NON È IL DEBITO (ALTO) MA I RISCHI POLITICI (ALTISSIMI) A METTERE L’ITALIA AI MARGINI DELL’EUROPA

Terza Repubblica, di Enrico Cisnetto

[Rassegna stampa, 14.6.2019]

Non prendiamoci in giro, il problema è politico, non contabile. Alla base della procedura d’infrazione avviata da Bruxelles contro l’Italia, c’è la profonda sfiducia che l’Europa nutre nei confronti del nostro Paese, e in particolare verso il Governo pentaleghista, che è considerato del tutto inattendibile. Sì, il debito è troppo alto, ma lo era anche prima, e la tabella di marcia di riduzione del deficit non viene rispettata, ma così fanno anche altri (e infatti, contrariamente a quel che si racconta, la Commissione Ue ha mosso rilievi a diversi paesi con i conti in disordine). Solo che nessuno prima, noi o altri, aveva mai tirato la corda così come Roma ha fatto e sta facendo. Mettiamo in fila i fatti e vediamo se la diffidenza nei nostri confronti sia malriposta o vada considerata comprensibile.

 

Primo: il governo gialloverde è composto da forze che in vario modo e con diversa intensità a seconda dei momenti, hanno giocato con parole d’ordine anti-Europa, anti-euro e anti-eurosistema. Sì, è vero, nel contratto di governo queste pulsioni non hanno trovato esplicita evidenza, in qualche caso sono state anche negate, ma non c’è dubbio che la chiarezza sia mancata e manchi, e tantomeno si può dire che le due forze nazional-populiste di maggioranza siano limpidamente europeiste. Normale, dunque, che l’Italia sia passato da essere considerato un paese di furbi che predicano bene (rispetto delle regole europee, pur con qualche critica – peraltro fondata – sulla loro anelasticità) e razzolano male (poche riforme strutturali, spesa pubblica corrente a manetta, stock del debito non eroso nonostante una buona performance sul piano dell’avanzo primario, costantemente un punto di pil all’anno di minor crescita rispetto alla media Ue) ad essere vissuto – a Bruxelles, a Francoforte e nelle varie cancellerie continentali – come un paese sostanzialmente ostile e potenzialmente nemico.

 

Secondo: i continui attacchi, anche personali, alle cosiddette oligarchie europee, impropri in assoluto e controproducenti se l’obiettivo è quello di conquistare maggiori spazi di trattativa, hanno paradossalmente tolto valore alla decisione del Governo, alla fine dello scorso anno, di adeguarsi – con una giravolta un po’ penosa – alle indicazioni della Commissione circa la manovra di bilancio (il famoso passaggio dal 2,4% al 2,04% di deficit rispetto al pil), mentre quello avrebbe potuto rappresentare un primo passo verso il ristabilirsi di normali relazioni politiche e diplomatiche, indispensabili per noi e necessarie per l’Europa. Invece, il permanere di uno stato di “guerra fredda” ci ha ridotto la capacità negoziale, penalizzandoci ed emarginandoci.  Quale sia stato il vantaggio che il Paese possa aver tratto da questo abbaiare senza avere la capacità di mordere, nessuno ce lo ha ancora spiegato.

 

Terzo: in politica il gioco del dividersi i compiti – uno fa il buono, l’altro fa il cattivo – è vecchio come il mondo. Ma funziona solo quando quella distinzione di ruoli è fittizia e pattizia. Nel Governo, invece, il fronte della contrapposizione all’Europa (Salvini e, con qualche pausa ogni tanto, Di Maio) è in guerra con quello della ragionevolezza (ieri solo Tria, oggi anche Conte), altro che gioco delle parti. E queste abissali differenze – che in altre epoche politiche non sarebbero state neppure concepibili, su temi così dirimenti – ci hanno reso e ci rendono estremamente fragili. E in politica, si sa, non contano le ragioni e i torti – e peraltro l’Italia ha dalla sua più i secondi che le prime – ma i rapporti di forza.

