La difficile arte della comunicazione telematica

La prima volta che scrissi qualcosa sulla comunicazione telematica fu nel 1995, quando fondai la rivista ipertestuale “Beta“. Poi ho iniziato a sistematizzarla con maggior spessore  nel 2003, quando ho scritto la guida per aprire un blog (che ancora oggi è la più letta, a quanto dice google). Ci sono tornato sopra nel 2007, e poi ancora nel 2008 parlando di Facebook, e insomma, non si finisce mai di imparare e di tornare sull’argomento. Perché nel frattempo il numero di persone che si affacciano sulla rete cresce e si moltiplica, e quelli che di “norme della comunicazione telematica” (quella che un tempo si chiamava “netiquette“) ne sanno poco o nulla, pure. Il risultato non è soltanto che ogni volta si ricomincia da capo, ma soprattutto che la gente continua ad accapigliarsi ed a fraintendersi che è una bellezza. 

Nata casualmente da una conversazione con un amico sacerdote (anch’egli telematico), l’idea di scrivere (o riscrivere) alcune cose, magari con una  “buona vecchia” lista, è scaturita anche dalle interazioni quotidiane con gli amici telematici con i quali spesso condivido le mie giornate “sociali”: dall’esperto di storia dell’arte al politico, dallo psicologo che conosce la mente umana al vituperato blogger d’antan, tutti prima o poi finiscono per dimenticare che la comunicazione telematica è una forma particolarissima di comunicazione. Ma io lo dico, per primo a me stesso, cercando di sottolineare quanto possa essere insidiosa questa dimenticanza.

Un tempo, diciamo fino a dieci anni fa, nell’isola felice del web 1.0, non ci sarebbe stato bisogno di tornare sull’argomento o di scriverci sopra chissacchè… oggi l’avvento dei social network ha moltiplicato esponenzialmente il problema, con l’effetto paradossale che più si comunica e più c’è il rischio di non saper comunicare, più ci sono i mezzi e i luoghi virtuali per farlo e più si possono perdere di vista i fondamentali di questo tipo particolare di comunicazione.. Ebbene più la comunicazione si sta spostando verso questi mezzi, più è bene, allora, rinfrescarci la memoria.

Le Regole della Comunicazione quando hai uno schermo come interlocutore.

1. Regola aurea: non è  “comunicare”, è 1/5 della comunicazione (vedi lez. 2). Comunicare significa ascoltare, vedere, parlare.  La comunicazione telematica è un solo pezzo del tutto: la scrittura. Riuscite ad immaginare quante cose vi state perdendo della comunicazione? Ve le ricordo: innanzitutto non c’è il tono della voce. Questo vuol dire che è piuttosto difficile individuare con che stato d’animo la persona dall’altra parte sta scrivendo quello che scrive: lo dovete immaginare, magari intuire. E sapete cosa? E’ scientificamente provato che nella maggior parte dei casi lo stato d’animo assegnato ad una frase da chi la legge non coincide con lo stato d’animo di chi l’ha scritta. Lo stato d’animo glielo date voi: “Ma eri arrabbiato mentre lo scrivevi!?”. “Chi, io?”.

2. Certo: ci sono le faccine. Una grandissima invenzione, senza dubbio. Però, fermatevi un attimo… le faccine possono sostituire la gamma di emozioni e di sfumature che una voce, un volto (e non ho citato il linguaggio del corpo) possono rappresentare? Pensate veramente che potete scrivere che il vostro amico “è un coglione” e poi aggiungere una faccina? O magari tante faccine :-)). O tante faccine e punteggiatura!!!! :-)))  La faccina come surrogato dell’incapacità di esprimersi è un vantaggio notevole, lo sappiamo, ma avete capito di cosa sto parlando…

Questo ci porta fatalmente al terzo punto:

3. Il teorema del righino rosso. La comunicazione telematica è insidiosa, ve ne sarete senz’altro accorti, ma c’è gente, sicuramente non voi, che può passare due ore del proprio tempo a litigare su una frase di una riga. Immaginatevi la scena. Uno noto autore scrive sul proprio profilo che “la situazione politica è difficile”. Una cosa banale, vero? Non in telematica.
Un primo commentatore si fionda in un’esegesi dell’intera classe politica e della necessità di un profondo rinnovamento. Un altro che passava di lì sente salire una rabbia inconsueta di fronte a tanta mancanza di cultura nell’affrontare temi così complessi, e si sente in dovere di scrivere la sua profonda indignazione. Un terzo trova tutto sbagliato e attacca a testa bassa i primi due, coinvolgendo nella tornata di commenti che ne seguono gli amici, i colleghi e la metà dei suoi conoscenti. Il quarto, che conosce l’autore della frase, ci ravvede un chiaro riferimento alle ultime vicende che l’ha visti coinvolti e non potendo rimanere immobile di fronte a tale oltraggio gli toglie l’amicizia, non prima di aver insultato i presenti e lanciando strali su quanto siano ipocrite e false le persone.
Ok. Provate ora ad immaginare che passeggiate, mentre la persona affianco a voi, che conoscete bene, dice con voce un po’ mesta “La situazione politica è difficile”…. Al massimo, in una giornata di sole, risponderete: “Eh si”. 

