Il difficile dialogo tra fede, ragione, e sentimento

Quella feroce ricerca di senso…

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(vignetta
di Pinguiniobesi)

Tempo fa, durante alcuni discorsi
sulle cose cristiane, un padre Gesuita mi disse: “La
teologia ha talvolta fatto più danni che altro.”

Probabilmente, alla luce di quanto
avviene ai giorni nostri, non aveva tutti i torti. Viviamo immersi in
una crescente scissione tra pensiero razionale e fede, e tra fede e
sentimento: la pervasività della comunicazione non ha fatto che
moltiplicare questo divario. Non è colpa della teologia in sé, né
ovviamente della comunicazione, eppure l’uomo contemporaneo che “vive
nella società” si ritrova sempre più inadeguato a cogliere sia
gli aspetti emozionali sia razionali della fede cristiana. Anzi, si
dimostra ostile ad essa.

Scrive Susanna Tamaro sul
Giornale del 3 maggio scorso
(“Quella
feroce crociata laica contro i credenti
“):

Il
mondo sembra diviso esattamente in due. Da una parte appunto i laici,
difensori del progresso e della civiltà, e dall’altra i credenti,
oscurantisti, alfieri del regresso, sessuofobici e nemici della
libertà dell’uomo. E naturalmente io, in quanto credente, agli
occhi di tutte le persone che mi incontrano, rientro nella seconda
categoria. Non sono preparata a trovarmi sul banco dei retrogradi,
degli ottusi e quindi a dover rispondere a domande di imbarazzante
limitatezza. Come tutte le persone solitarie, sono abituata a fare
delle riflessioni piuttosto profonde e articolate sulle cose e
davanti alla marea di questi pregiudizi e luoghi comuni mi sento
completamente spiazzata. (…)

La
maggior parte dei miei amici non è credente, eppure non ho mai
sentito la necessità di criticarli, di cambiare la loro visione del
mondo o, tanto più, di giudicarli. La diversità di idee mi è
sempre sembrata una delle ricchezze della vita e non un nemico da
combattere. Mi colpisce molto, dunque, lo spirito di feroce crociata
che pervade l’universo dei laici. Perché tanto livore, tanto
impiego di energia, tanta intolleranza verso persone che hanno una
diversa visione del mondo? Perché tanto impellente è il bisogno di
convincere le persone credenti che hanno imboccato una via sbagliata?
Forse perché da noi si leva una voce in difesa della vita e contro
altre barbarie che, astutamente e subdolamente, si vogliono far
passare come progressi per la libertà dell’uomo?

Non
c’è forse dietro questa crociata delle certezze – perché queste
persone, beate loro, vivono confortate da straordinarie certezze – la
volontà di rimuovere la parte più profonda dell’uomo, la più
oscura, quella che lo lega al mistero del male e alla finitezza e che
ne fa una creatura perennemente alla ricerca di senso?

Non si tratta di convincere le
persone che “credere è bello”, né ovviamente che “credere non
è da imbecilli”. A mio avviso, il problema è nell’affrontare la
questione scindendo l’aspetto logico da quello emotivo. La teologia,
di per sé fondamentale per comprendere correttamente le dinamiche
religiose, sistematizza l’impianto razionale della fede rischiando
però di creare un pericoloso differenziale con la relazione
sentimentale che c’è con Cristo, la stessa trascuratezza che si
rischia – non a caso – nell’analisi della tensione
ragione-sentimento insita nell’uomo.

Questa spesso si tende a
sottovalutare, soprattutto oggi che relazioni del mondo reale sono
competitive, veloci, e che sono spesso compensate da relazioni
virtuali che si rivelano talvolta più sincere che non quelle con i
colleghi d’ufficio o i vicini di casa. Questo è un “peccato originale”
del pensiero logico contemporaneo, che coinvolge aspetti che hanno un
riflesso talmente concreto nella vita di ognuno di noi, che se non
vengono risolti prima, riemergono prepotentemente dopo, rischiando di
non essere compresi o saputi gestire, e questo indipendentemente
dalla fede.