 

Quarto: l’Italia ha perso le elezioni europee. Abbiamo già scritto nelle settimane scorse di come i contenitori europei, sovranisti e populisti, in cui sono finiti i parlamentari eletti con Lega e 5stelle siano marginali, numericamente e politicamente. E di come le perdite subite dai partiti tradizionali, Popolari e Socialisti, siano state ampiamente compensate dal successo dei Liberaldemocratici – con cui i primi due faranno maggioranza – e da altre forze europeiste come i Verdi. Questo fatto, al di là della retorica e della propaganda, avrebbe dovuto indurre i nostri leader alla massima prudenza. Invece, si sono lasciati andare ad affermazioni, incaute prima ancora che false, come “la Commissione è stata delegittimata dal voto popolare”, che francamente lasciano basiti. Provocazioni gratuite che hanno l’effetto della benzina versata sul fuoco, e che certo hanno influito sulla decisione di Bruxelles di avviare la partica della procedura d’infrazione e che, soprattutto, rischiano di influire su quella decisiva del 9 luglio, quando l’Ecofin dovrà scegliere se metterci sotto una tutela tanto imbarazzante quanto invasiva, o se rinunciare a quella che sarebbe la prima “punizione” del genere inflitta ad uno stato membro.

 

Quinto: tanto per preparare al meglio il terreno, Salvini e Di Maio stanno dichiarando a tutto spiano che l’Italia andrà al confronto con Bruxelles non più in modo passivo come i precedenti esecutivi. Una spacconata cui ha fatto da perfetto corollario la miope scelta – Di Maio, of course, l’ha annunciata via Facebook – di bocciare la candidatura, emersa in sede comunitaria, di Enrico Letta a presidente del consiglio europeo. I due vicepremier, di fronte alla scelta se onorare la ragion di Stato e tutelare gli interessi nazionali, oppure perseverare nella loro linea anteponendo beghe interne e rancore, hanno imboccato la seconda strada, facendo capire che portare Letta sarebbe difficile da far digerire al proprio elettorato e appellandosi al fatto che altrettanto aveva fatto Matteo Renzi. Peccato, però, che così abbiano perso di vista due cose: che l’aver copiato Renzi è un aggravante; che se questa decisione condannerà l’Italia all’irrilevanza e all’isolamento in Europa, la responsabilità e soprattutto le conseguenze ricadranno interamente sull’attuale maggioranza. Se l’Europa arrivasse davvero a decisioni estreme – e per ora non c’è motivo di credere che ciò non avvenga – sarà arduo per i gialloverdi spiegare agli italiani di non essere gli artefici ma le vittime della situazione. Per questo avallare la candidatura di Enrico Letta sarebbe stato un segnale di maturità politica, la dimostrazione di essere in grado di guidare i processi politici più complessi.

 

Sesto: e che trattasi di autolesionismo lo si è capito con la surreale dinamica della lettera di risposta alla Commissione – i cui termini sono come per magia usciti prima che fosse terminata, condivisa e partita – e con la clamorosa sparata dei minibot. Nel primo caso è evidente che si sia provato a bruciare la risposta (di Tria) in modalità ragionevolezza (capiamo i vostri rilievi, cerchiamo di mettere rimedio), inducendo così i destinatari a imboccare l’unica strada a quel punto possibile, e cioè suggerire ai capi di Stato e di governo l’avvio della messa sotto accusa, preludio della messa sotto tutela. Ma attenzione, aggiungendo anche: la porta resta aperta, se vi decidete a fare sul serio si può ancora fermare tutto. A quel punto sono seguite tre cose: la conferenza stampa del presidente del Consiglio, contenente il messaggio ai suoi due vice “si eviti di esporre l’Italia a inutili rischi e costi”; la risposta di Salvini e Di Maio, che ritrovando come d’incanto la sintonia perduta hanno detto a Conte “noi non ci facciamo mettere i piedi in testa da nessuno, tantomeno da quelli di Bruxelles che stanno per andare a casa” (lasciandogli anche intendere di non alzare la testa, visto che è un generale senza truppe); l’idea dei minibot per pagare i debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, che col passare dei giorni è passata da sparata tra le tante a tormentone pericoloso, perché a Bruxelles non possono che leggerla come promessa di stampare denaro falso per far saltare tutto, o quantomeno consentire all’Italia di avviarsi verso l’uscita dall’eurosistema. L’ha spiegato con parole tanto semplici quanto lapidarie l’editorialista del Financial Times Wolfgang Münchau in un articolo dal titolo eloquente: “Come Salvini potrebbe far saltare l’Eurozona”. Se uscire dall’euro non fosse l’obiettivo che l’Italia persegue, allora “non deve toccare” i minibot, altrimenti sarà inevitabile che Bruxelles li consideri “come parte del deficit e del debito italiano”. Altrimenti anche solo “il loro annuncio potrebbe scatenare una crisi finanziaria immediata”.

