie di strumenti utili all’obiettivo.
  • Sul web e i social network c’è un fiorire di iniziative del genere e ognuno sgomita per avere un posto al sole in questo ambito in crescita, anche se i nomi che hanno “sfondato” da noi sono pochi. Sono perlopiù formatori, psicologi, ex attori, ex sportivi, o persone che per qualche motivo hanno avuto successo nella vita, hanno imparato a comunicarlo bene e si sentono pronte a spiegare come affrontare la vita e ottenere risultati comparabili.
  • La maggior parte dei personaggi che affollano questo settore ha una spiccata sensibilità alla critica. Anzi, direi che il loro ego è più che ipertrofico, è un super-ego, che sarebbe interessante analizzare ma ci porterebbe lontano. Diciamo che – secondo me – la loro convinzione di aver raggiunto un livello superiore è talmente forte che ogni critica li porta in uno stato di irritazione e stress che ovviamente gestiscono, ma che spesso si produce in un aggressione critica (niente di nuovo, per carità, ma almeno uno psicologo o uno psichiatra veri questi comportamenti non se li sognano neanche..)
  • Continuità e metodo. Facendo piccoli sforzi, di postura, di respirazione, di movimento, di atteggiamento, di pensiero, di spirito, di fiducia, e di tutto quello che si può elencare in un eccetera autogeno, si raggiunge la desiderata crescita personale. E centinaia di migliaia di commenti di persone entusiaste e grate (tolti i commenti negativi che spesso vengono eliminati o non approvati, vedi sopra) sembrano stare lì a confermare che la cosa funzioni: si sentono migliorate, si sentono più efficienti, più consapevoli. Probabilmente lo sono.

Insomma c’è molto marketing in tutto questo, ma anche profonde convinzioni, teoremi, paradigmi e invenzioni anche creative, interessanti sotto certi punti di vista, seppur dall’efficacia spesso non dimostrata. Ma se c’è gente disposta a pagare…

Continua a leggere “Quella ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno)”

LE 7 TIPICHE ABITUDINI DELLE PERSONE INFELICI

La ForzaDellaNatura's Blog

unhappy“Basta poco per rendere felice una vita; è tutto dentro di te, nel tuo modo di pensare.”– Marco Aurelio

Le circostanze esterne possono certamente rendere la nostra vita complicata. Ma un ruolo estremamente importante – spesso decisivo – nel costante tentativo di essere felici è svolto

  • dal nostro pensiero,
  • dai nostri comportamenti
  • dalle nostre abitudini.

Se sulle circostanze esterne spesso non abbiamo il potere di incidere perché al di fuori della nostra sfera di influenza, il nostro atteggiamento e le nostre abitudini sono invece elementi sui quali abbiamo la possibilità di esercitare un controllo totale.

Ecco degli esempi di alcune delle abitudini quotidiane più distruttive che le persone infelici si creano da sole e che contribuiscono a minare in modo decisivo la loro felicità.

1. Temono il giudizio degli altri.

Molte persone hanno una preoccupazione costante nei confronti delle opinioni e dei giudizi degli altri al punto che, pur…

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