IPCC, gli sporchi affari del dott. Pachauri

di Christopher Booker e Richard North (Sviluppo & Popolazione, Svipop.org)

Nessun altro al mondo ha influenzato gli eventi che hanno portato alla conferenza di Copenhagen sul riscaldamento globale quanto il Dott. Rajendra Pachauri, presidente dell’IPCC, la Commissione intergovernativa dell’ONU sul cambiamento climatico (IPCC) e la mente dietro al suo ultimo rapporto nel 2007.

Benché il dott Pachauri sia spesso presentato come scienziato (una volta la BBC lo ha descritto come “il principale climatologo del mondo”), egli non possiede alcuna qualifica nel campo delle scienze climatiche, essendo un ex-ingegnere ferroviario con un PhD in economia.

Ma quello che è sfuggito all’attenzione di quasi tutti è il modo in cui il dott. Pachauri ha messo insieme uno stupefacente portfolio  mondiale di interessi affaristici con realtà che hanno investito e stanno investendo miliardi di dollari in organismi che dipendono dalle decisioni e dalle politiche dell’IPCC.

Questi organismi comprendono le banche, le aziende del petrolio e dell’energia e i fondi di investimento pesantemente coinvolti nel “mercato delle emissioni” e nelle “tecnologie sostenibili” che, messi insieme, costituiscono il mercato più in rapida crescita del mondo, stimato prossimo a valere migliaia di miliardi di dollari all’anno.

Oggi, oltre al suo ruolo di presidente dell’IPCC, il dott. Pachauri occupa più di una ventina di poltrone simili,  fungendo da direttore o consigliere per molti degli enti che svolgono un ruolo leader in quello che oggi è conosciuta come ”’l’industria del clima’ internazionale”.

L’incredibile è che la dimensione sconvolgente dei legami del dott. Pachauri con molte di queste entità è venuta alla luce solo di recente, sollevando inevitabilmente degli interrogativi su come possa il più importante “funzionario del clima” del mondo essere anche coinvolto personalmente in così tante organizzazioni  che potranno trarre beneficio dalle delibere dell’IPCC.

La questione del potenziale conflitto di interessi del dott. Pachauri è stato sollevata pubblicamente per la prima volta solo il 15 dicembre scorso quando, dopo aver tenuto una conferenza all’Università di Copenhagen, gli è stata consegnata una lettera aperta da parte di due eminenti “scettici del clima”. Uno si chiama Stephen Fielding, ed è il senatore australiano che ha suscitato la recente rivolta contro il progetto di scambio delle emissioni denominato “cap& trade” del suo governo. L’altro, britannico, è Lord Christopher Monckton, da tempo noto critico della scienza dell’IPCC, che ha svolto di recente un ruolo chiave nel rendere più rigorosa l’opposizione a un simile progetto di legge davanti al Senato USA.

Tale lettera aperta iniziava col mettere in dubbio l’onestà scientifica di un grafico usato con grande rilievo nel rapporto IPCC del 2007, e mostrato nel corso della sua relazione anche da Pachauri, chiedendogli di ritirarlo. Ma essi hanno chiesto anche perché il rapporto non aveva reso pubblico il coinvolgimento personale del dott. Pachauri in tante organizzazioni in grado di trarre profitto dalle sue conclusioni.

La lettera, che comprendeva informazioni rese pubbliche nel Sunday Telegraph del 13 dicembre, è stata distribuita a tutte le 192 delegazioni nazionali, e chiedeva loro di sollevare il dott. Pachauri dall’incarico di presidente dell’IPCC a causa delle recenti rivelazioni sui suoi conflitti d’interesse.

La base su cui il dott. Pachauri nel corso dell’ultimo decennio ha costruito la sua rete di potere nel mondo è l’Istituto Tata Energy Research Institute, con base a Delhi, di cui divenne direttore nel 1981 e direttore generale nel 2001. Oggi questo istituto si chiama The Energy Research Institute (TERI), ed è nato nel 1974 dal più grande impero di affari privato dell’India, il Tata Group, i cui interessi spaziano fra acciaio, auto, energia, chimica, telecomunicazioni e assicurazioni (nel Regno Unito è conosciuto soprattutto come proprietario di Jaguar, Land Rover, Tetley Tea e Corus, la più grossa acciaieria della Gran Bretagna).

