Falso idillio 19 (Brevitas)

Un uomo crede di amare una donna. Osserva con attenzione i sintomi: strani sogni, pensieri inaspettati, aspettative, lievi alterazioni biochimiche che agiscono sui suoi stati emotivi. Eppure quasi non la conosce. Certe cose infatti accadono solo nei libri o nei brevi racconti. Fermo sulla soglia, si chiede se precipitare gli procurerà questa volta più gioie o più ferite. In realtà crede soltanto di essere fermo, allo stesso modo in cui crede di amare: è tutto il racconto che precipita e si accartoccia come un foglio nel fuoco.

Roma, Virginia Raggi e il malgoverno da cancellare (anche sui bus)

Le condizioni di Roma sono ormai arrivate al limite del collasso

di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 9 novembre 2018 (link)

Virginia Raggi Corriere-Web-Sezioni

Circa due anni e mezzo fa oltre settecentomila elettori romani (tra i quali chi scrive: è giusto confessare le proprie responsabilità) dando il loro voto ai 5 Stelle contribuirono a far eleggere sindaco della capitale d’Italia Virginia Raggi. Naturalmente non avevano la minima idea di chi fosse: come del resto è la norma nel nostro Paese. In Italia infatti nessun elettore o quasi sa realmente chi sia il parlamentare che il suo voto contribuisce ad eleggere. Né per la loro stragrande maggioranza quegli elettori — sono convinto — avevano motivo di una particolare identificazione con il M5S. Semplicemente cercavano un’alternativa.

Dopo la rovinosa gestione della Destra di Alemanno e l’inconsistenza ridanciana e vagamente imbrogliona di Ignazio Marino eletto da una Sinistra a trazione Pd, volevano, come si dice, «provare a cambiare». Nel modo previsto dalle regole della democrazia: cioè mandando al governo l’opposizione. «Hai visto mai che questa volta?…»

È facile oggi dire che gli è andata non male ma malissimo. È arcinoto, infatti, che le condizioni di Roma sono ormai arrivate al limite del collasso: forse già oltre quel limite e quindi di fatto irrecuperabili. Il governo dei 5 Stelle insomma si è rivelato da ogni punto di vista un disastro. Ma domani gli elettori di cui sopra e in genere tutti i cittadini romani hanno il modo di cominciare a presentare il conto a chi di dovere, determinando l’inizio della cancellazione politica della sindaca Raggi e infliggendo un colpo al partito di Grillo responsabile di averla scelta. Per di più potranno farlo nei modi della democrazia diretta tanto cari all’una e all’altro: vale a dire recandosi nel maggior numero possibile alle urne (per la validità della consultazione è necessario superare la soglia del 33,3 per cento degli elettori) e votando sì al referendum indetto dai radicali per la liberalizzazione* di uno dei più disastrati servizi pubblici dell’Urbe, quello dei trasporti, gestiti finora da una società municipalizzata, l’Atac.

Sono almeno due le ragioni di merito che militano a favore di una liberalizzazione del trasporto pubblico romano. La prima molto empirica è che in tal modo, in seguito al necessario contratto di servizio tra il Comune e il concessionario privato si creerebbe almeno un contrasto d’interessi tra controllore e controllato. Quel contrasto che a meno di casi clamorosi oggi non c’è, dal momento che tra il Comune proprietario e i vertici dell’Atac da lui stesso nominati esiste un’ovvia identificazione. La presenza di un controllore diciamo così istituzionale dovrebbe portare ragionevolmente a un migliore servizio. Così come lo stesso obiettivo dovrebbe risultare dai criteri di maggiore efficienza rispetto al disordine attuale che un privato senz’altro adotterebbe, ad esempio per quel che riguarda il pagamento dei biglietti o le relazioni sindacali .

La seconda ragione è più generale. E cioè che la liberalizzazione costituirebbe un indubbio ammonimento per tutte le altre aziende municipali e per gli stessi uffici comunali. Le une e gli altri gestiti in un modo che dire pessimo significa usare un eufemismo: senza alcun spirito di servizio, all’insegna di un’inefficienza che rasenta l’incredibile, con sacche di potere personale di capi e capetti, con fenomeni diffusissimi di assenteismo e di privilegio sindacale scandalosi, con un’altrettanto diffusa opacità di pratiche e di condotta da parte di molti dipendenti. Perché la verità nuda e cruda è questa: il principale problema di Roma è il Comune di Roma. È il modo d’intendere il proprio lavoro da parte dei suoi dipendenti e il comportamento dei loro sindacati.

Anche perciò a Roma la personalità di un sindaco è cruciale. Con il che veniamo alla questione non di merito del referendum, che poi come spesso accade è quella più vera.

