Tale Seat ..tale Leon

Sono andato a vedere la nuova Seat Leon, modello disegnato da Walter Da’Silva (lo stesso che ha disegnato le Alfa 156 e la 147 e altro, insomma uno bravino, che purtroppo è passato dal Gruppo Fiat a quello Volkswagen). La linea devo dire che mi è piaciuta molto. Meno, gli interni: me li aspettavo più rifiniti ed eleganti e invece ci sono plastiche dure in vista e un’atmosfera troppo “scura” e oppressiva per i miei gusti. Non c’è insomma lo stile “tedesco” come mi aspettavo: hanno voluto forse dare una connotazione sportiva troppo esagerata ma con materiale di minore pregio.
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Comunque, la macchina è intelligente. Pur a costi ridotti, ha la stessa cura costruttiva e la qualità del gruppo VW: di fatto, sotto è un’Audi A3 e una VW Golf ma costa un terzo.
Ma come..? Beh, qualche spiegazione non guasta.
Ricordate la Seat no? Quella marca spagnola che un tempo costruiva Fiat su licenza, e poi un giorno (negli anni 90 se non ricordo male) quest’ultima ha abbandonato al proprio destino ed è stata acquistata in blocco in seguito da VW. La quale l’ha trasformata in un’azienda modello, mantenendo la produzione in Spagna, e cercando di rivitalizzare il marchio.
Ché in effetti, il marchio “Seat” non è esattamente un blasone. E la situazione non è affatto migliorata a tutt’oggi, nonostante gli sforzi della casa. E soprattutto non sono migliorate le vendite.
La Seat oggi versa in cattive acque, con i conti piuttosto in rosso, tanto che la notizia data dal Spiegel, non esattamente l’ultimo giornale tedesco, che la casa controllante starebbe per venderla ai cinesi (sempre loro, sempre più interessati ad entrare nel mercato europeo con tutte le scarpe) è stata seccamente smentita dagli interessati con sospetta velocità.
Ma, si diceva, com’è possibile che un’auto sia uguale ad altre sorelle ma costi molto di meno?
Per capire qualcosa bisogna vederla dal punto di vista industriale e di marketing.
Di fatto, l’acquirente vede quattro marchi: Audi, Volkswagen, Seat, Skoda. Ma in realtà il gruppo Volkswagen (come anche altri gruppi, Fiat compresa) progetta per ogni segmento di mercato (ad esempio il segmento C, quello più venduto) una sola macchina.
Questo progetto prevede autotelaio, sospensioni, parti e motori comuni. Con questa base, il gruppo produce però macchine di diversa “estrazione sociale” diciamo così, e a costi estremamente differenti, basandosi su una differenza di componentistica (maggiore o minore qualità) e di marchio: abbiamo quindi l’Audi con A3, che rappresenta il marchio prestigioso, i materiali di maggior pregio e la componentistica di superiore qualità, poi la Voklswagen con la Golf, che è il marchio “per tutti” con la buona qualità di sempre, poi viene la Skoda, con la Octavia, un marchio trasversale e destinato ai mercati europei del nord-est, ed infine la Seat, considerata il marchio per i mercati sud-europei e destinata agli acquirenti che badano più alla sostanza che al “nome”: insomma, in teoria quelli più furbi.
Solo che negli ultimi mesi la casa madre, insoddisfatta dei risultati ottenuti tanto a livello di immagine quanto di vendite, ha deciso di dare alla Seat la connotazione del marchio sportivo del gruppo (forse un errore, giacché c’è già Audi a svolgere quest ruolo), dando una intonazione più sportiva e “aggressiva” alle proprie vetture.
Il primo frutto di questa politica è proprio il design, che ovviamente deve esprimere dinamicità e deve scrollare di dosso quell’alone di “Audi dei poveri” che la Seat si porta appresso tra gli addetti ai lavori.
Beh, che dire? Io non so proprio se ci riuscirà, ovviamente, mi limito ad osservare, da semplice utente appassionato. Diciamo che se io volessi acquistare una macchina sportiva, non mi orienterei su Seat. Non perché non possano essere auto con una tale caratteristica, ma perché il marchio, per l’appunto non ha nè una storia nè una tradizione in tale senso. Purtroppo, in VW forse hanno pensato che la storia di un marchio sportivo si possa creare a tavolino. Ma nel mondo delle auto, più che in molti altri contesti di brand, contano molto fattori psicologici, storici, di scelte anche tecniche e di mercato, per fare di un marchio un marchio “sportivo” o “elegante”, o quant’altro. Per dire, l’Alfa Romeo, che ancora gode della fama che si porta dietro da quando vinceva le gare degli anni 50 e 60, a tutt’oggi, nonostante i grandi errori e le mancanze di affidabilità e qualità sofferte negli anni, è un marchio italiano di auto che viene associato automaticamente a sportività e dinamismo, misto a grande guidabilità e ottimi motori. E tutto senza bisogno di troppo marketing…

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