Il Mercante di Venezia


Sono andato a vedere “Il mercante di Venezia“, di William Shakespeare
(The merchant of Venice, 1596-97) la commedia in cinque atti, in versi e in prosa nella quale il nobile veneziano Bassanio (Joseph Fiennes, un po’ meglio di Luther qui) chiede all’amico Antonio (un Jeremy Irons sempre carismatico), ricco mercante di Venezia, 3000 ducati per corteggiare degnamente la ricca Porzia (splendida Lynn Collins). Antonio si fa prestare il denaro dall’usuraio ebreo Shylock (Al Pacino) che pretende come obbligazione, se la somma non sarà pagata il giorno fissato, il diritto di prendere una libbra di carne sul corpo di Antonio. Bassanio accompagnato dall’amico Graziano, ottiene la mano di Porzia superando una prova stabilita dal padre di lei. Il resto ve lo vedete.
Vedere un’opera teatrale, anche se al cinema, non capirete perché ma è stato una sofferenza per me in questo momento. Sono stato un po’ in tensione, ma insomma ce l’ho fatta..
Bello. Ricostruzione storica adeguata (confermata dall’esperto studioso Duca col quale mi son onorato di visionarlo).
Traduzione che a volte non rende perfettamente l’ironia, ma effettivamente pare non si potesse fare molto di più.
Qualche passaggio noioso, e qualche brano da aggiungere (ce n’è pochina, in effetti, di musica. Sui passaggi fondamentali ne avrei gradita molta di più, e in generale di miglior qualità).
Al Pacino si tradisce con un “UAH!” che è SUO, solo SUO e non c’è in Shakespeare, ne sono certo.
Battuta migliore: “FERMATI MAROCCO!”. Dialogo migliore: tutto quello che segue.

SCENA VII – La casa di Porzia a Belmonte
Squilli di tromba. Entrano PORZIA, il PRINCIPE DEL MAROCCO e seguito
PORZIA –
Si scosti la cortina
e si mostrino a questo degno principe
i vari cofanetti.
(Al principe)
Ed ora a voi
di procedere a far la vostra scelta.
MAROCCO –
Il primo, d’oro, reca questa scritta:
“Chi sceglie me avrà ciò che molti agognano”.
Il secondo, d’argento, ha questo avviso:
“Chi sceglie me s’avrà quel che si merita”.
Il terzo, tutto di pesante piombo,
porta a sua volta questa secca scritta:
“Chi sceglie me sarà obbligato a dare
ed arrischiare tutto quel che ha”.
Come fare per sceglier quello giusto?
PORZIA –
Uno dei tre contiene il mio ritratto,
principe: se voi sceglierete quello,
io, insieme con esso, sarò vostra.
MAROCCO –
Mi guidi nella scelta un qualche dio…
Voglio legger di nuovo le iscrizioni.
Che dice questo scrignetto di piombo?
“Chi sceglie me sarà obbligato a dare
ed arrischiare tutto quel che ha”.
“Sarà obbligato a dare…” E per che cosa?
Per del piombo?… Arrischiare per del piombo!
Questo scrigno promette solo rischi.
Chi mette a rischio tutto quel che ha,
spera, rischiando, sostanziosi introiti.
Un ingegno dorato
non s’abbassa a bramar vile sostanza;
ed io nulla darò né arrischierò
per del piombo. Che dice ora l’argento
in quel suo bel pallore virginale?
“Chi sceglie me s’avrà quel che si merita”.
“S’avrà quel che si merita…”
Fermati Marocco! E pesa bene
con equa mano quello che tu vali.
Se ti devi pesare sulla base
della valuta che fai di te stesso,
tu meriti abbastanza; l'”abbastanza”
potrebbe tuttavia non tanto estendersi
fino a includere questa signora;
dubitare d’altronde del mio merito
sarebbe disistima di me stesso…
“S’avrà quel che si merita…”
Ebbene, questo è proprio la signora!
Io me la merito pei miei natali,
e per le mie fortune, le mie grazie,
i modi della mia educazione;
ma ancora più di tutto questo insieme,
io me la merito per il mio amore!
Se mi fermassi qui, e scegliessi questo?…
Prima, però, leggiamo un’altra volta
quello ch’è inciso sullo scrigno d’oro:
“Chi sceglie me avrà ciò cui molti agognano”…
È chiaro: è questa dama!
È proprio lei cui tutto il mondo agogna,
se per baciare questo reliquiario
d’una santa terrena che respira
vengon dai quattro canti della terra.
I deserti d’Ircania e le selvagge
solitudini dell’immensa Arabia
son divenute tante vie maestre
per quanti principi per esse passano
per venire a veder la bella Porzia.
L’equoreo regno che, col capo altero,
manda in alto i suoi sputi in faccia al cielo,
non è ostacolo ai principi stranieri
che lo traversano come un ruscello
per venire a mirar la bella Porzia.
La celestiale immagine di lei
è chiusa in uno di questi tre scrigni.
Che sia quello di piombo a contenerla?
No, che sarebbe un vero sacrilegio
sol concepire un sì basso pensiero!
Troppo vile materia, per serbare
il suo sudario in quell’oscura tomba.
O devo credere ch’ella si trovi
racchiusa nell’argento che dell’oro
è meno puro almen dieci volte?
O reo pensiero! Mai sì ricca gemma
fu incastonata meno che nell’oro.
In Inghilterra ha corso una moneta
con l’effigie d’un angelo nell’oro,
ma scolpita soltanto in superficie;
qui invece un angelo giace all’interno
d’un letto d’oro… Datemi la chiave!
Scelgo questo, e m’assista la fortuna!
(Apre lo scrigno d’oro)
Oh, diavolo! Che cosa c’è qui dentro?
Un teschio, nelle cui scavate occhiaie
un cartiglio. Leggiamo che c’è scritto:
(Legge)
“Non è tutt’oro quello che risplende;
“questa massima udita hai tu sovente.
“Più d’un uomo la vita ha maledetto
“per badar solo al mio esterno aspetto.
“Vermi racchiude ogni dorato avello.
“Se, così come ardito tu sei stato,
“uomo saggio ti fossi dimostrato,
“giovin di membra, vecchio di cervello,
“non saresti rimasto inappagato.
“Addio. Gelata è ormai la tua profferta,
“gelata invero, ed invano sofferta.
“Di’ dunque addio all’amore perduto,
“e porgi al gelo un caldo benvenuto”.
O Porzia, addio. Ho il cuore troppo greve
per dilungarmi in tediosi congedi;
così partono tutti i perditori.
(Esce col seguito. Tromba)
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2 pensieri su “Il Mercante di Venezia