L’agonia in cui versa oggi la città indica chiaramente che il malgoverno o l’assenza di governo non è certo cosa degli ultimi due o cinque anni. Dura da un pezzo. Solo che quasi tutti i sindaci precedenti quello attuale, fatti esperti da una lunga militanza politica — come erano i sindaci di sinistra — e potendo disporre di un qualche insediamento partitico nell’amministrazione comunale e nei sindacati, hanno lasciato il disbrigo degli affari correnti a collaboratori capaci se non altro di tenere le situazioni critiche sotto controllo: per il resto preferendo occuparsi d’altro. In genere di legare il proprio nome a iniziative di tipo culturale o spettacolare in grado di assicurare loro visibilità e prestigio e di conferirgli un tratto comunque significativo di autorevolezza e di rappresentatività.

Con Virginia Raggi,invece, la situazione è precipitata. Ora che la conosciamo possiamo dire che in realtà tutto la predisponeva a questo esito. Giovane piccolo-borghese romana dall’abbigliamento e dalle maniere che «fanno tanto perbene» nel quartiere Appio Latino dove è cresciuta, è centaura provetta e con l’aria sempre annoiata e il tratto vagamente indolente che ricorda la protagonista di un racconto di Moravia; alla vigilia delle elezioni le chiedono il titolo dell’ultimo libro che ha letto e lei risponde «non mi ricordo». Di rapidi studi, e colta nel modo che si è capito, quello che sa dovrebbe impararlo frequentando come ragazza di bottega gli studi disseminati nel quartiere Prati intorno al Palazzo di giustizia, dove avvocati inappuntabili, frequentatori dei circoli lungo il Tevere, rappresentano gli interessi dei palazzinari, del generone, del ceto burocratico-faccendiere della Capitale, gestendone gli affari e gli affarucci con un occhio alla politica e l’altro pure.

Ma Virginia Raggi non sembra aver appreso molto da questo che pure a suo modo è un serbatoio di saperi. Una volta eletta, infatti, mostra innanzitutto di non essere assolutamente capace di scegliere i suoi collaboratori. Cambia assessori vorticosamente, appare incerta e insieme autoritaria, si circonda di personaggi più che dubbi che promettono di saper gestire il personale galeotto del Comune ma in realtà gestiscono soprattutto le loro carriere e le loro prebende, finendo per questo anche nel mirino della magistratura. La sindaca Cinque Stelle non riesce a costruire un’agenda d’impegni significativa per la città, sembra muoversi sempre a tentoni, non ha visione, non ha polso, non sa prendere alcuna decisione tempestiva e importante per arrestare lo sfacelo che la circonda. È evidente che non ha la minima idea di che cosa sia la politica. Ostaggio rassegnata dei suoi 60 mila dipendenti, insieme ad essi tiene in ostaggio due milioni e mezzo di romani: non avendo capito che era proprio da quei 60 mila che avrebbe dovuto avere inizio la svolta che in tanti si aspettavano da lei. Ma soprattutto Virginia Raggi appare paurosamente incapace di comunicare. Banalissima nel lessico, algida nel tono sempre improntato a un che di malmostoso e di infastidito, non sa mai suscitare un’emozione, trovare una parola convincente di rammarico o di scuse per i mille guai che quasi sempre per colpa della sua amministrazione capitano alla città e ai suoi abitanti.

I quali però domani hanno finalmente la possibilità di farle capire — anche quelli che l’hanno votata — che cosa pensano della sua opera di sindaco.

* Precisazione dell’autore: «Nel testo originale, apparso sull’edizione cartacea, ho scritto erroneamente privatizzazione laddove invece si tratta di liberalizzazione, cioè non già di vendere l’Atac – che di certo nessuno mai acquisterebbe – ma di mettere a gara il servizio tra vari offerenti».

Cambridge, abbiamo un problema (intrinseco)

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A marzo del 2017 Michal Kosinski, uno psicologo e Ph.D di Cambridge, professore a Stanford di Organisational Behavior, presenta al CeBIT i risultati di alcuni suoi studi: la Psicometria applicata nel contesto dei Social media. Più precisamente una delle metodologie più applicate: i cosiddetti Big Five (cinque tratti di personalità, tradotti in italiano con: apertura mentale; coscienziosità; estroversione; amicalità e stabilità emotiva – neuroticism in inglese), attraverso i quali si creano dei grandi cluster di profilazione. Se non vi fa pensare ai miei Cluster digitali avete ragione: sono infatti due cose diverse, anche se contigue.

