Buona la seconda (Laurea)

My entire life can be summed up in one sentence: things didn’t go according to plan.
─ anonymous

 

L’inizio dei post che preferisco contiene una citazione che svela il senso, in modo ironico e semplice, ed è tutto chiaro. “La mia intera vita si può riassumere con una frase: le cose non sono andate secondo i piani”

E’ una cosa brutta o bella? Secondo me, bella: non credo molto nella pianificazione. Parlerò di una scelta in un ambito totalmente diverso da quello in cui mi ero mosso fino a pochi anni fa, dell’incredibile sequenza di eventi che sono “andati a posto” da soli e che hanno portato ad un approdo apparentemente sorprendente, alla fine di un percorso di ricerca e all’inizio di una strada che mi ha portato gioia, novità, e, almeno in teoria, disegnerà un andamento alternativo della mia vita. E’ un percorso arricchente ma che in fondo è un ritorno alle origini.

Ma che cosa è successo?

Da diversi anni, come chi mi conosce sa, vivevo una specie di crisi professionale. Il fuoco per l’informatica era passato, non senza perplessità, e la passione, soprattutto, per la programmazione e la progettazione sembrava essersi esaurita o perlomeno arrivata ad un punto morto, dopo un percorso fatto di molteplici iniziative, ricerca e studi che aveva portato a diversi successi e a un mestiere durato anni. Ma ho capito che le mie passioni e i miei interessi si stavano spostando: sempre più passavo dall’approccio delle scienze tecniche a quello delle scienze umane. E’ stata una presa di coscienza in realtà molto lunga, che ha interessato molti anni e non senza diversi ripensamenti.

Inizialmente avevo intrapreso un percorso di avvicinamento alla psicologia, uno dei temi che più mi interessava – anche perché la mia formazione era davvero carente sotto quell’aspetto: diciamo la verità, non ero portato per l’empatia o la capacità di avere una visione più approfondita su di me e sull’altro, né tantomeno all’interno della professione ciò era considerato un vantaggio. Quindi, di fronte all’incapacità di affrontare il mondo relazionale in maniera efficiente, da bravo ingegnere ho approfondito i temi che mi interessavano per cercare di capirci qualcosa, cosa che in effetti serviva. Nel frattempo, il mio campo di ricerca e competenza era sicuramente diventato la comunicazione (ambito senza dubbio ampissimo), e in particolare la parte relativa al rapporto con i nuovi media – in questo l’essere stato un innovatore prima con Beta e poi osservatore e ricercatore, approfondendo la materia e animando discussioni e progetti con molti attori e protagonisti dell’internet italiana era stato fondamentale.

Questo avveniva ancora qualche anno fa.

A partire dal 2004 si sviluppa l’interesse per i nuovi media e dal 2007 per i social e contemporaneamente per le scienze umane: è tutto connesso.

Fino al 2011 sono stato un ingegnere informatico “full”: ho lavorato in Telecom Italia ed in altre società del settore facendomi un po’ le ossa in campo tecnico, dopo la grande stagione pionieristica nella Nice, la società dove avevo fondato e progettato il network editoriale di Beta nel 1998 e negli anni successivi con annessi e connessi.
Eppure lavorare nel campo dell’informatica non mi stava piacendo più. Ma come mai, mi dicevo: “io sono questo”, “la mia passione e il mio lavoro sono questi”. Com’è possibile che il Luciano che passava notti intere davanti al pc fino a pochi anni fa, oggi era bloccato?

La questione è stata abbastanza complessa da risolvere.

Ero una persona abituata ad interagire principalmente in ambito tecnico, e anche piuttosto solitariamente, ma la parte di me relazionale era diventata non più comprimibile: lavorare nell’ambito tecnico significava continuare a mantenere la gabbia che mi stava stretta, in un contesto fortemente competitivo e un po’ nerdiano. Peraltro il cliché dell’informatico in realtà era un po’ appiccicato: seppur con un approccio, quello tecnico-scientifico, dal quale non potrò mai prescindere, l’ambito tecnico informatico era solo uno dei miei ambiti di interesse, e non era più al primo posto.