 

A questo punto non ci rimane che farci questa domanda: non è che la procedura d’infrazione la si vuole più a Roma che a Bruxelles? A dopo l’estate la risposta.

 

Facebook e il «network della disinformazione» in Italia: perché abbattere le pagine non basta

Il social, prima del voto per le europee, ha abbattuto 77 pagine: l’Ong Avaaz spiega perché «il suo sistema ha dei limiti»

di Martina Pennisi e Chiara Severgnini

[Rassegna Stampa]

Era il novembre del 2017. Un anno esatto da quell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca che ha fatto piombare sui social network l’accusa (quasi letale) di diffondere disinformazione. La testata Usa Buzzfeed irruppe nel dibattito italiano segnalando pagine Facebook che — secondo la sua indagine — pubblicavano fake news o contenuti razzisti. Il social reagì eliminandone alcune, ree di aver non aver rispettato le sue policy. Un anno e mezzo dopo, a pochi giorni dalle elezioni europee, alcune pagine che rimandano ai siti della società Web365 scovata da Buzzfeed non solo sono ancora attive, ma sono sopravvissute a un’ulteriore segnalazione: quella della Ong Avaaz, che ha consegnato a Menlo Park una mappa di più di 500 pagine europee «sospette» e capaci di generare 67 milioni di interazioni in tre mesi.

Prima del voto Facebook ne ha abbattute 77. Ventitrè erano italiane e riconducibili all’insieme di reti — quattordici — più numeroso di tutto il Vecchio Continente. L’ong ha sottolineato subito come non fossero che la punta dell’iceberg: quello che Avaaz definisce il «network della disinformazione» in Italia è composto da 104 pagine e 6 gruppi che, insieme, raggiungono 18,2 milioni di utenti. Come detto, tutto fa capo a 14 reti di pagine che, dietro a nomi diversi, celano interessi e amministratori identici. Queste reti sono gestite da persone che orchestrano la condivisione degli stessi contenuti su account diversi per massimizzare la loro visibilità. E, in alcuni casi, anche i profitti: se gli account indirizzano a siti esterni a Facebook, spesso l’obiettivo è guadagnare attraverso le inserzioni pubblicitarie. Un esempio? Tra quelle segnalate ci sono quattro pagine che linkano articoli del sito http://www.mag24.es. In totale questi account «piacciono» a quasi 600mila persone: chissà quante, ogni giorno, sono indotte a visitare il sito — complici i titoli acchiappaclic — finendo con l’aumentarne il rendimento.

E poi ci sono le pagine che hanno un movente politico. Quelle filo-M5S — rigorosamente non ufficiali — sono numerose e diffondono tutte gli stessi contenuti: immagini con scritte d’impatto per attaccare gli avversari politici o foto celebrative di questo o quel successo (vero o presunto) dei 5 Stelle. L’obiettivo qui non è attirare clic su un sito, ma fare da cassa di risonanza per la propaganda di un’area politica. Cosa di per sé lecita, ma che in certi casi è fatta con metodi e toni contrari alle regole della piattaforma: incitamento all’odio, spam o cambio del nome senza che chi era già iscritto ne fosse a conoscenza, tutte cose che Facebook punisce con l’eliminazione (mentre nel caso di pagine che diffondono notizie false si limita a ridurre la visibilità).