Non solo. La scienza ha fatto passi
da gigante nell’esaminare queste differenze e queste tensioni tra
ragione e sentimento, anche neurologicamente. Analizzandole, è
passata inevitabilmente ad analizzare il rapporto con la fede in
tutti i suoi aspetti. Per assaporare la vita nella sua completezza,
la coscienza moderna non si accontenta più – e giustamente – di
accettare “passivamente”, ancorché correttamente, la
razionalizzazione che la teologia ha assicurato per secoli alla fede
cristiana, e né altresì può essere accettabile lasciarla relegata
ad un livello solo intimistico e personale, senza ripercussioni sulla
nostra azione sociale.

Per cifrare questo percorso
conoscitivo userei due parole che sono due nodi diversi del modo in
cui viviamo: esperienza e dialogo.

Quanti possono dire di aver fatto
un’esperienza di tipo spirituale nella propria vita? E chi,
contemporaneamente, amerebbe sostenere un dialogo con persone che la
pensano in modo completamente differente senza uscirne
scoraggiato o magari contrariato?

In dialogo cordiale con ogni
sapere”

76) La
dottrina sociale della Chiesa si giova di tutti i contributi
conoscitivi, da qualunque sapere provengano, e possiede un’importante
dimensione interdisciplinare
: «Per incarnare meglio in contesti
sociali, economici e politici diversi e continuamente cangianti
l’unica verità sull’uomo, tale dottrina entra in dialogo con le
varie discipline che si occupano dell’uomo, ne integra in sé gli
apporti».108

Compendio
della Dottrina Sociale della Chiesa
.
Giovanni Paolo II, Lett. enc.
Centesimus annus

Esperienza di fede e dialogo
interculturale sono solo due aspetti di un moto di conoscenza che
spesso pretendiamo di ignorare. La rete non fa che amplificare questi
aspetti: fare un’esperienza spirituale in rete è difficile, ma questo
non vuol dire che la fede non vi sia presente, anzi. Parimenti, nel mezzo telematico che è
primariamente un mezzo di scrittura, c’è un intenso e continuo dialogo di interazione, ma
la sua emozione è vincolata ai limiti della fruizione del
mezzo. Questo non vuol dire che il confronto non vi sia, anzi.

In nessuno dei due casi, esperienza e dialogo sono vissuti nella loro multidimensionalità.
Tutto è filtrato e schiacciato da un sottofondo
che ci impedisce di assaporare la ricchezza delle
relazioni, comprese quelle tra noi e il trascendente. Lo stesso
sottofondo razionale fa da scudo al dilagare delle emozioni a briglia
sciolta. Ci riconduce all’approfondimento intellettuale/logico, come modo privilegiato per
dialogare.

In fondo la libertà di pensiero sembra apparente o comunque limitata. Da una parte, l’emozione è
imbrigliata per i limiti del mezzo, e perché quelle più profonde sono considerate
“inopportune” da pubblicare sullo stesso, contemporaneamente il
ragionamento è costretto a stare dentro i binari di un razionalismo
logico che cerca di evitare l’apertura verticale, verso l’alto e
verso lo spirituale, ma rimane nell’approfondimento orizzontale: tra
persona e persona, tra idea e idea o, se va male, tra ideologia ed
ideologia.

L’importanza
di sperimentare il dialogo con Dio, il “sentimento” di Dio, viene relegata a secondaria.

Da
una parte c’è l’impianto teologico di cui capirne i meccanismi, ma che non è sufficiente, dall’altra dovremmo di fatto esercitare una assunzione passiva della verità di fede, senza sperimentarla. Nel mezzo, la nostra “sete” di verità e di senso.
Ma nel mondo di oggi quando qualcosa non ci torna,
dobbiamo capirne di più. Ci corre in aiuto la risposta pronta, una
sorta di FAQ come può essere il compendio del Catechismo cattolico:
ma questo può non bastare più.

Non è
solo una questione verbale: non è spiegando ad una persona un
concetto, che la persona lo accetta e lo vive come fede. Bisogna forse coniugare quell’aspetto intellettuale/logico con il nodo sentimentale
dell’uomo e con il suo rapporto con Cristo persona, che a quel punto si
favorisce la vera esperienza di dialogo.

Ed è qui che si confrontano le diverse visioni all’interno della Chiesa. C’è
chi ritiene questo passaggio inutile e sostiene che basta capire bene di cosa
stiamo parlando, per avere la “giusta” fede. Se non la si prova
“sentimentalmente”, tanto peggio: l’importanza di averla capita
travalica ogni altra considerazione. L’essenziale è accettare il rito, la tradizione, i dogmi. Ma c’è una visione ancora più rigida e consiste nel ritenere ancora più importante non metterli mai in
discussione.