E’ nel 2012 che cambia qualcosa: scopro la vocazione all’insegnamento grazie alla lungimiranza di Giovanna Abbiati, che fa partire il primo Master in Comunicazione e new media all’Ateneo Regina Apostolorum (e con la quale successivamente organizzerò il TEDx in Vaticano). Questa opportunità professionale, che mi darà anche grandi soddisfazioni personali (memorabili le tesine dei miei studenti che seguo una ad una con grande entusiasmo), farà però emergere ancora di più quello che sembrava un malessere, una pausa nello spazio della mia attività professionale.

Dovevo, in qualche  modo, evolvermi e imparare. Dovevo fare qualcosa mettendo a frutto da una parte le conoscenze e quello che avevo imparato con l’insegnamento e dall’altra approfondire il collegamento tra le scienze umane, la comunicazione, e l’informatica. Ma come?

In questi anni ho avuto la fortuna di avere affianco delle persone straordinarie che mi hanno aiutato molto in questo percorso di trasformazione. Il buon neurologo, innanzitutto, che mi ha preso in carico quando ero nel pieno della crisi, poi il mio padre spirituale, il mio gesuita come lo chiamo io (provocando l’ilarità generale) che mi ha seguito e mi segue con una pazienza in odore di santità, e poi la psicoterapeuta che mi ha portato in qualche modo all’accesso al mio mondo emotivo in modalità nuove e inaspettate. Tre figure necessarie, probabilmente.

Che fare, dicevo? Le opportunità professionali – o le sfide, come si chiamano oggi – erano venute meno a causa di una politica a mio avviso miope dell’ateneo che aveva deciso di cancellare il Master in comunicazione gettando al vento un lavoro fruttuosissimo e pieno di impegno che aveva avuto un successo straordinario. Dopodiché c’era l’aspetto prettamente informatico: già, ma i miei interessi ormai si erano spostati sull’insegnamento e sulla formazione.

Proprio sulla formazione c’è stato molto lavoro di ricerca. Mi ero avvicinato anche al mondo del coaching, prima in modo critico, poi cercando di comprendere cosa c’era di buono e cosa invece poteva essere rischioso o semplicemente inadatto, pur con i miei limitati strumenti ma insieme appunto alle persone che nelle rispettive professioni mi hanno sempre dato un apporto fondamentale in questa comprensione.

Ricordo a tal proposito un bellissimo commento su alcune mie considerazioni di ordine psicologico che avevo riassunto alcuni mesi fa in un post dal titolo emblematico, Alla ricerca di senso (dalla psicologia al coaching e ritorno) dall’’attuale vicepresidente dell’ordine degli psicologi della Lombardia: “Ce ne fossero di ingegneri come te!!”. Per me fu un onore e in parte un sollievo, anche perché quel post fu duramente contestato da uno dei professionisti succitati di cui avevo totale stima, e che sicuramente aveva colto delle imprecisioni, che poi hanno portato ad un rimaneggiamento del post stesso.

Viene il tempo delle decisioni, e siamo al 2013. Essendo legato ancora allo schema professionale dell’ingegneria – e non volendo aspettare oltre per cambiare qualcosa – decido di prendere un (costoso) Master universitario internazionale in Management and emerging technologies, di ambito ingegneristico. Sembra fatto apposta per dare una svolta alla mia professione, e invece si rivela un errore madornale. Me ne accorgo solo dopo: tutti gli argomenti delle materie vertono su aspetti tecnologici e tecnici estremamente approfonditi, perfetti per chi vuole fare un percorso per lavorare in ambiti estremamente specialistici come il settore automotive, per esempio, ma non per me e non a 44 anni! Credevo che approfondire i temi delle nuove tecnologie sarebbe stata una strada coerente: mi ero sbagliato. Stavo prolungando lo stesso errore che avevo fatto con la prima laurea – e ora per di più tutto era di scarso interesse per me – quando il mio orizzonte si stava spostando invece sulle scienze umane e sulla relazione tra queste e le scienze dure. Non c’era niente in quel Master che facesse per me…Ma ormai la frittata era fatta.

Mentre sono devastato dall’errore fatto, nasce per caso, per una coincidenza provvidenziale, diciamo così, l’opportunità che mi farà intraprendere il percorso giusto: navigando sui siti universitari mi cade l’occhio su una laurea specialistica in Teorie della comunicazione in un’università privata, la Link Campus. Guardo gli esami, approfondisco gli argomenti e penso “che bello sarebbe poter fare questa. Ma chi ce l’ha 5 anni…”
Decido comunque di telefonare, più per sfizio che per altro, e mi risponde una gentile signora alla quale faccio qualche domanda. Ad un certo punto butto là una frase quasi senza pensarci: “Peccato che con la mia laurea non posso accedere a questa specialistica, sennò..”. E dall’altro capo mi sento rispondere: “Chi gliel’ha detto, scusi?”.