Non succede solo nel mondo grillino, anzi: nel report di Avaaz si cita anche un vasto network di disinformazione filo-leghista, di cui faceva parte anche la pagina (ora rimossa) «Lega Salvini Premier Santa Teresa di Riva», che ha dato in pasto ai suoi 16mila follower un video in cui si vedono dei migranti distruggere un’auto dei Carabinieri: la scena, spacciata come un fatto di cronaca, è in realtà tratta da un film. Poi ci sono i network di estrema destra che condividono un flusso ininterrotto di notizie false o esagerate, complottiste o, nei casi peggiori, razziste.

Da questa panoramica sembra mancare un’intera area politica: quella di centro e in particolare di centrosinistra. «In Francia – conferma Luca Nicotra di Avaaz Italia – abbiamo individuato fake news di ogni schieramento, sinistra inclusa, in Italia no». E aggiunge: «Le fake news hanno un taglio editoriale anti-sistema». Dunque possono rivelarsi funzionali solo alla propaganda di chi sta agli estremi dello spettro politico o ha posizioni anti-establishment. Secondo Nicotra la rete social oggi più grande attiva in Italia è quella di area leghista: «Sommando pagine ufficiali, pagine lecite dei supporter e pagine che usano strategie illecite, la Lega ha un bacino social enorme, che per quantità di interazioni supera tutti i partiti socialisti europei». «L’esistenza di reti social di disinformazione», prosegue Nicotra, «gonfia a dismisura un certo tipo di dibattito pubblico». La proposta di Avaaz a Facebook per arginare il problema è duplice: da un lato, chiudere gli account falsi o che usano tecniche vietate — come sta facendo — dall’altro intervenire più nettamente sulle fake news lavorando insieme con chi fa fact checking (per esempio inviando una notifica agli utenti che hanno visualizzato una notizia poi riconosciuta come falsa).

Perché non si riesce a silenziare le reti una volta per tutte? «Facebook reagisce positivamente alle nostre segnalazioni», risponde Nicotra, sottolineando come nel report siano state elencate solo le violazioni eclatanti, e non le zone grigie all’interno delle quali non è auspicabile rendere il social arbitro della verità, «ma il suo sistema – spiega – ha dei limiti. Non contempla per esempio il concetto di “rete di pagine”. Facebook si limita a chiudere quelle che individualmente violano la policy, ma non basta». La conferma sta nel fatto che molte delle reti oggi al centro del report di Avaaz sono note da tempo. Alcune sono state affiancate da attività parallele. Ad esempio: oggi Web365 gode dei rilanci delle pagine che condividono i contenuti dei siti di Planet Share srl (e il dominio di planetshare.it, oggi offline, risulta registrato proprio dalla Web365). Questo mostro a due teste può fare affidamento su almeno dieci pagine ancora attive. Chiuderne una è come tagliare una delle teste della mitologica idra: inutile.

 

Avaaz, fondata nel 2007, è una Ong che si occupa di promuovere raccolte firme e fare lobbying su temi che spaziano dalla lotta al climate change alla tutela dei diritti umani. Il report sulla disinformazione in Europa è il frutto di un lavoro avviato da Avaaz in gennaio e reso possibile da una raccolta fondi cui hanno aderito 47mila persone (la maggior parte delle quali ha donato cifre inferiori ai 30 euro). Il punto di partenza sono state le segnalazioni di fake news fatte dai fact checker, ma anche dai cittadini europei (che potevano inviarle tramite una hotline su WhatsApp o una piattaforma web allestita ad hoc). Oltre al team europeo di Avaaz, al report hanno lavorato 30 persone tra ricercatori e analisti di dati.

 

Fonte: Corriere della Sera, 4 giugno 2019.

