Come nasce un caso giornalistico

Stasera mi è capitato di leggere su Facebook un invito pubblicitario (almeno, è nella colonna dell’advertising) a consultare un articolo su tech.fanpage.it riguardante una delibera che ci coprirerebbe di ridicolo di fronte al mondo intero, relativa a Youtube ed altre piattaforme di tv service sull’obbligo di rispetto di alcune regole proprie della tv. Leggendo l’articolo, effettivamente il testo sembra parlar chiaro, e ci sono molti link a dimostrare che è così..

 L’incipit è fortemente polemico:

“YouTube è una TV: le delibere Agcom indignano i media internazionali”

E’
davvero svilente scorrere i titoli dei principali blog tecnologici
(inglesi e statunitensi) e constatare, dolorosamente, che le decisioni
prese dalle istituzioni italiane in materia di Internet e
tecnologia fanno ridere i polli, indignano gli addetti ai lavori e
gettano nello sconforto i web-journalist che, ormai, non sanno più come
commentare le notizie senza offendere la sensibilità di chi ha preso certe decisioni

Il corollario degli articoli
linkati ed il tono del testo tendono a rendere quasi uno zimbello, agli occhi dell’opinione pubblica
internazionale, il nostro sistema, mentre l’opinione del lettore viene orientata verso una
zona di ribellione e di disprezzo contro la classe politica italiana.
Mi sposto su uno dei link citati e precisamente su Engadget,
web magazine statunitense che gode di buona reputazione. In effetti
anche qui il taglio dato alla presunta decisione dell’Autorità italiana
sembra netto, si parla addirittura di “pazzia che per fortuna non potrà contaminare gli USA” o
altri Stati.

In fondo all’articolo scorgo, però, una riga: “SOURCE: La Repubblica.“, ovvero la fonte degli articoli proviene dal quotidiano italiano.

Decido allora di seguire il filo all’indietro e vado a leggere l’articolo di Repubblica,
firmato da Alessandro Longo dal titolo “YouTube è come una tv – Agcom
vara i nuovi obblighi”.  Due delibere appena pubblicate impongono regole ai siti di video generati dagli utenti. Destinate a far discutere le norme sulla responsabilità editoriale, l’obbligo di rettifica e le fasce protette
.

Letto l’articolo, mi ricordo che Longo ha anche un blog, da lì scopro che
l’opinione contenuta nel suo articolo su Repubblica è confutata
dall’opinione di un altro autorevole esperto della materia ovvero Stefano Quintarelli
(nessun link è riportato su Repubblica, peraltro), il quale
ridimensiona notevolmente la portata della polemica del primo, riconducendo la
delibera Agcom in un contesto di validità delle regole che non vuol dire
che “Youtube viene equiparato alla tv” ma che si parla di servizi media e di altri aspetti da verificare.

Lascio al lettore l’approfondimento sui singoli temi. In
quest’ottica mi preme osservare che a partire da un fatto si possono ottenere
diverse opinioni e può accadere che soltanto una di queste possa acquisire
visibilità magari a causa della linea  dell’editore, e
di fatto essa può essere replicata su un numero enorme di media
anche internazionali seguendo soltanto un filone, laddove il contesto potrebbe richiedere,
invece, un approfondimento per essere messo a fuoco e
inquadrato nella sua complessità. E’ un aspetto che bisogna
tenere a mente: questo stesso articolo, per dire, è stato citato su Socialtimes.com, Tech Dirt, Tech.blorge ed una serie di altri magazine che fanno tutti riferimento all’articolo di Repubblica.

Si dirà: è la
stampa bellezza. Vero. Ma l’approfondimento è quantomai necessario,
specialmente oggi che c’è Internet. Non dimentichiamolo mai, quando cerchiamo di capire la realtà.

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