I valori non negoziabili nelle alleanze con i cattolici

Il post è stato aggiornato dalla prima pubblicazione calvinandhobbes950102.gif
Calvin & Hobbes © 2006

“Non sono interessata a partecipare a
questa corsa per accreditarsi verso il mondo cattolico. Non sono
credente e non ho cambiato idea. Se mai decidessi di convertirmi, ma
lo escludo, non abbraccerei certo la religione cattolica. Diventerei
valdese (…)”


Sono
affermazioni di Mercedes Bresso, candidata alla riconferma alla
presidenza della Regione Piemonte, in una famosa intervista a “La
Stampa” del 30 settembre 2005. “Ero seria, non era una provocazione”,
ha confermato la Bresso – con riferimento alla battuta sui Valdesi –
confessandosi al “Corriere della Sera” del 24 febbraio 2009 (da un
articolo di Massimo Introvigne ripubblicato su Vox Catholica).

L’UdC, che attualmente è indicato come il partito di riferimento dei cattolici (sondaggio pubblicato su Civiltà Cattolica quaderno 3829 del 2/1/10), è alleata insieme alla Bresso in Piemonte, nelle Regionali  che si svolgeranno nel prossimo Marzo.

Su tutti i
temi che il Papa indica come “non negoziabili” – e che invita a far
prevalere nelle scelte politiche su ogni altro argomento – le posizioni
della Bresso sono antitetiche a quelle cattoliche. Radici cristiane,
identità? No: “Stato laico come garanzia di una società sempre più
multiculturale e multireligiosa. Su questo non sono disposta a
transigere” (“La Stampa”, 30.9.2005). Come logica conseguenza,
abolizione del Concordato: “I Patti Lateranensi?… Sì, sarebbe il
momento di abolirli” (“Corriere della Sera”, 24.2.2009).


Identicamente,
su questioni fondamentali come eutanasia, aborto, famiglia, le sue
considerazioni sono contrastanti con quelle della
dottrina della Chiesa, e del tutto simili, non casualmente, a quelle di
Emma Bonino, della quale è grande amica ed alleata. Con quest’ultima,
però l’UdC ha rifiutato di fare alleanze nel Lazio.

Come si è arrivati a questi paradossi?

Sono tanti i temi etici su cui si
scontrano oggi le diverse posizioni, e che sono assurti a discriminante
della discussione politica. Fino a pochi anni fa molti dei problemi che
ci troviamo ad affrontare oggi, semplicemente non c’erano: pensiamo
all’immigrazione clandestina, o le sfide tecnologiche della medicina ed i contestuali problemi etici. Così, fintanto che si rimane nel
confortante alveo del “bene comune”,  tutti sono d’accordo nel
perseguirlo: è un  valore positivo generale, accettato da tutti come
diritto inviolabile. Quando si scende nel dettaglio, però, si scopre
che ognuno ha un’idea diversa del bene comune. I cattolici sono i primi
ad avere le idee confuse su quali siano i valori  che portano al
compimento del bene, su quanto siano o non siano “negoziabili”, e su quali non abbassare la guardia in ambito
politico.

Non sta a
me parlare dell’importanza di un patrimonio di valori in ambito religioso, sociale, culturale. Mi limito a
sottolineare, ancora una volta, che  non sono e non dovrebbero essere
comprensibili soltanto ai cattolici, ma  sono invece delle realtà
osservabili sulle quali  ci si  sofferma  spesso poco. Bisogna dunque
partire da qui, dalla difesa di questi valori comuni, per proporre una riflessione dallo
sguardo anche laico:


  • Aborto: che l’embrione umano sia vita oramai lo possono intuire tutti, ovviamente, per chi è dotato di onestà
    intellettuale. Ho provato a spiegarlo
    tempo fa in un post: pur non essendo vita autonoma, l’embrione è 
    ha tutto il corredo genetico necessario per poter vivere e crescere indipendentemente dall’altro, che deve però fornire supporto vitale per consentirlo. L’atto di togliere questo supporto è, di fatto, porre fine ad una vita, ma permangono ancora moltissime posizioni che ritengono l’aborto un
    “diritto”: siamo  freschi di approvazione, ad esempio, della pillola Ru486
    in Italia, che, lungi dal rendere la pratica abortiva meno grave e
    sofferta (soprattutto psicologicamente), può  trasformare una decisione
    tremenda (e comunque non banale) in un gesto invece all’apparenza banale.