 

Pillon e Michele Serra

Pensi all’anima sua

di Michele Serra

Il senatore leghista Simone Pillon ha provveduto a scrivere su Vittorio Zucconi le seguenti parole: «Prego per lui perché al là delle inutili e faziose celebrazioni di Repubblica si salvi l’anima. Ora, dove si trova, vede tutto molto chiaramente».
È una specie di sequestro di persona post-mortem. Non bastando, ai fondamentalisti, l’intolleranza in terra, tentano di estenderla anche laddove il sorriso allegro di Vittorio se ne va a zonzo, libero e leggero, oltre il profilo dei monti, oltre le onde del mare, in fondo al rettilineo interminabile di una Statale americana. In quell’oltre quelli come Pillon vedono solo espiazione e punizione, una specie di penitenziario retto dal Padre contro i figli; e uno spiraglio di luce solo per chi ha pagato la bolletta con le sue giaculatorie e la sua sottomissione.
Loro, di quell’oltre, si considerano i concessionari esclusivi. Lo hanno costruito loro, non certo Dio, a misura delle loro paure e delle loro necessità di controllo sociale e politico (per dire quanta spiritualità ci sia, dentro quel nero ordine: zero!) e non concedono, a noi miscredenti, nemmeno la libertà di andarcene alla nostra maniera. Che non è la loro.
Non trovo le parole per dire quanto irrispettoso, anzi quanto violento sia questo necrologio non richiesto. Di tutto hanno bisogno, le nostre anime incerte, tranne che di farsi raccomandare al creatore dal senatore Pillon. “L’anima sceglie il proprio compagno”(Emily Dickinson). Non è lei, senatore Pillon, la compagnia che Vittorio avrebbe scelto. Si taccia, per cortesia, e pensi all’anima sua, che alla nostra provvediamo da soli. Grazie.

28 maggio 2019 (qui)

Falso idillio 19 (Brevitas)

Un uomo crede di amare una donna. Osserva con attenzione i sintomi: strani sogni, pensieri inaspettati, aspettative, lievi alterazioni biochimiche che agiscono sui suoi stati emotivi. Eppure quasi non la conosce. Certe cose infatti accadono solo nei libri o nei brevi racconti. Fermo sulla soglia, si chiede se precipitare gli procurerà questa volta più gioie o più ferite. In realtà crede soltanto di essere fermo, allo stesso modo in cui crede di amare: è tutto il racconto che precipita e si accartoccia come un foglio nel fuoco.

Roma, Virginia Raggi e il malgoverno da cancellare (anche sui bus)

Le condizioni di Roma sono ormai arrivate al limite del collasso

di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 9 novembre 2018 (link)

Virginia Raggi Corriere-Web-Sezioni

Circa due anni e mezzo fa oltre settecentomila elettori romani (tra i quali chi scrive: è giusto confessare le proprie responsabilità) dando il loro voto ai 5 Stelle contribuirono a far eleggere sindaco della capitale d’Italia Virginia Raggi. Naturalmente non avevano la minima idea di chi fosse: come del resto è la norma nel nostro Paese. In Italia infatti nessun elettore o quasi sa realmente chi sia il parlamentare che il suo voto contribuisce ad eleggere. Né per la loro stragrande maggioranza quegli elettori — sono convinto — avevano motivo di una particolare identificazione con il M5S. Semplicemente cercavano un’alternativa.

Dopo la rovinosa gestione della Destra di Alemanno e l’inconsistenza ridanciana e vagamente imbrogliona di Ignazio Marino eletto da una Sinistra a trazione Pd, volevano, come si dice, «provare a cambiare». Nel modo previsto dalle regole della democrazia: cioè mandando al governo l’opposizione. «Hai visto mai che questa volta?…»