La psicometria è nota e usata fin dagli anni Novanta per determinare i tratti di personalità con un modello metrico, appunto: mediante interviste, sondaggi, ecc. Kosinski ha utilizzato i dati dei social, Facebook in particolare, per arrivare a risultati più precisi in minor tempo. Nel video mostra un grafico nel quale, analizzando i like degli utenti della sperimentazione, individua i tratti di “personalità” con precisione: con poche centinaia di like, in particolare, l’accuratezza che lui afferma sfiora il 90%. Il video si chiama “The End of Privacy”, c’è anche un sito da lui predisposto – potete provare se volete, basta loggarsi con Facebook: applymagicsauce.com

Bilancio di un anno

✓ 1° Libro (in fase di correzione, ma ci siamo)
✓ 2ª Laurea (umanistica, la prima era tecnica)
✓ 1° articolo scientifico (peer-reviewed)
✓ 1° Insegnamento a Tor Vergata (Lab)
× Rottura definitiva con l’ex.

Un anno intenso. Senza dubbio.

La ricerca del pattern

“Ci sono cose che non ti sembrano collegate. Ma a un certo punto le colleghi e tutto ha un senso”, dice Cheryl in The Secret Life of Walter Mitty (il remake non è un gran film ma contiene alcune buone intuizioni).

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A volte metto insieme alcuni elementi per trovare un pattern, un modello di senso. Steve Jobs incentrò il suo famoso discorso di Stanford del 2005 sul concetto dei connecting dots, e che è possibile farlo solo guardando indietro. È così, e a volte ci riesco bene, a volte meno. In molte occasioni quest’anno mi è stato possibile unire i puntini per vedere un disegno più grande, ed è stato forse l’anno in cui è accaduto più chiaramente.

Non per tutti è così, o non per tutte le cose (il tema della narrazione personale e collettiva è un leitmotiv delle mie ricerche – quindi il pippone è assicurato). Se guardo ai racconti di amici, amiche, ex, o colleghi, mi accorgo che per alcuni non è facile unire i puntini e vedere un “disegno”. In alcuni casi non si dà importanza a cose che invece forse avrebbe senso connettere. In altri casi ci si fissa in una narrazione che apparentemente ha un senso, ma che non connette le cose “giuste”. Spesso non diamo spazio a ciò che è doloroso, perché non lo vogliamo vedere. Così ci raccontiamo una storia, ma i puntini non si connettono o manca sempre qualcosa…e il disegno non appare.

L’ultima spunta della mia lista è di questa categoria: è stata una perdita che non capisco. Posso aggrapparmi al motto di un poeta, raccontarmi che è servita a farmi crescere, ma la verità è che dopo tutti questi anni non riesco a trovare un senso a questa storia – ma forse ha ragione Vasco: un senso non ce l’ha. Niente puntini da unire, niente pattern.

— Continua a leggere su Lucianogiustini.com

 

La seconda laurea e l’insegnamento (da trarne)

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Il 18 maggio ho conseguito la mia seconda laurea, in Scienze dell’informazione, della comunicazione e dell’editoria all’Università degli Studi di Tor Vergata. Ok, c’era già quella di ingegnere informatico ma questa è stata la laurea che ho sentito più mia: quella “vera”, se così si può dire. In questo percorso ho trovato un felice connubio sia professionale, su tematiche che seguo da alcuni anni – sociologia della comunicazione, ma anche la mia antica passione: psicologia – sia soprattutto umano, incontrando persone straordinarie. Devo gratitudine a chi ha avuto la pazienza di seguirmi con puntuali consigli e necessaria strutturazione delle mie (tante, troppe) idee, in un lavoro che ha poi portato alla stesura di una tesi originale, del cui oggetto di ricerca, i «cluster digitali» scriverò – auspicabilmente presto – in un articolo a parte. È stata insomma una bellissima esperienza, faticosa e arricchente, che probabilmente proseguirà (nell’ambito dell’insegnamento, da cui il titolo).

Perché ne parlo qui? Per un paio di motivi. Il primo è tenere traccia sul blog di un evento per me importante. Dal primo post sono passati esattamente quindici anni (era il 2002) e già nei primi dieci di cose ne erano successe: ogni tanto mi capita di rileggere cos’è cambiato intorno a me, e anche come sono cambiato io, e il blog a mio avviso rimane ancora il posto migliore per fermare qualche esperienza e concetto.