Questo non
mi trova d’accordo. Non è tanto importante non mettere in
discussione i dogmi di fede, quanto capire il perché. Arrivare noi stessi a chiederci il
senso ed il significato della teologia cristiana è un passaggio a mio avviso propedeutico e quasi necessario per cogliere le motivazioni profonde del senso della fede, per
apprezzarne a pieno la sua forza e per trasmetterlo correttamente. Poiché abbiamo fin qui visto i limiti del razionalismo, solo con l’esperienza della relazione verticale con
Dio e del dialogo sincero e completo tra noi stessi e gli altri che
si può immaginare di invertire la tendenza al materialismo ed al
vuoto etico che sta incidendo nella civiltà umana più di ogni altro
cambiamento, incluso quello climatico.

Abbiamo perso la capacità di fare comunità e parlo
anche di quelle virtuali, che sembrano promettenti soltanto finché
non ci si imbatte proprio in questi temi spinosi (religione,
filosofia, umanesimo), di fronte ai quali tutto si appiattisce nel
sottofondo di una tecnologia dove il dialogo è subordinato ad un
permesso di accedere ad un profilo su Facebook, o ad un commento su
Friendfeed, o magari ai 160 caratteri di Twitter.

A livello
di difficoltà di impostare un sereno dialogo in rete, nessuno può dirsi estraneo,
neanche chi è credente.

Se da una
parte ci troviamo di fronte ad un “Ma ancora credi a
queste cose?”, dall’altra abbiamo gli ultratradizionalisti del
“Guai a voi che non capite niente!”. Assistiamo impotenti ad
un’estremizzazione delle posizioni che denuncia chiaramente la
mancanza di dialogo ed i danni sempre maggiori della cultura
di odio o di scherno dell’opposto pensatore, da qualsiasi parte essa venga.

Giorni fa mi sono
trovato a commentare un post (su wXre) in cui si criticava sarcasticamente un
editoriale di un padre Gesuita che apriva un confronto
sull’opportunità del sacerdozio per i preti. Alcuni commenti erano del tenore: “Scomunichiamolo! Ma ancora non l’hanno scomunicato? Ma
che fa il Papa?”

Come
cristiani siamo chiamati a credere all’indefettibilità della
Chiesa, non all’infallibilità. L’indefettibilità significa che
nonostante le povertà di cui essa è composta e dei limiti delle
persone che la compongono, permane e prevale lo Spirito di Cristo nel
suo percorso lungo la storia. Pertanto un vescovo potrebbe dire una
cosa fallibile, potrebbe sbagliarsi, perfino nell’esigere
un’obbedienza, ma se dopo aver esposto le istanze personali
contrarie alla richiesta fatta sono ancora chiamato ad obbedire,
sicuramente questa è la via maestra che mi garantisce di restare
nella volontà di Dio. E se tale obbedienza (basti non sia contro la
retta coscienza) fosse errata, Dio con la sua grazia mi salvaguarda.

In tutto ciò, alcuni usano lo strumento del dialogo, altri usano “l’arma” del dialogo. Anche con le parole, infatti si può colpire usando
termini simili.

La situazione attuale non è peggiore di altre epoche, con la
pluralità di mezzi di comunicazione e di dati in cui viviamo
immersi, ma la situazione è per altri versi molto sconfortante per
quanto riguarda il dialogo. Non molti ordini moderni sono maestri in
questo, e mi sembra che i Gesuiti e pochi altri siano rimasti gli unici dediti ad
una disciplina da cui traggono sostegno logico e morale per
affrontare le sfide dell’uomo contemporaneo con gli strumenti
intellettuali – e dove molto spesso vincono il confronto.

Invece,
capacità e strumenti di dialogo sembrano mancare del tutto
nei consessi clericali tradizionalisti in cui spesso si incorre nella
vita reale come su quella virtuale. Questo è assai meno naturale che
trovare le stesse mancanze anche nei gruppi anticlericali che sempre
più si dedicano all’attacco della “ortodossia” cattolica. Al
pari dei primi, ogni apertura al dialogo è marcata come eretica.

Al di là
dello spiegare cosa è giusto e cosa è sbagliato, però, sembra non
interessare a nessuno fare una vera esperienza di fede, che non vuol
dire fare solo un “viaggio” spirituale o  materiale, ma farlo soprattutto dentro noi stessi.