  • Famiglia: già che ne parliamo, vale la pena ricordare che un bimbo,
    secondo la maggioranza degli psicologi (anche attraverso il manuale DSM
    IV), deve avere entrambi i genitori per crescere sano. Dunque toglierne uno, attraverso la separazione, è un
    atto che trasforma la vita del bambino, spesso in modo drammatico se non si prendono opportuni accorgimenti e non si affronta in modo adulto la vicenda: anche perché colui che
    subisce questo trauma tenderà potenzialmente a riproporre i problemi
    relazionali nella sua vita. Considerare il matrimonio come un legame
    “inscindibile” è dunque prova della corretta posizione sul
    tema (cattolici in primis), ma è anche importante  adoperarsi per regolamentare in modo
    coerente il legame affettivo, in senso generale. Equiparare la “famiglia di
    fatto” ad un vincolo matrimoniale (sia questo civile o religioso) può dunque rivelarsi
    un errore sociale prima che affettivo: la legge concede alla
    coppia sposata tutti i diritti di cui ha bisogno. Non sposarsi è una
    scelta, certo: se la coppia, però, sente di
    potersi legare con una continuità funzionale alla crescita della prole,
    la sottoscrizione del vincolo matrimoniale (anche soltanto in Comune) 
    è una scelta conseguenziale naturale (ed è, di fatto, un contratto).
    Cosa aggiunge in più un’ulteriore forma civilistica?

  • Matrimonio omosessuale: il problema non è, come molti pensano,
    l’omosessualità in sé quanto la richiesta della comunità gay di
    ottenere pari diritti in tema di procreazione e di costituzione
    familiare delle coppie, ovvero, come corollario,
    il diritto al matrimonio ed all’adozione di bimbi per genitori dello
    stesso sesso. Mi si consenta di ritenerlo un errore: la struttura biologica dell’essere umano
    nell’età dello sviluppo è fatta per “accordare” differenti sensazioni
    ed interazioni ai due genitori che hanno per natura un ruolo diverso,
    che è dato dalle differenze di sesso. Se togliere la figura del padre ad un
    bambino (nella maggior parte delle separazioni, in Italia, i figli
    vengono affidati alla madre) crea un trauma, figuriamoci sostituirne
    figura e ruolo con una seconda madre o sommando due padri. Purtroppo
    l’operazione non è adduttiva.

  • Fine vita: anche qui il problema non è di ambito solo teologico, ma
    si sviluppa intorno all’idea di persona umana. Se intendiamo l’essere
    umano come una macchina semplice somma di funzioni più o meno
    sofisticate o intelligenti, non usciremo mai dal vortice che la
    competitività moderna ci porta ad accettare. Una persona si può
    considerare come più o meno utile alla società in relazione a quanto sa
    fare: tuttavia, proseguendo su questo ragionamento, è facile  giungere
    a considerare un anziano come sempre più inutile, improduttivo ed anzi
    controproducente per una società basata su un’idea di “bene” che si
    fonda sul concetto di utilità funzionale,  il tutto magari associato a
    legami senza vincoli. Se ci spostiamo sul piano dell’amore e
    dell’affetto che le relazioni famigliari  svolgono naturalmente tra
    generazioni, scopriamo che una persona, anche se ridotta in fin di
    vita, mantiene intatte tutte le caratteristiche che la rendono
    “persona”. Come si vede, tutto alla fine ritorna: diviene così
    un’arroganza intollerante decidere la morte di una persona che non può
    decidere, esattamente come lo era nel caso del feto.E questo senza
    parlare dei costi che il Sistema sanitario sarebbe felice di poter
    eliminare, e degli organi eventualmente disponibili per trapianti…

Abbiamo toccato i temi della famiglia, dell’aborto, del fine vita,
ma si potrebbe parlare di economia, di immigrazione, etc. Tutti  temi
fondamentali sui quali il primato dato alla persona  umana rispetto a
tutte le altre istanze consente di giungere ad una verità naturale, che
socialmente può ritenersi coincidente con il bene comune e per chi crede, con la verità di Cristo.