Il secondo motivo è mettere a fuoco qualche elemento che ho tratto da questo percorso di studi. I temi di fondo che ho riscontrato sono sostanzialmente tre:

1 – Cambiare quando non va. Dopo la felice esperienza nella Nice (dal 1998 al 2004), dove avevo portato le mie esperienze e competenze degli inizi, mi sono trovato a lavorare per alcuni anni in Telecom Italia, e successivamente in una società di consulenza e system integration, e come programmatore in un team romano tra i più validi e produttivi che abbia incontrato. Eppure… è stato proprio in quell’occasione che ho avuto la crisi più dura: alla fine del 2010 mi sono reso conto che la programmazione, e in parte anche il Web development non erano più la mia strada. Non era solo un problema cognitivo (i dolori di stomaco mi affligevano da ormai un paio di anni) ma ero cambiato io, e dagli anni dell’esordio editoriale a quelli dell’ingegneria del software i miei interessi si erano spostati sempre di più su altre tematiche. Usavo ancora gli strumenti “del mestiere” come Eclipse, configurandolo alla perfezione per il Php e il versioning SVN, ma l’esperienza diventava sempre più terribile.
Nel 2011 ho quindi preso un anno sabbatico e ho cercato di capire cosa non andasse in me: avevo una laurea in quel ramo ed ero programmatore da anni, quindi era molto difficile riconfigurare (per usare un termine congeniale) un percorso professionale avviato, anche se in crisi. Ricordo come quel periodo fosse orribile.
Rileggendo quell’esperienza posso dire invece che è stata la fase più utile. Dovevo staccarmi da un mondo che non era più il mio, per capire che il mio mondo era un altro. Verso la fine di quello stesso anno capitò un evento di quelli che ti cambiano la vita: Giovanna Abbiati, con cui poi avrei fatto cose belle e importanti, mi chiamò per chiedermi se ero disponibile a insegnare nel nascente Master in Comunicazione e New Media all’Ateneo Regina Apostolorum. Avevo già tenuto dei corsi di programmazione, ma in strutture piccole e con poche persone. Si presentava un’occasione per un salto qualitativo e per mettermi davvero alla prova. Risposi di sì, con qualche timore ma anche molta motivazione. Proprio nell’Ateneo ho scoperto quella che, con un po’ di prosopopea, ho chiamato la mia “vocazione all’insegnamento”, ed è stato davvero una rivoluzione, anzi l’inizio del cambiamento. Negli anni successivi ho realizzato un percorso formativo sui temi dei social media, che come early adopter conoscevo bene, insieme alle competenze digitali che come tecnico portavo in dote, riuscendo a coprire i molti argomenti nel numero prefissato di ore (sforando un po’…). In quel periodo ho scoperto che trasferire le mie competenze era sì faticosissimo ma anche bellissimo, e che insegnare è un’avventura che ti impegna a capirne di più, a informarti di più, a saper ascoltare di più e ad imparare, molto, dagli studenti e dai colleghi. È stato un salto che ha poi portato alla riconfigurazione (arieccola) del mio percorso professionale: perché a quel punto avevo capito che il rapporto con l’informatica e la telematica era cambiato e che quello che avevo studiato e imparato lo dovevo riorganizzare per poterlo trasferire ad altri, che l’avrebbero usato in modi diversi e nuovi. Da quell’esperienza peraltro è nata anche quella grande iniziativa che è stato il TEDxViadellaConciliazione, nel 2013, di cui proprio in questi giorni si riparla per l’intervento che Papa Francesco, che allora era stato appena eletto, ha tenuto al TED di Vancouver ad aprile di quest’anno. E molte altre cose che alla fine hanno consentito di capire che l’ambiente dell’insegnamento poteva essere una strada mia.