  1. Leonardo Vaghaye 'Milo Cutty'

    D’accordissimo con la tua opinione. Aggiungerei: strepitosa interpretazione di Al Pacino; alcune scene troppo “lente”; trama modificata a volte inutilmente (vedi bacio tra Bassanio e Antonio) rispetto all’opera di Shakespeare.

  2. Si, bella l’ambientazione.
    Il fascino della Serenissima da solo è la metà del successo di qualsivoglia prodotto filmato che abbia come sfondo Venezia: commedia di Shakespeare o “Like a virgin” di Madonna, fa lo stesso.
    L’ambientazione cinquecentesca è credibile, anche se tutto si tramuta in cartapesta al solo ascoltare le musiche celticheggianti del film, che stonano assai per nostre italiche orecchie. Lo svarione non è certo percepibile ad un pubblico anglosassone, né tanto meno sarebbe stato evidente allo stesso Shakespeare, per il quale l’esotica Italia era solo un fondale teatrale davanti al quale esibirsi in inglesissimi aulici monologhi e salaci battute, anch’esse non meno British.
    I meriti recitativi della pellicola abbondano nell’interpretazione di Al Pacino che riesce a modulare rabbia e humor, riconsegnandoci uno Shylok non caricaturale; ben difficile, poiché in epoca elisabettiana non c’era l’attuale suscettibilità quando si ironizza sugli ebrei.
    Sul grado di espessività di Joseph Fienness, in generale e rispetto al precedente suo film in costume, non sono d’accordo con “messer” Luciano. Sicuramente la chierica dava al Fienness-Lutero maggior espressività rispetto alla pettinatura “alla Cristina Parodi” di un Fienness-Bassiano.
    Per quanto riguarda il poco filologico bacio, l’ho trovato un intelligente stratagemma della regia, per giustificare – alle nostre menti ormai inesorabilmente cecchipaonizzate – una rappresentazione dell’amicizia virile, giudicabile eccessiva, morbosa e manierosa all’occhio del maschio del XXI secolo. Certo, anche oggi molti uomini preferirebbero veder morire la propria moglie piuttosto che perdere un membro della propria squadra di calcio a cinque, ma non lo ammetterebbero nemmeno sotto tortura.

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