Benché, da quando ha cambiato nome, TERI abbia esteso le sue sponsorizzazioni, le due entità sono rimaste strettamente collegate.

In India, la Tata gestisce un potere politico immenso, dimostrato anche dal modo con cui è riuscita a far sloggiare centinaia di migliaia di poveri abitanti dei villaggi tribali negli stati orientali dell’Orissa e del Jarkhand per fare spazio alle miniere di ferro e ai progetti di fabbricazione dell’acciaio su larga scala.

Inizialmente, quando il dott. Pachauri prese la direzione di TERI negli anni Ottanta, i suoi interessi si incentravano sulle industrie del petrolio e del carbone, il che potrà sembrare strano oggi per un uomo che dopo di allora è diventato noto soprattutto per la sua opposizione ai combustibili fossili. Fu, ad esempio, uno dei direttori fino al 2003 della India Oil, la più grossa azienda commerciale del paese, e fino a quest’anno è rimasto direttore della National Thermal Power Generating Corporation, il suo più grosso produttore di energia elettrica.

Nel 2005, Pachauri ha fondato GloriOil, un’azienda del Texas specalizzata nella tecnologia che permette alle ultime riserve di essere estratte dai campi petroliferi che altrimenti sarebbero alla fine della loro vita utile.

Tuttavia, dato che Pachauri nel 1997 divenne uno dei vice-presidenti dell’IPCC, la TERI ha allargato enormemente la sua sfera di interesse in ogni genere di tecnologia rinnovabile o sostenibile, in molte delle quali sono state coinvolte anche varie divisioni del Tata Group, quali il suo progetto di investire $1,5 miliardi in vasti insediamenti eolici.

Anche l’impero TERI del dott Pachauri si è allargato a livello mondiale, con filiali negli USA, nell’UE e in diversi paesi in Asia. La TERI Europe, con base a Londra, di cui egli è consigliere (insieme a Sir John Houghton, una delle pedine chiave degli albori dell’IPCC ed ex-capo del Met Office del Regno Unito) attualmente sta portando avanti un progetto sulla bio-energia, finanziato dall’UE.

Un altro progetto, co-finanziato dal Dipartimento dell’Ambiente, dell’Alimentazione e degli Affari rurali e la ditta di assicurazioni tedesca Munich Re, sta studiando come possa l’industria delle assicurazioni dell’India, compresa la Tata, beneficiare dello sfruttamento dei presunti rischi legati al cambiamento climatico. E’ proprio per questo che Defra e i contribuenti dell’UK finanzieranno un progetto per aumentare i profitti delle aziende assicurative indiane.

Ancora più strano è il ruolo dell’organizzazione non-profit nata da TERI, con sede a Washington, di cui Pachauri è presidente. Situata sulla Pennsylvania Avenue, fra la Casa Bianca e il Campidoglio, questo organismo dichiara candidamente di essere un’organizzazione di lobbying, avente lo scopo di “sensibilizzare chi prende le decisioni nel Nord America alle preoccupazione dei paesi in via di sviluppo riguardo all’energia e all’ambiente”.

TERI-NA è finanziata da una galassia di sponsor ufficiali e aziendali, compresi quattro rami della burocrazia ONU; quattro agenzie del governo USA; giganti del petrolio come Amoco; due dei principali appaltatori della difesa USA; la Monsanto, il più grosso produtttore dei OGM del mondo; il WWF (il gruppo ambientalista che deriva molti dei suoi finanziamenti dalla UE) e due leader del “mercato delle emissioni” internazionale che gestiscono in totale oltre mille miliardi di dollari (620 miliardi di sterline) di asset.