2 – La formazione continua (soprattutto in tempi di analfabetismi). Quando si esercita una professione come l’ingegnere, o il medico, o l’architetto, ci si dovrebbe tenere continuamente aggiornati. In realtà nell’informatica è palese, ma nella mia esperienza la stessa cosa vale per quasi tutte le professioni qualificate. È un problema molto sentito, perché non sempre è possibile frequentare corsi (se non ci pensa l’azienda presso cui si lavora, bisogna provvedere da soli, per non parlare del giusto tempo da dedicarci, gli argomenti da scegliere, ecc.), e i temi tecnologici – come detto – sono fortemente “sotto pressione”. Non ho usato il termine pressione a caso: talvolta parlo con amici che svolgono professioni in ambiti molto diversi, come ad esempio psicologi e psicoterapeuti, ma anche teologi, e anche in questi campi l’aggiornamento è divenuto imprescindibile. Per rimanere nell’esempio, solo in psicologia negli ultimi vent’anni è cambiato quasi tutto: molti dei modelli che fino agli anni Novanta andavano bene, oggi sono sottoposti a profondi processi di revisione. Questo accade grazie alle nuove scoperte nel campo delle neuroscienze e della psicoterapia. Tuttavia, è chiaro che chi ha studiato in quegli anni, oggi si trova a dover affrontare un percorso di riqualificazione complesso e a volte neanche ben chiaro (ci sono decine di modelli e scuole diverse…). Lo stesso discorso si può estendere, come si diceva, ad altre professioni. Ora immaginate cosa voglia dire quando bisogna insegnare qualcosa, in uno o, come nel mio caso, in più campi disciplinari contigui: l’aggiornamento formativo non deve solo essere continuo ma il più possibile diversificato e approfondito. Così ho capito che se volevo essere un insegnante valido dovevo colmare alcuni gap che nel tempo si erano evidenziati, nell’ambito delle scienze umane. Come ingegnere e come esperto del Web ero coperto dal lato tecnico, e con la rivista avevo approfondito alcune tematiche sulla comunicazione e sull’editoria, ma approfondire in modo più strutturato queste tematiche era diventato improcrastinabile. Ecco allora che nel 2014 è maturata la scelta di intraprendere un percorso di studio nuovo, che mi ha portato poi a conoscere la realtà di Tor Vergata, dopo aver selezionato l’offerta delle due altre università pubbliche romane, come la più confacente a quello che stavo cercando. Lì ho trovato persone straordinare, a partire dalla mia tutor che ha ritagliato “su misura” un piano di studi poi rivelatosi ottimale, alla mia relatrice che ha affrontato e strutturato il tema della mia ricerca nel momento stesso in cui lo stavo chiarendo a me stesso.
Da questo percorso di formazione impegnativo ho tratto almeno due lezioni importanti: senza una cultura a largo spettro, che unisca sia il lato più tecnico (nel mio caso le scienze dure) che quello umanistico, non è pensabile essere un buon formatore. Tra l’altro, ho verificato anche quanto sia importante il processo di approfondimento culturale proprio per poter leggere la complessa realtà che ci circonda. Purtroppo, approfondendo le mie ricerche – anche per la stesura del lavoro finale – mi sono reso conto di come il nostro Paese, da questo punto di vista, sia molto molto indietro. Non mi dilungo negli esempi – neanche credo ci sia bisogno di farne: ma tra analfabetismi digitali, “funzionali” (che sono però sempre da definire nello specifico) e di ritorno (quando si smette di studiare e si iniziano a perdere quelle conoscenze e competenze che si erano acquisite con gli studi), la situazione è drammatica, e c’è molto lavoro da fare.

3 – Le dinamiche dei social network. Si potrebbe cominciare col “fanatismo che corre sulla rete”, e credo sia esperienza di tutti averlo incontrato in qualche discussione online. Tuttavia la situazione oggi si è molto complicata. Proprio sulle dinamiche distorsive dei processi digitali, evidenziate dai social network, si è concentrata la mia ricerca negli ultimi anni. Ci sono fanatismi religiosi, storici, c’è un fanatismo politico, sociale, in generale una narrazione ideologica che vive di pseudo-verità fin da tempi non sospetti, come si suol dire. Ma è soltanto quando queste ideologie si saldano con le dinamiche dei social network che il discorso cambia completamente: le narrazioni distorsive si amplificano e si rinforzano in modalità che fanno fare il salto di qualità a quello che prima era confinato a un ristretto novero di persone – vuoi perché poco informate, vuoi perché poco propense ad allargare i propri punti di vista. Da qualche anno (generalmente si situa dal 2009-2010, quando la diffusione dei social media è divenuta pervasiva) centinaia di migliaia – e  milioni – di persone si trovano a condividere narrazioni comuni in un modello di diffusione nel quale gli algoritmi hanno una parte preponderante. Pensando di favorire i gusti degli utenti, infatti, i vari filtraggi effettuati dalle piattaforme fanno vedere quello che è ritenuto gradito all’utente ─ spesso non sbagliando. L’effetto è una sorta di loop: le persone effettuano delle scelte, selezionano per prime fonti e contenuti alla ricerca di temi specifici che confermino credenze e preconcetti (inclusi bias e quant’altro), e gli algoritmi iniziano a filtrare i contenuti presentando sempre di più quel tipo di contenuti. A partire dalla filter-bubble, individuata nel 2011 da Eli Pariser partendo dalla personalizzazione dei risultati di ricerca di Google, ci si è accorti che il fenomeno distorsivo è diventato talmente ampio da produrre un effetto ancora più allarmante: il modello conversazionale si sta deteriorando in modo così rapido, rendendo le persone meno abili al confronto e al dialogo ma anzi più chiuse e refrattarie, che non si parla più di “bolle digitali” ma di vere e proprie «celle blindate» (Luciano Floridi). È un processo noto specialmente agli addetti ai lavori, ma che nel 2016 è salito alla ribalta per le elezioni di Donald Trump negli USA, e per il termine fake news usato un po’ come il prezzemolo. Il problema della disinformazione e delle false notizie è stato messo a fuoco in particolare da un paio di grandi ricerche uscite negli ultimi mesi (soprattutto Anatomy of news consumption, pubblicato su Pnas a inizio 2017), che mostrano come conseguenza primaria del processo distorsivo l’estrema polarizzazione su temi specifici. Proseguendo nelle ricerche ho osservato qualcosa che rende il modello stesso fortemente aggregativo, innescando un disancoraggio tra esperienza e realtà (dove il racconto e la narrazione sono gli elementi comuni) che produce effetti evidenti: le elezioni politiche sono un esempio, ma i prodromi sono visibili già prima in molti luoghi della rete.