Come una scossa che ti attraversa quando incroci il sorriso della ragazza che avevi sempre sognato, la vita mi passa davanti e balbettando dico “Lei mi sta dicendo che posso accedere direttamente alla specialistica del corso in Teorie della comunicazione con la mia laurea?” – “Si, lei mi ha detto il suo curriculum, che è molto buono, lo valutiamo in sede di commissione ma sicuramente le posso dire che dal punto di vista accademico, con la riforma, non ci sono problemi”.

“Grazie!” Appena termina la telefonata mi fermo un attimo, ed urlo: Si – può – fare!!

E’ un momento di pura euforia e di fervente attività. A quel punto, una volta scoperto ed appurato che il percorso di unire le mie competenze tecniche con le scienze umane in un unicum accademico è fattibile ed in tempi umani, inizio a vedere i possibili percorsi specialistici nelle Classi di laurea in Comunicazione (sono diverse) di tutte le università romane. Telefono e mi informo, scarico brochure e indirizzi, vado a parlare con le responsabili didattiche, trovando disponibilità e professionalità. Ma ancora le cose non sono così semplici come sembrano…

Le tre principali università statali più una privata alle quali sono interessato, infatti propongono sì percorsi diversi – tutti molto interessanti – ma a delle condizioni: non potrei iscrivermi all’anno accademico in corso ma devo aspettare l’inizio dell’anno successivo, e nonostante il mio curriculum dovrei comunque dare alcuni esami della triennale, “per stare sicuri” in sede di valutazione. Inizio a scoraggiarmi ma insisto.

E’ a questo punto che la magia accade.

Per scrupolo avevo scritto anche all’università statale più lontana da casa mia – che proponeva anch’essa un percorso didattico estremamente interessante – scusandomi per il fatto che avessi saltato le precedenti prove concorsuali per accedere alla laurea specialistica ed allegando un curriculum vitae e studiorum. Pensavo che non mi avrebbero neanche risposto…
Il giorno dopo invece mi risponde, in poche ma fondamentali righe una professoressa (che non smetterò mai di ringraziare) che mi annuncia che c’è un’ultima finestra concorsuale da lì a pochi giorni per entrare nell’anno in corso, e che sarebbero disponibili a un colloquio. Mi dà appuntamento alla mattina seguente, il suo giorno di ricevimento.

Ed è proprio lì che grazie alla lungimiranza e la disponibilità del collegio didattico posso coronare il sogno, è in quel momento che i pezzi del disegno iniziano ad andare ognuno al posto loro. Quando ci incontriamo, lei mi spiega che proprio quell’università sta promuovendo da alcuni anni un percorso multidisciplinare che cerca di mettere insieme ambiti di competenza diversi. Io sarei stato ottimo per questo approccio. Ed era proprio quello che stavo cercando – io e loro. Erano le persone con cui mi sentivo di poter intraprendere un percorso formativo finalmente coerente, anche se in realtà mi apparteneva da sempre: perché in realtà la Comunicazione era il filo rosso che mi univa fin dalle mie prime esperienze lavorative. Il commento più bello è stato il suo: “è davvero raro che una persona con una formazione tecnica si avvicini e approfondisca le discipline delle scienze umane, il suo è un percorso complesso ma molto ricco”.

Da lì in poi è stato tutto un faticoso ma entusiasmante percorso di avvicinamento. Ancora ricordo quelle settimane tra gennaio e febbraio come una corsa continua alle scadenze: colloquio preliminare con docenti titolari, incombenze amministrative con problemi inaspettati (nell’altra università risultavo ancora iscritto!), preparazione del Piano di studi, integrazione del curriculum con testi per colmare le lacune (in storia, ad esempio!).