Ed è l’importanza del dialogo, dentro e fuori di noi, un concetto
che non dovrebbe mai abbandonare le menti più illuminate: eppure
alcune personalità anche note del giornalismo e del mondo cattolico si affrettano talvolta a dire “io con quello non ci
parlo perché non la pensa come me”,
ed addirittura a fregiarsi
di tale errore talvolta drammatico. Il noto giornalista cattolico Camillo Langone, dalle colonne del Foglio, tempo fa, si divertiva a riferire dei suoi contatti di Facebook cancellati senza pietà solo perché qualcuno si iscriveva ad un gruppo ironico sul Vaticano.

La mancanza di dialogo è
subdola: porta l’uomo intellettualmente dotato a credere di essere
nel giusto ad attaccare violentemente chi non la pensa come lui, nel
nostro caso come i “veri cristiani”. Dimenticando con troppa
facilità che i veri cristiani sono proprio quelli che dialogano:
Cristo è l’esempio al quale il cristiano si rifà, quel Cristo che
parlava con tutti,
convincendo o lasciando che le sue parole portassero frutto a tempo
debito.

Potremmo dire che l’importanza del dialogo trae origine da tre
elementi: il dialogo tra noi stessi, il dialogo tra noi e gli altri
(soprattutto con quelli che non la pensano come noi), e perché tutto
ciò è propedeutico al vero dialogo, quello tra noi e Dio. Perché Dio all’inizio è molto probabile che non la pensa come noi, o per meglio esprimersi, noi non la pensiamo come lui. E’ nel dialogo con lui, come con l’altro, che arriviamo a comprendere ed a comprenderci..

La difficoltà del dialogo

Detto tutto ciò, chiunque si producesse in questo compito
riscontrerebbe subito un grave problema di fondo: il dialogo,
infatti, è oggi profondamente difficile con tutta una serie di
persone alle quali (con o senza colpa propria) la cultura odierna ha
trasmesso l’odio (perché di questo si tratta) verso la Chiesa, i
preti e tutto l’apparato ecclesiastico in genere. Non solo, e non
tanto, come un tempo si riteneva per vari motivi legati al potere ed
agli aspetti sociali e storici della religione: la maggioranza delle
persone, specialmente le generazioni che arrivano alla soglia dei 40
anni, ritiene oggi la Chiesa un arcaico apparato “resistente”
destinato a scomparire.

La convinzione più diffusamente ascoltata, anzi, è che la fede come
la viviamo oggi sia un costrutto anacronistico ereditato dal passato
e legato in particolare alle strutture ecclesiastiche che ne
perpetuano la credenza da millenni.

Scrive Giandomenico Mucci S.J. nel quaderno 3812 di “Civiltà
cattolica” (nell’articolo “Il
libro dell’Imitazione di Cristo
“):

L’ambiente socioculturale incide notevolmente sull’educazione
religiosa. Ora, il nostro ambiente di inizio secolo resta segnato
ancora dai processi convergenti che si sono venuti affermando negli
ultimi secoli in Occidente. L’individualismo cerca di neutralizzare
le comunità di appartenenza. La massificazione impone comportamenti
e modi di vita standardizzati. La desacralizzazione lavora a imporre
i presunti vantaggi di un’interpretazione soltanto scientifica del
mondo. Dalla teoria della ragione strumentale si è passati alla
fiducia totale nell’efficienza della tecnica. Nonostante le crisi e
i reflussi, l’uomo si sente sostituto di Dio e, in larghi strati,
non ne avverte più la presenza.

In una recente intervista da Fabio Fazio alla seguita trasmissione
Che tempo che fa“, il premio Nobel Rita Levi
Montalcini
ha spiegato al pubblico che questo “retaggio” fideistico
dell’uomo è legato alla parte limbica del sistema nervoso, quella
meno razionale e logica. Con il progredire della scienza e dello
sviluppo delle facoltà razionali, ovverossia dell’uso della parte
neocorticale del cervello, essa scomparirà naturalmente.

Un’asserzione legata non più ad un’ideologia, ma ad un preciso
costrutto scientifico. Che lascia poco spazio al dialogo.