Queste tre tematiche hanno reso un percorso di studio e formazione ora più “chiaro”, potendo approfondire in modo appropriato gli ambiti di comunicazione, sociologia, psicologia e storia. Quando si insegna, bisogna prima di tutto imparare: è una banalità se vogliamo, ma si può declinare in vari modi. Ho imparato (e sto continuando a imparare) a ragionare, ad esempio, in modo scientifico, che non è una cosa né facile né scontata. Uno storico può distorcere la verità se rinuncia ad approfondire i fatti per “far tornare i conti”. Così quando si scrive qualcosa di scientifico – o comunque con un certo livello di rigore – bisogna abituarsi a dimostrare tutto quello che si sostiene, a collegare i fatti e le idee, e anche a metterle e mettersi in dubbio, se necessario.
Oggi è questo forse uno dei punti nodale di molte criticità interpretative: in un contesto informativo tanto ricco, distinguere le cose con il dovuto tempo e livello di approfondimento è una sfida per tutti: c’è un processo entimematico (di verosimiglianza) a cui l’utente è continuamente sottoposto, che richiede un lavoro di affinamento e selezione che implica a sua volta una capacità critica che perfino per gli “esperti”, a volte, non è scontata né immediata; è un mix di intuito e capacità ed è complicato, realisticamente, per la gran parte delle persone riuscire a capire dove si fermano le opinioni o le fake news (spesso disseminate a bella posta) e dove comincia il «fatto nudo» che comunque, come diceva già Kelly nel 1955, non esiste. Potrei anche citare il famoso effetto Rashomon, per cui ad esempio quattro osservatori diretti di un fatto riportano quattro versioni diverse dello stesso: è un discorso complesso che vale la pena di affrontare. Il rischio, già in parte realtà, è di affidarsi ad enti terzi (dalle piattaforme digitali alle istituzioni) per decidere cosa leggere, vedere, cercare – in un processo di selezione che inevitabilmente non è trasparente, non può mostrare gli “unknown unknowns“, ovvero le cose che non stiamo vedendo (concetto reso famoso da Donald Rumsfeld nel 2002).

Dunque, inizia una nuova sfida. Che partirà dal rimettere le mani sul lavoro fatto, intanto, per le necessarie correzioni e migliorie in modo da poterlo eventualmente diffondere con contezza. E poi pensando a un programma formativo, quando sarà il momento, sui temi suddetti. Sarà un impegno non banale, ma collaborare con persone con cui c’è una bella sintonia e uno scambio proficuo di stimoli e idee è una combinazione che mi attira e molto rara, nella mia esperienza.. Durante questi mesi non soltanto ho lavorato molto a migliorare le capacità di selezionare, collegare le cose, scriverle in modo corretto (soprattutto meno narrativamente) ma ho dovuto inventare, diciamo così, un metodo per raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissato, e applicarlo: in altre parole, imparare a motivarmi da solo per portare a termine il progetto, però non “da solo”, ma anche grazie al prezioso e paziente aiuto delle persone che ho avuto la fortuna di incontrare sul cammino.

Insomma, pensavo di essermi fermato, e si sono accumulate invece tantissime cose da fare. Nel corso di self-management all’Ateneo forse mi servirà qualche consiglio :-)

The best is yet to come

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On May I obtained my 2nd degree in Information Sciences, Communication and Publishing at the University of Rome Tor Vergata. There was the Computer science engineering degree, but this was the “mine” one. In this journey I found a really good and professional path on issues I’ve been following for years – Sociology of communication, but also my old passion: Psychology – and specially a great human experience, meeting extraordinary people. I’m thankful to those who had the patience to follow me with timely advices and the necessary structuring of my (so many, too many) ideas. This good mix has led to the drafting of an original work whose research object, the «Digital clusters», will write about (hopefully soon) in a separate article. It has been so an awesome experience, that probably will continue in a teaching program in this university: that’s really a great news.