Che ci trascina inesorabilmente verso il quarto punto:

4. Si litiga per sciocchezze. Su questo, sono sicuro che ognuno ha fatto una sua propria esperienza. Sapete perché si litiga, o, peggio, ci si fa un’idea che non corrisponde a realtà? Perché dovete  rileggere la regola aurea. La risposta è quella: dovete mettere nel mezzo i malintesi, i fraintendimenti, gli stati d’animo che non conoscete, le situazioni che hanno portato a scrivere quella frase, il dove, il perché, il come, il quando… (le 5W del giornalismo anglosassone!): tutte cose che nel mezzo telematico non sapete, o sapete a pezzi. Voi state leggendo un pezzo di comunicazione.  I malintesi sono il ponte che separa una semplice discussione su internet da una guerra senza quartiere tra persone che, per questo, non si parleranno più per mesi. E questo vale per tutto: social network, chat, facebook, email!

E si litiga anche perché si vuole sempre dire la propria su presunti errori degli altri.

C’e’ una famosa vignetta di Xkcd a tal proposito che trovo adorabile:

Someone is wrong on Internet
-Stai venendo a letto?
-Non posso, è importante.
-Che?
-Qualcuno sta sbagliando su Internet!

Come appendice alla regola, vi suggerisco una  contromossa da intraprendere subito, appena si manifestano i sintomi della discussione che sta trascendendo in litigio: scrivetevi in privato! Oppure molto meglio: telefonate!  Telefonate! Telefonate! Meglio di tutti: vedetevi di persona. Magari litigate lo stesso, ma lo fate in piena avvertenza e deliberato consenso! <grin>

C’è dell’altro..

5. Si perde la spontaneità. Quando si scrive ci si prepara. Sono ben pochi quelli che scrivono di getto, e questo è tanto più vero quanto più aumenta la lunghezza dello scritto e l’età dello scrivente. Anzi, spesso lo si rilegge, magari più volte, si limano le frasi, si affilano i concetti, e t
utto questo perché non vogliamo essere giudicati. Vogliamo che, nel mare dello scripta manent, chi legge pensi di noi “Questa persona dice cose giuste”.  Dopo quattrocento milioni di sciocchezze scritte in rete, anche gli scripta volant, ve l’assicuro!

Ma questo terrore del giudizio ci fa arrivare al punto successivo:

6. Attacco e Difesa. Alzi la mano chi non si è mai preparato un commento un po’ più lungo….magari rileggendolo, correggendo le frasi qua e là, confezionando un bel discorsetto. Ed  esponendoci ad un potenziale rischio: quello di finire in uno schema di attacco-difesa. Questo è il problema della comunicazone scritta: se una persona vuole attaccare un pensiero di un’altra persona, che fa? Scrive un articolo! O un libro. Perché? Ovvio: perché l’altro non può rispondere. Immaginate che per rispondere dovrebbe scrivere un libro a sua volta…

  Ora spostate tutto sulla comunicazione istantanea che c’é sul Web. In alcuni casi, la verbalizzazione scritta consente di esprimere la rabbia, di farla uscire inconsapevolmente e di predisporre sulla scacchiera le proprie pedine nell’ordine che più ci è congeniale, in modo da mettere l’altro all’angolo e poter dire “VEDI? IO HO RAGIONE.” Botta e risposta subitanee! Immaginate che i commenti possono diventare dei micro libricini che noi scriviamo ed affidiamo più o meno consapevolmente al giudizio altrui. Sommateli tutti quanti e considerate che cosa può diventare una tale comunicazione “social”: magari bella, ma terribilmente faticosa!!