Arriva il giorno della valutazione del collegio didattico: il suo superamento, diventa l’occasione per conoscere persone straordinarie, grazie all’impegno della mia tutor formidabile e dalle vedute ampie, con cui abbiamo stilato il percorso personalizzato. Ricordo quel giorno anche perché chi ha esaminato ed approvato il mio percorso mi ha detto una cosa che reputo molto bella: io, un po’ emozionato, cercavo di rompere gli indugi mentre valutava le differenze di Cfu (ovviamente tra i codici di Ingegneria informatica e quelli di Lettere e filosofia ci sono ben poche concordanze!) dicendole che “io sono molto motivato”, e lei mi ha risposto “Anche noi!” con un bellissimo sorriso. Era fatta! Ero nel biennio magistrale (e nell’anno in corso!) di Scienze dell’Informazione e della Comunicazione.

Forse è vero, credo che sia difficile che si uniscano mondi così lontani come l’ingegneria e lettere e filosofia. Ma io in questi anni sono cambiato, l’informatica ormai mi va stretta, ed era tanto che inseguivo questo progetto, in realtà. Anzi, diciamo che è quello che avrei dovuto fare da subito. Ma, come si dice, meglio tardi che mai. E io sono in ritardo, in genere…

Man mano che vado avanti nei corsi e nei seminari di questa fantastica galoppata nella mia seconda laurea, ho imparato moltissimo. Ad esempio per l’importanza della multidisciplinarietà: ci sono sfere culturali che non si parlano, (Scienza) e (Filosofia), per dirne due che sono sotto gli occhi di molti, oppure (Tecnica) e (Letteratura), ecc. Molte persone, anzi la maggior parte, non mettono insieme due sfere distanti e c’è chi rimane tutta la vita confinato in una dimensione professionale senza volerne sapere di altre, ad esempio il Teologo che studia solo storia dell’arte e religione e non vuole saperne di metodo scientifico, o lo scienziato che studia solo il mondo tecnologico di sua competenza e non avverte nessuna esigenza di comprendere il trascendente. Viviamo nell’epoca della specializzazione, come noto.
Ma più si integrano le discipline e si esula dalla specializzazione e più si amplia il proprio orizzonte culturale, e più le cose iniziano ad apparire sotto luci diverse. E ciò che prima vedevi solo da un’angolazione, la vedi da molte altre….

L’impegno è gravoso – e c’è anche in qualche modo rinuncia in questo percorso – su questo non posso certo mentire: so che mi prenderà tempo e lo toglierà ad altri progetti, ma sono contento così. Molto contento.

*    *    *

APPENDICE EPISTEMOLOGICO-PSICOLOGICA

Ripensando, nei giorni successivi, a quello che mi è successo mi è venuto in mente che l’editoria, in particolare, e la comunicazione sono stati i miei temi di interesse fin dagli esordi universitari, anzi addirittura al liceo. Ho fondato una rivista, un’agenzia di notizie, un network di siti e insomma per farla breve avrei dovuto immaginare che quella fosse (anzi, era) la mia strada. Ma non sempre nella vita uno fa le cose che si sente di fare e spesso si finisce per prendere altre strade, viottoli e sentieri che ti distraggono dalla strada maestra: così è stato per me. La passione per l’informatica ha preso il sopravvento, e, durante gli “anni formidabili” e pionieristici, invece di proseguire e curare il network che avevo creato, ho deciso che avrei dovuto concludere gli studi in ingegneria informatica.
Col senno di poi avrei scelto altro, ma in quegli anni non pensavo a quello che sarebbe successo di lì a poco: la crisi della new economy, i blog, i social..
La programmazione, ad esempio, ha smesso di interessarmi come all’inizio: sono sempre stato diffidente verso le novità come Ajax, jQuery e le nuove tecniche per manipolare i siti web (non parliamo neanche di flash et similia), mentre sono rimasto affezionato all’HTML puro e soprattutto alla versione 5, finalmente nel percorso finale di standardizzazione insieme al CSS 3.
Visto che sono in telematica da sempre pensavo che quella sarebbe stata la strada definitiva, ma ho avuto interesse e passione per tante di quelle cose che la parte “dura” dell’informatica ha finito per passare completamente in secondo piano…

E’ del 2013/2014 la svolta. L’interesse verso le scienze umane era plateale ed innegabile, ma, dopo aver letto e approfondito diversi ambiti disciplinari, ancora non avevo le idee chiare. Sapevo solamente che volevo dare un volto ed una direzione a questo cambiamento in modo che si traducesse in qualcosa di concreto, che mettesse insieme esperienze, competenze, la passione e la professione, magari a fronte di un riscontro oggettivo. Utopia? Forse, ma volevo trovare una strada.