Tutto questo è sicuramente utile agli interessi di Tata in India, che è pesantemente coinvolta non solo nella bio-energia, le rinnovabili e le assicurazioni, ma anche nel “carbon trading”, il mercato mondiale delle compravendite dei diritti di emettere CO2. Molto di questo è gestito per lucro dall’ONU ai sensi del “Meccanismo per lo Sviluppo Pulito” (CDM) istituito con il Protocollo di Kyoto, che Copenhagen doveva sostituire con un trattato ancora più lucroso.

Ai sensi del CDM, aziende e consumatori del mondo sviluppato pagano per avere il diritto di superare i loro “limiti di emissioni” comprando certificati da quelle azienei di paesi come l’India e la Cina che accumulano “crediti di emissioni ” per ogni fonte di energia rinnovabile che essi elaborano – oppure mostrando che hanno in qualche modo ridotto le proprie “emissioni”.

E’ uno di questi affari, come riferito nel Sunday Telegraph del 13 dicembre, che sta permettendo a Tata di trasferire tre milioni di tonnellate di produzione di acciaio dal suo impianto Corus a Redcar a un nuovo impianto nell’Orissa, guadagnando così potenziali £1,2 miliardi di ‘crediti alle emissioni” (e facendo perdere il lavoro a 1700 persone del Teesside).

Oltre tre quarti del mercato mondiale delle emissioni beneficiano in questo modo l’India e la Cina. La sola India ha 1455 progetti CDM in atto, per un valore di $33 miliardi (20 miliardi di sterline), molti dei quali sono stati facilitati da Tata – e forse non sorprenderà il fatto che il dott. Pachauri faccia parte anche del Consiglio della Borsa del Clima di Chicago, la più grande e lucrosa borsa di scambi di diritti di emissioni del mondo, che fu anche assistita da TERI nel fondare la borsa di scambi della stessa India.

Ma tutto questo è nulla se confrontato con le tante altre poltrone asssegnate al dott. Pachauri negli anni da quando l’ONU lo ha scelto per diventare il principale “funzionario del cambiamento climatico” del mondo.

Nel 2007, ad esempio, è stato inserito nel Consiglio di Siderian, un’azienda con sede a San Francisco specializzata nelle “tecnologie sostenibili”, a cui Pachauri doveva fornire “accesso, statura e esposizione industriale del più alto livello”.

Nel 2008 è stato nominato Consigliere per l’energia rinnovabile e sostenibile del Credit Suisse e della Rockefeller Foundation. E’ entrato a far parte del Consiglio della Banca Nordic Glitnir nel momento in cui essa lanciava il suo Fondo per il Futuro Sostenibile, mirante a raccogliere 4 miliardi di sterline. Divenne Presidente del Fondo per le Infrastrutture sostenibili dell’Indonesia, il cui Amministratore delegato confidava di raccogliere in breve tempo 100 miliardi di sterline. 

Lo stesso anno divenne direttore dell’International Risk Governance Council di Ginevra, fondato dalla EDF e da E.On, due delle più grosse aziende europee di elettricità, per promuovere la ‘bio-energia’. Quest’anno il dott. Pachauri è diventato “consigliere strategico” del Fondo di investimenti newyorchese Pegasus e Presidente del Consiglio della Banca asiatica di sviluppo Asian Development Bank, una grossa sostenitrice degli scambi CDM, il cui Amministratore delegato avvertì che se non si arrivava a un accordo a Copenhagen il mercato delle emissioni sarebbe crollato.

L’elenco di incarichi ricoperti oggi dal dott. Pachauri, come risultato del suo nuovo status mondiale, è infinito. E’ diventato capo dell’Istituto per il Clima e l’Energia dell’Università di Yale, che riceve milioni di dollari di finanziamenti pubblici e privati in USA. Fa parte del Consiglio sul Cambiamento climatico della Deutsche Bank. E’ Direttore dell’Istituto giapponese per le Strategie globali sull’ambiente e fino a poco tempo fa era consigliere per la Toyota. Richiamando le sue origini come ingegnere ferroviario, è perfino consigliere per le politiche della SNCF, le Ferrovie dello Stato francesi.

Nel frattempo, a casa sua in India, fa parte anche di una serie di organismi governativi importanti, compresa la Consulta economica del Primo Ministro, oltre a occupare varie posizioni accademiche. Ha trovato il tempo perfino di pubblicare 22 libri.