Peraltro è interessante anche notare, riferendosi al magistero della Chiesa (cfr. i documenti e note della Congregazione della Dottrina della Fede del 2004), che per i cattolici i principi non negoziabili, nel contesto della politica, non stanno tutti sullo stesso piano. Ad esempio, il principio della tutela della vita e della famiglia naturale non sono sullo stesso piano della tutela dell’ambiente, che pure è un valore importante. Quindi quando si fanno le scelte dei candidati, anche per le alleanze, bisogna basarsi sull’impegno su questi principi. Avendo le regioni incidenza diretta sulla Sanità, sono temi fondamentali.

L’attività della sinistra, spesso, appare “consacrata” ad un processo di negazione delle verità
cristiane, mentre i punti di rispetto su cui i cattolici più tradizionalisti tendono a non transigere sono proprio quelli su cui si incardina
la possibilità del dialogo. Sul resto, sono tutti d’accordo: come si
diceva prima, sul “bene comune”, a parole, convergono tutti gli
schieramenti politici.

La tentazione di scendere a patti, sia da parte della politica, sia
da parte dei cattolici, è chiaramente presente in un ambito frammentato
e confuso come quello attuale, dove le alleanze spesso si decidono in
chiave programmatica e sono a “geometria variabile”, oppure si decidono
in un contesto “contro”.

E’ il caso, ad esempio, della succitata alleanza da parte dell’UdC:
la principale motivazione all’alleanza con la Bresso addotta dal leader
Pierferdinando Casini è stata nel dar “contro alla Lega Nord”, che in
quel territorio è molto forte: l’UdC, infatti, ha una pregiudiziale nei
confronti della Lega. Ma  la Lega raccoglie e
sistematizza l’umore di una larghissima parte di elettorato del Nord,
ed è anche dotata di forte presenza territoriale. Il problema, dunque, non è  la
rappresentatività di tale elettorato, ma il disagio che
quell’elettorato esprime alla classe politica. L’azione di colpire chi
rappresenta quell’elettorato rischia di assomigliare un po’ al gesto di
nascondere la polvere sotto al tappeto.
Nel centro-destra il contesto
viene affrontato diversamente: sul tema caldo dell’immigrazione, ad
esempio, in un’intervista al Mattino del 10/1/10,  Maurizio Lupi (vicepresidente della Camera) afferma che serve “Accoglienza dignitosa, ma accoglienza zero nei confronti di chi non rispetta le nostre leggi”, prosegue “dobbiamo educarci a non parlare alla pancia dei cittadini, agire con responsabilità” non sposando i toni della Lega, la quale però “pone temi seri che non vanno sottovalutati”.

D’altronde in alcuni contesti religiosi e politici più vicini alle gerarchie ci si oppone con forza a spazi di dialogo con la sinistra più estrema, considerando come suo naturale intento quello di
destrutturare la questione cattolica sui “principi non negoziabili”.

E’ faticoso, in misura minore, anche il dialogo del centro moderato col centro-sinistra, per la necessità di salvaguardare opportune istanze da entrambe le parti (per
inciso, abbiamo parlato di sinistra, e di centro-sinistra: schieramenti
politici differenti parlano lingue diverse rispetto a quello che
vogliono far passare come “bipolarismo”): taluni osservano, non senza una certa ragione, che
la “pancia” del centro-sinistra è spesso anticlericale, e, in
forma più “soft”, anticattolica.

La conseguenza più ovvia di una contrapposizione ideologica è che, sia da un punto di vista tattico,
sia da un punto di vista strategico, spesso non conviene nè all’uno nè
all’altro stringere alleanze, perché poi non trovano un riscontro di
rappresentatività, che risulta alterata “dall’alto”. Nè si può pensare
di convogliare questo processo in una forma solo parlamentare: ci si
scontrerebbe col problema dell’approvazione delle leggi, nel momento
del voto parlamentare (se i cattolici sono  in minoranza in un contesto
di alleanze col centro-sinistra, si finirà per andare sempre sotto, o peggio a non trovare convergenze,
nelle leggi che interessano gli uni e gli altri).

In certi ambiti politici e religiosi, però, si ritiene che queste alleanze, alla fine, gettino l’elettorato cattolico 
nello sconforto, riproponendo a fasi alterne  l’esigenza di un partito
genuinamente cattolico, che rappresenti e rinnovi la spinta verso 
quegli ideali di ispirazione cristiana che abbiamo visto come
essenzialmente considerati “non negoziabili”.  Sui quali, invece, può cadere la scure
dell’ideologia dominante in questo o quel contesto politica, che si trova rafforzata dal passaggio parlamentare o dal voto insicuro.