L’idea, inizialmente, era di orientarsi su una laurea del tutto nuova, e per un po’ pensai addirittura di iscrivermi a Psicologia. Fortunatamente due persone nelle quali ripongo estrema fiducia mi sconsigliarono questo percorso accademico per una serie di ragioni: le due principali erano che per farla bene, perché sia un approdo veramente di utilità per gli altri e non semplicemente un approccio naïve per soddisfare sé stessi o giudicare gli altri, servono molti anni e un percorso formativo composto da laurea, specializzazione (e post-specializzazione), mentre la seconda è che proprio per la mia età e provenienza professionale questo non è qualcosa che “mi appartiene” ma più una curiosità intellettuale, legittima ma non tale da intraprendere ora e per me in un percorso ex-novo.

C’è un famoso aneddoto che ricordiamo sempre con alcuni cari amici ingegneri, che negli anni in cui i social erano all’inizio dicevano “Facebook non avrà mai successo”, oppure “i social sono una fesseria”, mentre io dicevo sicuro: “Facebook invece avrà un successo enorme e vedrete come cambierà la vita di tutti”. Il tempo mi ha dato ragione eppure tornando indietro potrei dire che non avevo alcun dato che avvalorasse la mia tesi, anzi. Ma qualcosa dentro di me, quel livello sub-cosciente che chiamiamo genericamente intuizione, mi faceva accorgere prima degli altri dei movimenti che la società avrebbe osservato poi in modo scientifico o fenomenologico.

Il successo è un oggetto molto complesso e difficile da gestire: chi come me ha visto partire stupende esperienze che, però, sono venute troppo presto e tutte insieme può perdere dei pezzi per strada e disorientarsi alla ricerca di un modello ripetibile. Allo stesso modo ho sperimentato che non mi riesce bene stare nella routine.

In mezzo (un lungo mezzo) c’è stato anche un periodo difficile, per vari motivi personali, famigliari e di ricerca di senso (quella è una attività che non manca mai, ormai da decenni, nella mia attività cognitiva, e spero che non mancherà mai). A partire dalla lunga malattia di mio padre nei primi anni 2000 fino agli obiettivi scardinati e gli orari ribaltati dai suddetti problemi di stomaco che mi hanno attanagliato dal 2008-2009 in avanti..

Dove però c’è un fil rouge è in quella che per me è diventata una regola: senza imparare non riesco a stare. E dopo aver imparato metto a frutto e confronto e a quel punto provo a trasmettere, ad insegnare perché dall’insegnamento e dal confronto, specialmente se su materie verso cui si prova interesse e si ha competenza, non si può che uscirne accresciuti, arricchiti. Questa almeno è stata la mia esperienza.

Le domande chiave, però, che mi hanno fatto scoprire il percorso giusto le devo alla mia psicoterapeuta, che nei miei momenti di crisi insisteva chiedendo “cos’è che le dà gioia, che la fa sentire meglio?”. Non è un’attività banale porsi questi ed altri interrogativi specifici in ambito professionale e lavorativo, perché aver trovato una strada coerente è anche il travaglio di aver scavato a fondo nelle proprie motivazioni ed emozioni e aver trovato quel filo che congiunge le passioni agli interessi cognitivi ed alle attività professionali, ed è un percorso ad ampio spettro. Anche il lavoro apparentemente più semplice o umile, ha dietro di sé sempre una motivazione, un senso costitutivo che magari neanche conosciamo. Ad esempio comunicare, scrivere, apprendere, insegnare, erano tutti elementi che erano parte costitutiva di me, ma che io davo quasi per accessori, per scontati! Come se la mia strada in realtà dovesse essere un’altra (era l’idealità che ancora sosteneva la mia scelta, ed anche il percorso segnato di una prima laurea, ingegneria, conclusa più per compiacere i miei genitori che il mio reale interesse). Invece vedendo ciò che erano le mie passioni e i miei interessi fin dai primordi del mio percorso formativo e lavorativo, ho trovato un arco, una coerenza ed alla fine un compimento in questo percorso, con questa seconda laurea.