Why I’m talking here about it? For a couple of reasons. The first one is to keep track in the blog, about such an important event for me. From the first post it’s exactly fifteen years (it was 2002 when I started): now and then I read what has changed around me, and how “I am changed”; the blog – in my opinion – remains the best place to fix some experiences and concepts along the path.

The second reason is to focus some of the elements from this particular experience of study. I basically found three underlying themes:

1 – Change when things don’t go. After the happy experience in Nice (from 1998 to 2004), where I brought my early experiences and skills, I worked for a few years in Telecom Italia (italian main telco company), and later in a consulting and system integration company, then as a programmer in one of the most valued and productive teams I worked with in the Rome area. And yet… in that time I had the toughest crisis: at the end of 2010 I realized that Programming and Web development was no longer my way…
It was not only a cognitive problem (the stomach pains was afflicting me from a couple of years) but the fact that I was changed. From the early years of editorial debut to the period of software engineering, my interests shifted more and more to other topics. I still used the typical technical tools like Eclipse, configuring perfectly for PHP and SVN versioning, but things were getting worse every day.
So. In 2011 I decided to take a sabbatical year, trying to figure out what was wrong with me. I had a degree in the computer science field, worked as programmer, and it was very difficult to reconfigure (to use a congruent term) a professional career – although in a state of crisis. I remember how that time was horrible.
By re-reading that experience, I can say it was the more useful phase. I had to get away from a world that was no longer my own, to understand that my world was another. In the end of that year there was an event – those who change your life: Giovanna Abbiati (with whom I would later do big important things) called at my phone: she asked me if I was available to teach in the upcoming «Master in Communication and New Media» at the Athenaeum Regina Apostolorum. I already did some courses on Programming topics, but in small ambits and with few people. This was an opportunity for a “quantum leap” and to really test myself. I answered yes, with fear but also great motivation. In that ambit I discovered what I call a sort of “teaching vocation”. It was really a revolution: indeed the beginning of change. In the next years I realized a training course on Social media issues, that I knew very well as early adopter, along with the digital skills known as a technician, bringing in dowry and covering many topics in the set number of hours (pushing a little bit).
I found that the process of transferring my experience and skills to others was fatiguing but at the same time beautiful: teaching is an adventure that makes you understand more, tell you more, requires you to learn more and learn a lot from the students and colleagues. It was a leap that led to the reconfiguration of my professional career. At that time I realized that the relationship with computer science was changed: what I studied and learned needed to be reorganized to be transferred to others who would use all in different and new ways. From that experience, for example, took place the great initiative of the TEDxViadellaConciliazione in 2013, which in these days has been resurfaced for the intervention of Pope Francis  – who in that year was just elected – to TED Vancouver (here is the video speech).

2 – Need for continuing education (especially in those times of illiteracy). When you practice a profession like engineer, or doctor, or architect, you should always keep up to date. What in ITC is obvious (technology runs in our lives), in my experience can apply to (almost) all the qualified professions. On the other side this is a very common problem, because not always is easy to attend courses (if undone by the working company, you have to pay courses by yourself, not to mention time to dedicate, topics to choose, etc.). Technological issues – as said – are strongly “under pressure” in the professions but not only there. I haven’t use the term “pressure” randomly: sometimes talking to friends working in different areas, such as psychologists and psychotherapists, or theologians, even in these fields a continuous update path has become indispensable. To remain in the example, only in the field of Psychology in the last twenty years has changed almost everything! Many of the models considered good up to the nineties, are in an undergoing deep review process – due to new findings in neuroscience and psychotherapy, and so on. It’s clear that those who studied in those years ’80-’90 are faced with a complex (and sometimes unqualified) recalculation path in their life – without mention the dozens of different models and schools. The same concept can be extended to other professions.
Now, imagine what’s like when you needs to teach, in one, or – as my case – in contiguous disciplines and fields: professional updating should be continuous and as much diversified as possible. I realized this lesson: if I wanted to be a “good teacher” I had to fill several gaps in human sciences. As engineer I was covered by the technical side, and with the magazine experience I dealt with issues about communication and publishing. But, the more I deepened these issues, the more I realized I needed an upgrade, not only based on personal readings. In late 2014 I decided to start a new study, which led me to choose the Tor Vergata Philosophy and Literature university ─ after selecting the two other public Rome’s universities ─ as the most appropriate to what I was looking for.
It was the right choice: there I found very special people, starting with my tutor who cut out a “tailor-made” plan of studies for me, revealing optimal, and my supervisor, who dealt with me structuring my research at the moment I was still clearing it to myself!
From this adventure I took at least two important lessons: without a broad-spectrum culture, which joins both technical side (in my case the hard sciences) and human one, you can’t be a good teacher, nor a choice or a trainer. Among other things, I’ve observed how important can be the process of cultural deepening to read the complex reality that surrounds us – in terms of politics, narration, psychology, and all data about social networks. I found that the so-called “digital illiteracy” (which needs, however, always a specification) and cultural illiteracy in general are creating a situation that is, in most cases, dramatic, and not only in less-developed nations nor in western ones. There is a lot, lot to do.