Il dott. Pachauri non si tira mai indietro quando si tratta di dare al mondo franchi consigli su ogni questione si riferisca alla minaccia del riscaldamento globale. L’ultima edizione di TERI News lo cita per aver detto all’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente USA di andare avanti nella regolamentazione delle emissioni di CO2 degli Stati Uniti senza aspettare che il Congresso approvi un’apposita legge.

Racconta anche come, nei giorni precedenti Copenhagen, egli abbia chiamato i paesi storicamente responsabili per la crisi di riscaldamento globale a prendere “impegni concreti” per aiutare i paesi in via di sviluppo come l’India con finanziamenti e tecnologia – mentre allo stesso tempo insisteva che l’India non avrebbe mai accettato limiti vincolanti alle sue emissioni.  L’India, diceva Pachauri, doveva negoziare per avere sussidi su grande scala dall’Occidente al fine di sviluppare il solare, e i fondi occidentali dovevano essere resi disponibili anche per progetti di geo-ingegneria che succhiassero la CO2 dall’atmosfera.

Quale indù vegetariano, il dott Pachauri ha ripetuto il suo richiamo al mondo di mangiare meno carne al fine di tagliare le emissoni di metano (come al solito non ha fatto alcun accenno a cosa fare poi dei 400 milioni di vacche sacre dell’India). Dopo ha invitato anche a vietare di servire il ghiaccio nei ristoranti e a mettere un contatore in tutte le camere d’albergo per imporre ai clienti una tassa sul loro uso del riscaldamento e dell’aria condizionata.

Su una cosa, però, il ciarliero dott Pachauri rimane zitto: su quanti compensi percepisce per tutti questi importanti incarichi, che ammonteranno sicuramente a milioni di dollari. Non uno degli organismi per i quali presta la sua opera rende pubblici il suo stipendio o i suoi onorari; compresa l’ONU, che si rifiuta di rivelare quanto noi tutti lo paghiamo nella sua qualità di funzionario fra i più anziani.

Quanto alla stessa TERI, il principale datore di lavoro di Pachauri da quasi 30 anni, essa è così riluttante a parlare di soldi che non pubblica nemmeno i conti – il bilancio consiste in due diagrammi sulle entrate e uscite che non espongono alcuna cifra nel dettaglio.

Del pari riluttante a parlare è il dott. Pachauri riguardo ai legami di TERI con la Tata, l’azienda che l’ha fondata negli anni Settanta e il cui nome ha continuato a portare fino al 2002, quando è stato cambiato semplicemente in The Energy Research Institute. Un portavoce all’epoca disse: “Non abbiamo tagliato i nostri rapporti passati con i Tatas, il cambiamento è solo di convenienza”.

Ma il vero grande interrogativo riguardo al direttore generale di TERI rimane quello relativo al rapporto fra i suoi posti commerciali altamente remunerativi e il suo ruolo di presidente dell’IPCC.

TERI, ad esempio, è entrata nel novero dei migliori offerenti per gli appalti aperti dal Kuwait finalizzati a ripulire i disastri causati da Saddam Hussein nei loro campi petroliferi nel 1991. Il costo di tali appalti ($3miliardi) è coperto dall’ONU. Se vincerà, sarebbe la terza volta che la TERI beneficia di un contratto finanziato dall’ONU.

Certamente nessuno apprezza di più i servizi di TERI dell’UE, che ha incluso l’istituto del dott. Pachauri come partner in non meno di 12 progetti miranti ad assistere nelle decisioni sulle politiche UE per mitigare gli effetti del riscaldamento globale predetti dall’IPCC.

Chissà se quei 1700 lavoratori nel Teesside il mese prossimo saranno tanto contenti di perdere il posto di lavoro a favore dell’India, grazie ai meccanismi di quel “mercato delle emissioni” internazionale di cui il dott. Pachauri è così entusiasta.

(Traduzione di Alessandra Nucci)
Copyright (c) Svipop.org (pagina originale)

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