Libri e Cose: Augias ovvero l’elogio dello zero (*)

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San Camillo De Lellis

D’estate, si sa, fioccano le repliche. Vi ripropongo un post della brava Cecilia Rabà, pubblicato qualche mese fa sul suo blog, a proposito dell’ultima fatica letteraria di Augias insieme a Mancuso: “Disputa su Dio e dintorni“.

Insieme al blog di Raffaella (un tributo a papa Ratzinger) sono due blogghesse cattoliche di quelle agguerrite.

Con questo post, credo, vi saluto e vi auguro buone vacanze, visto che la frequenza di scrittura si va rarefacendo. Vorrei anche rivedere la tipologia di questo blog, ma …a settembre! :)

Libri e Cose: Augias ovvero l’elogio dello zero
di Cecila Rabà

Dimmi tu, che pur sei mezzo algebrista,
come avvien questo? Tu se’ mezzo critico,
mezzo sacro dottor, mezzo ellenista,
mezzo spartano, mezzo sibaritico,
mezzo poeta, mezzo freddurista,
mezzo frate, mezz’uom, mezzo politico…

Così, magistralmente, Ugo Foscolo, in una delle sue lapidarie ottave (che leggevo nei sabati della mia adolescenza), stigmatizzava il voler fare tutto, e male, da parte di uno dei suoi avversari, Urbano Lampredi.
E ci è tornato alla mente il rosso milanese leggendo “Disputa su Dio (e dintorni)”, l’ultima fatica di Corrado Augias dopo “Inchiesta su Gesù”, questa volta scritta a quattro mani con il teologo Vito Mancuso, adottando uno stile epistolare che ammicca per toni e temi ai grandi dialoghi del Grand Siècle e dei Lumi, a partire proprio dall’accattivante allitterazione del titolo.
Perché, nelle duecentocinquanta intense (fino alla prolissità) pagine di quest’opera, cercando di dare una risposta alla domanda su Dio, non troviamo acute dispute teologiche controbattute da stringenti sillogismi, come titolo e tema farebbero pensare. Ma in compenso troviamo l’eutanasia, con Eluana Englaro e Piergiorgio Welby, un Sant’Agostino sessuofobo (ma se il suo problema era un’eccessiva “concupiscenza”, cosa pensate che diventasse, il fautore del libero amore?) riempito di spilli come un San Sebastiano, due differenti interpretazioni di Goethe da parte dei due ultimi pontefici (ignoravamo che il nume di Weimar fosse oggetto di interpretazione teologica: saranno pur liberi i papi di leggerlo come vogliono, o Goethe è palma dalla società civile?).

Abbiamo omesso qualcosa? Certo che sì, perché, fra affermazioni al limite dell’inverosimile (Negli Stati Uniti la religiosità si esprime attraverso formule rituali […] In secondo luogo, non hanno alcuna attinenza con implicazioni civili e politiche: e il neoconservatorismo? E, a torto o a ragione, la politica di Reagan, Bush senior e Bush junior?), fioriscono la questione galileiana, i roghi, la Genesi, Charles Darwin, un po’ di stracca mariologia e il povero San Roberto Bellarmino (peraltro, già brillantemente difeso illo tempore da Paul K. Feyerabend nel magistrale “Contro il metodo”, con cui dimostrava, al di là di ogni possibile contestazione, come chiunque, nell’epoca di Galileo, e nelle medesime condizioni culturali -altissime, peraltro- avrebbe ragionato come il santo patrono dei catechisti), e, dulcis in fundo, anche un pizzico di spy story alla Dan Brown, con dossier segretamente occultati in Vaticano che mostrerebbero a sicari dalle armi oggi fortunatamente spuntate i misfatti dei nostri eroi della ragione. Per poi toccare l’apogeo del ridicolo, l’assicurazione sulla vita stipulata da Augias dopo averlo saputo…

Giocano agli illuministi Corrado Augias e Vito Mancuso, giudicando il passato non già secondo l’epoca, bensì con categorie del presente, e confezionano, a beneficio di un pubblico sin troppo uso ai dibattiti televisivi, un libro furbetto, accattivante, che certo investe, anche se con colpevole superficialità, casi e problemi di stretta attualità, ma che, come direbbe la prof. Peroni, come qualsiasi prof. d’italiano, è fuori tema.
Perché dov’è Dio, in tutto questo? Semplicemente, non c’é. Perché per parlare di Dio i nostri avrebbero dovuto affrontare un concetto differente e delicatissimo, che non è il rapporto fra la Chiesa e la società, bensì che implica un vecchio canone agostiniano, quello della discesa in noi stessi. Invece, scelgono la strada, molto più agevole, di parlare della Chiesa, cattolica ovviamente, che viene tacciata di ogni male del mondo. Una prospettiva che, sebbene da un lato confermi a contrario come il cattolicesimo sia vera religione (molti nemici, molto onore, come diceva un quidam…), dall’altro risuona un vero e proprio atto di accusa, dal momento che Augias nota come in nome della religione si siano commessi i maggiori crimini dell’umanità. Il Dio dei cattolici, interpretato dai cattolici, permette la morte e combatte l’amore per la vita, in nome di un malato e terribile concetto di giusto e ingiusto. Anzi, se potesse, ucciderebbe ancora mediante il suo braccio secolare.


E in tal modo, dimenticando, e più colpevolmente, tentando di far
dimenticare, quanto questa vituperata Chiesa, organismo di uomini con i
difetti, ma anche le immense virtù, degli uomini, abbia fatto e faccia
tutt’oggi per l’umanità (signor Augias, non ce la vedo a fare quello
che fece Fratel Ettore Boschini, il camilliano dei Rifugi della Carità
e delle discepole di San Camillo), dimostrano di ignorare,
scientemente, i crimini commessi in nome di Dio nel passato e nel
presente da altri popoli di tutt’altra religione, in una prospettiva,
angusta, piccina, e, ci si consenta, qualunquista e certamente aliena
dal tema di Dio. Una prospettiva che ammicca, più che alla riflessione
filosofica o teologica, al vituperato Dan Brown che almeno vuole
scrivere solo romanzi, non verità.

Perché, rievocando Etty
Hillesum, la filosofa ebrea olandese, morta nei campi di sterminio, che
cercava di portare con sé libricini di Rilke e Sant’Agostino, bisogna
cercare, trovare e portare Dio all’interno di noi stessi. Perché diamo
il nome di Dio ad una pulsione verso l’alto, irrefrenabile e
insopprimibile, che abita in fondo a noi. Perché, secondo il vituperato
Sant’Agostino, noli foras te exire, in te ipsum redi. In interiore
hominis habitat veritas. Una verità che Vito Mancuso offre ai lettori
nella commovente storia di una signora che scopre Dio, e la vita, pur
dovendo affrontare una malattia terminale. Una storia di vita e ricerca
reale, l’unica vera che dia una chiave alla ricerca di Dio, ma che si
perde in questo tentativo monco.
E quindi non resta che il foscoliano, lapidario giudizio, che chiude degnamente l’ottava:

Come in tante metà, nulla è d’intero?
Come tutte sommate, fanno zero?

(*) Il post è disponibile anche sul suo profilo Facebook

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