In realtà il premio Nobel per la Medicina non ha detto una cosa nuova: David
Goleman in “Intelligenza
emotiva
spiega bene la differenza tra la parte più
emotiva (il sistema limbico citato dalla centenaria ricercatrice)
contraddistinto dall’azione dell’amigdala, e la parte più razionale,
contraddistinta dall’azione dei lobi prefrontali (il sistema
neocorticale). Di fatto, però, le due parti si relazionano e dialogano
continuamente
, nonostante la senatrice a vita auspichi che dalla
parte limbica (quelli che lei chiama i circuiti “arcaici”)
in futuro non riceviamo più impulsi che evidentemente considera
indigesti: quelli sentimentali, e più in particolare fideistici.

Di fronte ad una tale espressione di critica, la Chiesa cattolica
rischia di resistere nella cultura e nella politica sempre più in
“difesa”, messa alle corde dalle leggi degli Stati e dalla
cultura scientifica dominante, fino a rimanere confinata agli
ambienti ultraconservatori e tradizionalisti più retrogradi, mentre
la fede cristiana sarà sempre più libera di essere interpretata ed
applicata come ognuno la ritiene più giusta… Con quali conseguenze
è facile immaginare: la fede “fai-da-te” è
infatti il peggior prodotto di questo ambiente ostile.

Questo, di fatto, indipendentemente da cosa la Chiesa stessa farà o
dirà. Tendenza che è chiara già oggi anche al distratto
osservatore: qualsiasi cosa dica Benedetto XVI, che segue ovviamente la dottrina cristiana della Chiesa, viene attaccato.

In conclusione

Il dialogo è in realtà possibile, ma solo a patto di saper usare
bene tutti gli strumenti intellettuali e la duttilità necessaria per
confrontarsi con le culture dominanti, e solo se si riesce a far
sperimentare che la fede non può abdicare dai suoi livelli
fondamentali di testa e di cuore. Chiunque voglia relegare il lato
emozionale della fede ad una struttura arcaica destinata a
scomparire, fa il gioco dello scientismo moderno.

Altresì, è necessaria l’onestà intellettuale e l’umiltà di comprendere appieno l’infinita magnificenza della natura umana e del mondo che ci circonda. Se qualcuno si chiede se l’intelligenza della natura sia un caso, è pronto a darsi una risposta di fede. Essa però non può più essere limitata ad un aspetto solo intellettuale o teologico.

Il problema non riguarda più o non solo il rapporto
razionale con la nostra parte spirituale, ma anche quello sentimentale, perché è in
questo dialogo che si scopre, secondo la mia esperienza, il movimento
verticale verso Dio, e la contemplazione del suo amore. Alla fine, è solo con occhi nuovi che si osserverà tutto ciò che di bello vi è nel mondo, e nel profondo del cuore non ci si domanderà più se esiste un Dio, ma lo si ringrazierà.

2 pensieri su “Il difficile dialogo tra fede, ragione, e sentimento

  1. Bravo Luciano, condivido tutto, in particolare dove metti in evidenza il nesso che, nella vera Fede, esiste fra sentimento e ragione.
    Due considerazioni a supporto.
    In primo luogo spesso si dimentica che la Fede, prima che adesione ad una dottrina, è incontro con una Persona.
    E poi non posso mai dimenticare una frase che sento riferita a vari teologi (Van Balthasar, Ranher, lo stesso Ratzinger) e che mi piace moltissimo: “il cristiano del XXI secolo o sarà mistico o non sarà”.
    Un abbraccio

  2. Luciano

    Grazie Giuseppe del commento.
    Hai colto esattamente nel segno: oramai l’uomo moderno non può più basarsi sull’aspetto razionale dato che è proprio esso la base (minata) su cui siamo costretti a vivere, e su cui sempre più facciamo affidamento, dimenticando che la parte sentimentale di noi non è un intralcio ma anzi è il compendio, l’altra metà di cui abbiamo bisogno sia nel rapporto con l’altro, la Persona, sia con Dio.
    La conclusione della discussione poi di fatto poneva una domanda, che però ho volutamente lasciato aperta, e cioè quanto di questa scissione e queste difficoltà oggi riscontrabili sono solamente frutto del difficile discernimento dell’uomo – ovvero della società, e quanto è in qualche modo responsabilità di una chiesa che trova sempre più difficoltà a comunicare ed a farsi capire, soprattutto a far comprendere la “ragione e il sentimento” del Vangelo..

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