Repubblica

Con il provocatorio titolo di Moratoria sull’aborto? Inizi la Chiesa con quella sul divieto ai preservativi mi sembra che Repubblica propone ai propri lettori un copione laicista che mostra un’invidiabile continuità: quella dell’incomprensione.
Il fatto è, anche se detto così sembra semplicistico, che la Chiesa non “vieta” ai cristiani di usare il preservativo, ma, parlando ai cattolici, “chiede” di attuare la castità. La differenza, non a livello esclusivamente teologico ma proprio sostanziale, è enorme, come chiunque può comprendere.
Peraltro, nessuno è costretto ad avere rapporti sessuali non protetti: questo è un vecchio quanto detestabile equivoco. Se proprio non si puo’ fare a meno, che almeno si usi il preservativo: è una regola di buon senso e non di trasgressione (verso chi?).
Quello però che non viene compreso è lo stesso principio logico che sta anche (all’opposto) nell’aborto: non si può abdicare da un principio (o da una legge). Al limite, si possono trovare delle eccezioni in rari casi particolari. Ma il principio per i cattolici è la castità fuori dal matrimonio, ed il principio per l’aborto è che la vita inizia dal concepimento.
Partendo da queste basi si capisce che qualsiasi variazione è logicamente impossibile non perché difesa da “medievali” istituti o superati modelli, ma semplicemente perché richiede un cambiamento dei principi di fede a cui si ispira la religione cattolica stessa.
Dunque non ha alcun senso un titolo come quello di Repubblica, nè le richieste di cambiamenti in senso tale che vadano a modificare i principi fondanti.
Un Papa non scenderà mai a patti sull’aborto (magari convenendo su un improbabile “inizio” differito: perché per i cattolici l’anima viene infusa all’atto del concepimento), così come non potrà accordarsi per un “Ok al profilattico”, perché per i cattolici il sesso al di fuori della coppia sponsale non è legittimamente cristiano – al limite è uno sgarro alla regola. Si può credere, come si può essere liberi di non farlo. Se, tuttavia, la libertà sta nel fare proprie delle convinzioni di fede allora appare poi del tutto pretestuoso contestarle per “intervenuta modifica di moralità”.