3 – The Dynamics of Social networks. I could start with the “fanaticism runs over the net” – I think it’s an experience everyone has met in online discussion. However, today’s situation has become very complicated. Precisely on recent years, my research has focused on the distorting dynamics of digital processes, highlighted by social networks. There is religious and historical fanaticism, political fanaticism, social, and in general, an ideological narrative that lives in pseudo-truth, from several decades. But it’s only when these ideologies meet the social networks’ dynamics that the structure changes and grows dramatically: the distorting narratives are amplified and reinforced in ways that make the leap enormously extended to amounts of people previously confined to small communities – for example misinformed, or not wanting to broaden their viewpoints. Small groups of persons sharing an even wrong point of view, in little places, isn’t alarming but simply natural.
But. For a few years now (generally dating from 2009-2010, the spreading era of Social media) hundreds of thousands – and millions – of individuals share common narratives in a diffusive model in thousands of online groups and social pages, where algorithms have a preponderant part. Algorithms try to comprehend users’ preferences, and the filtering models act by showing what is considered “liked” by the user – often not wrong. The effect is a kind of loop: people make choices, and select first sources and content to search for specific topics, that confirm beliefs and preconceptions (including cognitive bias and so on), algorithms begin to filter content by presenting more and more of that kind of content.
Starting with the “filter-bubble”, identified in 2011 by Eli Pariser, from the customization of Google’s search results, it has been clear that the distortion phenomenon became so large that it produces an even more alarming effect: the conversational model is deteriorating, in such a quick way that’s making people less able to confront and dialogue, but rather more closed and refractory. We’re no more talking about “digital bubbles” as in the past, but as “armored cells” (Luciano Floridi). This is a process especially known to communication experts, but it went up to forefront in Donald Trump’s US elections, as for the term “fake news” used sparsely. The problem of misinformation and false news has been focused in a couple of huge researches released in recent months (mainly the Anatomy of news consumption on Facebook, published on PNAS at the beginning of 2017), showing as the primary consequence of the distortion process the extreme polarization on specific topics. Continuing in this research field, I observed something else, that makes this model very aggregative, triggering a disagreement between experience and reality (where narrative and narration are common elements) that produces glaring effects: elections are the more noticeable example, but prodromes are visible already in many places of the social networks.

These three themes have made more “clear” my study path, by properly deepening the fields of communication, sociology, psychology and history. When you teach, you must first learn: it’s trivial, but you can decline it in a variety of ways. As an example, I learned (and I’m still learning) to think in a scientific way, that it is neither easy nor obvious. An historian can distort the truth, if he renounces to deepen the facts to “make right the counts”. So, when writing scientific papers – or at least in a certain level of rigor – you’ve to get used to demonstrate everything you claim, link to the facts and to arguments, debates and ideas, and even to put them into question, if necessary.

Today, this is perhaps one of the crucial points of many interpretative criticisms: in such a rich contextual information, to distinguish things with the due time and level of deepening is a challenge for everyone: there is an right-false process (of probability) where the user is constantly subjected to a “fatigue of refinement and selection”; it’s difficult even for the “experts”. It’s a mix of intuition and ability and is complicated, realistically, for most people to understand where the opinions or fake news (often spread in beautiful mail) stop, and where the “nude fact” begins. I could also quote the Rashomon effect, where four direct observers of a fact report four different versions of it.
The risk is to rely on third part institutions (from digital platforms to government sources) to decide what to read, see, and search – in a selection process that inevitably can’t be transparent, cannot show the “unknown unknowns”: the things we’re not seeing (concept made famous by Donald Rumsfeld in 2002).

So a new challenge begins. That will start from putting hands on the work done, for the necessary corrections and improvements so that the book can spread with a better certainty. Afterwards, thinking about a training program on the above topics. It will be a challenging commitment, but working with people with whom there is a beautiful feeling and a profitable ideas combination, is very rare in my experience. During these months I’ve worked not only improving the ability to select, connect things, and write them correctly (especially less narratively), but I had to “invent” a method to achieve the goals I set out, and apply them! To complete the project alone, but not “alone”, thanks to the precious and patient help of the people I’ve been lucky to meet on the road.

In short: I thought I would stop, and instead there’re so many things to do now. In the Self-management course at my Athaeneum I will need some advice, probably. :-)