  Insomma, non bisogna cambiare il proprio punto di vista sulla comunicazione telematica, bisogna solo avere consapevolezza di quel che è: una comunicazione limitata, che è solo una parte della comunicazione interpersonale, che quello che c’è scritto non riflette il reale stato d’animo di chi l’ha scritto ma più spesso il nostro, e che in fondo non c’è bisogno di difendere sempre le nostre tesi come se un giudice implacabile stesse  lì pronto a darci ragione o torto: se qualcuno adotta questo atteggiamento, fateglielo notare, e se insiste, evitatelo. Datemi retta: le filippiche di 500 righe per dimostrare che si ha ragione, a fronte di un commento precedente, sono il Male. Se bisogna discutere su idee personali,  la cosa migliore è parlarne a voce. Se, invece, state discutendo dei massimi sistemi, scrivete un articolo sui massimi sistemi, e aspettatevi che qualcuno forse lo leggerà e vi risponderà, auspicabilmente con un altro articolo altrettanto approfondito. Nel mezzo, meglio usare commenti che mantengano il tono della conversazione in un confronto aperto e il più possibile “gioviale”. Non è per leggerezza, ma perché purtroppo una qualsiasi frase scritta, senza faccine, senza punteggiature, senza qualche indicatore semantico, per sua natura sembra al lettore inesorabilmente più “seria” di quel che è.
Non dovete pensare ai social network come a sessioni dove dimostrare che la terra gira intorno al sole davanti ad un consesso di scienziati. Pensate invece a degli amci che stanno bevendo una birra seduti a un tavolo, con un bel po’ di rumore intorno e diverse persone che vociano da tutte le parti.  E’ sicuramente più …. “realistico”.

Enhanced by Zemanta

(lez. 2)

A margine, due ultime indicazioni:

a) A meno di motivi particolari, aprite solo un profilo, specie quando si parla di social network. Questo vi toglierà alcune possibilità ma vi donerà la capacità di non uscire dal principio di realtà. Il principio di realtà è quella cosa che consente di mantenere la propria coerenza interna:  nella vita siamo una persona unica – anche se ovviamente composta da tante sfaccettature diverse – e a meno di essere narratori di professione, è meglio evitare di creare un’identità per il lato “romantico”, una per il lato “politico”, una per il lato “sociale” e così via. Oltre a creare i prodromi per un principio di schizofrenia nevrotica, questo escamotage vi porterà sicuramente via anche un sacco di tempo. Ognuno di noi trova difficile riunire tante personalità in un unico “profilo” umano. Ma è questo che ci rende unici ed irripetibili, ed è questa la fatica del vivere, online come offline. Il voler dividere queste personalità grazie ai potenti mezzi della telematica non allevia il problema, ci fa solo credere di farlo. Invece è proprio il confronto continuo e costante che offre il mondo telematico  che ci permette di entrare in contatto con i nostri schemi di pensiero, e di modificarli se è il caso, di dialogare con altri schemi, di confrontarci e di provare a leggere la realtà accogliendo punti di vista anche differenti. E’ questa la vera potenza della rete!

b) Non siate anonimi. L’anonimato, come ebbe a dire un blogger famoso qualche anno fa, è  un danno che fate per primi a voi stessi. Il successo di Facebook, se vogliamo, è anche dovuto alla presenza di persone reali con nomi e cognomi, e non di pseudonimi o nickname improbabili (di cui erano pieni invece i social network precedenti  – tipico esempio Myspace). La gente preferisce sapere con chi sta parlando e con chi ha a che fare.  Se la imbrogliate, state in qualche modo giocando con la fiducia delle persone (oltre a rischiare di pensarsi davvero anonimi dal versante tecnico o legale, ma immagino sappiate che non è così). Questo tendenzialmente non ha connotazioni solamente telematiche, ma può essere il sintomo di difficoltà relazionali nelle quali non si riesce ad esprimere completamente il proprio punto di vista. Spesso ci si racconta che lo si fa per motivi alti e nobili, ma state tranquilli: a meno che non viviate in uno stato che vi perseguita, in Occidente non c’è motivo di nascondersi dietro improbabili pseudonimi, a meno che questo impedisca di riconoscere che voi dite fesserie. E con il vostro nome e cognome reali, potrebbe essere insopportabile che qualcuno ve lo faccia notare. Ma questo non è un problema della telematica. :-)

Un pensiero su “La difficile arte della comunicazione telematica

  1. Didattica

    Attualmente questa pagina è in aggiornamento. Se vuoi essere informato o vuoi suggerirmi materiale o contribuire ai link, contattami! Sarò lieto di poter contribuire alla pubblicizzazione di testi interessanti (argomenti: Comunicazione, Knowledge Manag…

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