Ma tutto questo non sarebbe neanche potuto accadere se prima non avessi fatto un lavoro ancora più in profondità. Aver compreso, cioè, ad un livello che chiamerei di consapevolezza intellettuale i miei limiti, le mie paure e le mie strutture mentali errate, raccontate, ridondanti e spesso invisibili. Questo è ancora molto difficile, perché per entrare nel livello emotivo sul quale ho iniziato a lavorare successivamente richiedeva un grande sforzo di destrutturazione preventivo. Ciò è stato possibile a partire dagli ormai famigerati dolori di stomaco iniziati a fine 2007, con il percorso terapeutico portato avanti insieme al buon neurologo, che mi ha aiutato appunto, a partire da quei segnali così limitanti a togliere le impalcature e a capire meglio come funzionavo io, ovvero con quali meccanismi il mondo osservato si manifestava alla mia coscienza e soprattutto quali reazioni e relazioni portava nel mio modo di osservare. Era anche un mettersi profondamente in discussione, un “demolire” che non è stato certo facile, e che più di una volta ha portato ad un confronto anche aspro di idee e convinzioni.

Un lavoro molto lungo e ancora ben lungi dall’essere completo, anzi è quel tipo di cambiamento profondo di sguardo sulla realtà che non finisce mai di evolvere. Ancora oggi quando rileggo i miei appunti di quegli incontri trovo sempre nuovi spunti di applicazione, e di rilettura della realtà, in una luce che ad un primo esame non traspariva. E, devo dire, spesso c’è anche una mia personale reinterpretazione a conferma di quegli schemi secondo convinzioni che più mi appartengono.

Una volta che si sono compresi alcuni meccanismi e svelato ciò che uno si racconta della realtà (e – credetemi – questo lavoro senza l’aiuto di un professionista serio e preparato è davvero difficile), ciò che inizia a rivelarsi è la realtà stessa, depurata dagli infiniti metasignificati che senza accorgercene costruiamo sopra negli anni (dell’adolescenza e soprattutto dopo, nella post-adolescenza, quando siamo chiamati a cimentarci con un ruolo e delle responsabilità). Il processo è continuo, ma serve qualcuno che lo inizi correttamente e che indichi ciò che si trova al di sotto, nello strato sottostante a ciò che noi osserviamo e a cui diamo significato. E se questo qualcuno ci dice cose sbagliate, le cose si complicano. Né è raro il caso che le convinzioni personali di chi ci sta assistendo, sia egli uno psicoterapeuta, uno psichiatra, o uno psicologo, si sovrappongano alla terapia: per chi fa un lavoro su sé stesso, il “doppio lavoro”, passatemi il termine, consiste proprio nel tenere separate queste convinzioni dalle indicazioni terapeutiche, e non è sempre semplice.

C’è infine un problema. Una mia amica psicologa dice sempre “noi impariamo veramente a capire meglio la realtà soltanto quando ci abbiamo già costruito sopra la nostra versione”. Questa precomprensione è il frutto avvelenato di una cultura complessa come quella nella quale viviamo, dove ruoli, strutture, aspettative, ideali ed obiettivi sono mischiati, sovrapposti, e mediati spesso senza orientamento o con qualcuno che ci aiuti a sbrogliare la matassa – o che eviti di manipolarci e di creare false copie di questi obiettivi, ruoli, aspettative, ed ideali, magari anzi spesso creati inconsapevolmente basandosi su esempi pregressi o stereotipati.
In altri termini, scoprire sé stessi e il mondo è bellissimo, ma all’inizio è difficile farlo senza cercare qualcuno o qualcosa (sia essa un’ideologia, una persona, un ruolo, ecc.) con cui identificarsi. Dopo è ancora più difficile smantellare la struttura che abbiamo costruito, se questa si rivela poco adatta a noi o, ad esempio, al contesto che è mutato o a noi stessi che siamo cambiati. E purtroppo questo accade molto più spesso di quel che si pensi. Non è un peana alla psicologia, anzi tutt’altro. Come ho scritto nel già citato post Alla ricerca di senso, è difficile trovare qualcuno che possa davvero avere una comprensione del nostro senso di sé e delle nostre strutture di relazioni, e non per colpa di qualcuno, ma perché ci sono molte scuole terapeutiche e molte metodologie, mentre più spesso si trova qualcuno che propone soluzioni pratiche, maggiore efficienza, o motivazione, come ad una macchina si cambiano gli pneumatici per farla andare meglio. Senza dubbio va meglio, ma il rischio è di non vedere cosa c’è che non va.

La comprensione intellettiva prima e quella emotiva poi, sono le due condizioni indispensabili per affrontare con successo un percorso di vero cambiamento interiore.

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