Si diceva poc’anzi che alla base del
centro-sinistra non c’è solo una componente anticlericale ma spesso una pregiudiziale
anticattolica: l’affermazione ha bisogno di una spiegazione in più. Con
una posizione anticlericale si intende che la Chiesa come istituzione
non debba interferire nel processo politico: scombina il
“gioco delle parti” della mediazione e della negoziazione e questo,
secondo alcuni, crea una presunta interferenza al dialogo parlamentare
per la carica ed il ruolo stesso rivestito dall’istituzione
ecclesiastica. In realtà la missione della Chiesa è spirituale ed antropologica, culturale e per questo anche sociale:
non può abdicare dalla manifestazione del proprio pensiero in materia
che le compete, cioè la persona umana.  Si critica, come fondamento pregiudiziale, l’interferenza che sfocia in una precisa attività politica, di lobby e di pressione. Talvolta però si va al di là, rimproverando al laico cattolico  di fare le stesse considerazioni del
clero religioso su taluni temi, o di portarle in Parlamento, cosa del tutto legittima ed anzi coerente.

La tendenza sociale è, comunque, sempre più orientata ad una forte contrapposizione: da una parte una concezione del bene orientata alla
comunità intesa non nella sua interezza ma nel suo insieme materiale e
spirituale. Dalla parte opposta una concezione del bene comune inteso
come soddisfacimento di bisogni e di istanze materiali. Sarebbe però inadatto affermare che la “verità sta
nel mezzo”. Mettere insieme surrettiziamente i fan del Darwinismo  con i tradizionalisti della
creazione, i  favorevoli ai matrimoni omosessuali con gli intransigenti della famiglia tradizionale, e così
via, significherebbe ricreare quella condizione tipicamente italica dei
guelfi e dei ghibellini, ovvero continuamente in dissenso su tutto,
irrigiditi sulle rispettive posizioni contrapposte (giuste o sbagliate che siano).

Politicamente, invece, è necessario
trovare quella posizione autorevole e quel dialogo proficuo che ponga il primato della persona
umana al centro di ogni dibattito. Non si può che ripartire, dunque, da
quei valori comuni che la Chiesa indica come valori della persona nella sua interezza, sui quali il
ruolo dei cattolici è dunque quello di non cedere
né alla tentazione di negoziare sulla difesa di questi valori, nè di lasciarli nelle
mani di chi li vuole trascinare negli estremismi, correndo il
rischio di una “cristianofobia” da una parte, o al contrario di un
“radicalismo cristiano” dall’altra, sconfinanti entrambi nel livore e
nell’odio intollerante l’uno con l’altro che, ironicamente, questi stessi soggetti dicono
di voler combattere.

3 pensieri su “I valori non negoziabili nelle alleanze con i cattolici

  1. Leonardo Glisselss

    Caro Luciano, nel complimentarmi per lo stile netto delle osservazioni sui valori non negoziabili, devo osservare che sul aspetto politico l’articolo inizialmente mi aveva un po’ ricordato certe impostazioni filosofiche dei politici ante-DC, quasi sviluppantesi sul confine del “posso/non posso” delle alleanze programmatiche (che citi).
    Nel finale invece la posizione è chiara e la condivido: mi sembra che nessuna pretesa di essere ragionevolmente pronti al dialogo può consentire di rinunciare ai valori propri dei cristiani. La tua lettura delle vicende UdC è, a mio avviso, anche troppo poco maliziosa, ma la considero per buona. Personalmente, continuo a considerare che nel panorama politico attuale manchi una forza che rappresenti i cattolici e le loro istanze, ma forse è meglio così. Un caro saluto.

  2. Luciano

    Leonardo, ti ringrazio del commento e delle tue osservazioni puntual. :-)
    Non sono sicuro che il problema della rappresentatività dei cattolici sia un non-problema. Quantomeno nell’ambito d’area del centro-sinistra. Nel centro-destra, purtroppo, questi “smottamenti” a sinistra dell’UdC a mio avviso porteranno molti voti alla coalizione del PdL, vedrai.
    Sulla mancanza di malizia, la prendo come un complimento :-)

  3. La sconfitta del vecchio centro

    Spende molte e loquaci energie per spiegare le sue alleanze variabili e multiformi. Può rivendicare il suo apporto determinante in Liguria (con la sinistra) e nel Lazio (con la destra). Ma appare irrilevante in Campania e Calabria (senza parlare della…

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