È facile oggi dire che gli è andata non male ma malissimo. È arcinoto, infatti, che le condizioni di Roma sono ormai arrivate al limite del collasso: forse già oltre quel limite e quindi di fatto irrecuperabili. Il governo dei 5 Stelle insomma si è rivelato da ogni punto di vista un disastro. Ma domani gli elettori di cui sopra e in genere tutti i cittadini romani hanno il modo di cominciare a presentare il conto a chi di dovere, determinando l’inizio della cancellazione politica della sindaca Raggi e infliggendo un colpo al partito di Grillo responsabile di averla scelta. Per di più potranno farlo nei modi della democrazia diretta tanto cari all’una e all’altro: vale a dire recandosi nel maggior numero possibile alle urne (per la validità della consultazione è necessario superare la soglia del 33,3 per cento degli elettori) e votando sì al referendum indetto dai radicali per la liberalizzazione* di uno dei più disastrati servizi pubblici dell’Urbe, quello dei trasporti, gestiti finora da una società municipalizzata, l’Atac.

Sono almeno due le ragioni di merito che militano a favore di una liberalizzazione del trasporto pubblico romano. La prima molto empirica è che in tal modo, in seguito al necessario contratto di servizio tra il Comune e il concessionario privato si creerebbe almeno un contrasto d’interessi tra controllore e controllato. Quel contrasto che a meno di casi clamorosi oggi non c’è, dal momento che tra il Comune proprietario e i vertici dell’Atac da lui stesso nominati esiste un’ovvia identificazione. La presenza di un controllore diciamo così istituzionale dovrebbe portare ragionevolmente a un migliore servizio. Così come lo stesso obiettivo dovrebbe risultare dai criteri di maggiore efficienza rispetto al disordine attuale che un privato senz’altro adotterebbe, ad esempio per quel che riguarda il pagamento dei biglietti o le relazioni sindacali .

La seconda ragione è più generale. E cioè che la liberalizzazione costituirebbe un indubbio ammonimento per tutte le altre aziende municipali e per gli stessi uffici comunali. Le une e gli altri gestiti in un modo che dire pessimo significa usare un eufemismo: senza alcun spirito di servizio, all’insegna di un’inefficienza che rasenta l’incredibile, con sacche di potere personale di capi e capetti, con fenomeni diffusissimi di assenteismo e di privilegio sindacale scandalosi, con un’altrettanto diffusa opacità di pratiche e di condotta da parte di molti dipendenti. Perché la verità nuda e cruda è questa: il principale problema di Roma è il Comune di Roma. È il modo d’intendere il proprio lavoro da parte dei suoi dipendenti e il comportamento dei loro sindacati.

Anche perciò a Roma la personalità di un sindaco è cruciale. Con il che veniamo alla questione non di merito del referendum, che poi come spesso accade è quella più vera.

L’agonia in cui versa oggi la città indica chiaramente che il malgoverno o l’assenza di governo non è certo cosa degli ultimi due o cinque anni. Dura da un pezzo. Solo che quasi tutti i sindaci precedenti quello attuale, fatti esperti da una lunga militanza politica — come erano i sindaci di sinistra — e potendo disporre di un qualche insediamento partitico nell’amministrazione comunale e nei sindacati, hanno lasciato il disbrigo degli affari correnti a collaboratori capaci se non altro di tenere le situazioni critiche sotto controllo: per il resto preferendo occuparsi d’altro. In genere di legare il proprio nome a iniziative di tipo culturale o spettacolare in grado di assicurare loro visibilità e prestigio e di conferirgli un tratto comunque significativo di autorevolezza e di rappresentatività.

Con Virginia Raggi,invece, la situazione è precipitata. Ora che la conosciamo possiamo dire che in realtà tutto la predisponeva a questo esito. Giovane piccolo-borghese romana dall’abbigliamento e dalle maniere che «fanno tanto perbene» nel quartiere Appio Latino dove è cresciuta, è centaura provetta e con l’aria sempre annoiata e il tratto vagamente indolente che ricorda la protagonista di un racconto di Moravia; alla vigilia delle elezioni le chiedono il titolo dell’ultimo libro che ha letto e lei risponde «non mi ricordo». Di rapidi studi, e colta nel modo che si è capito, quello che sa dovrebbe impararlo frequentando come ragazza di bottega gli studi disseminati nel quartiere Prati intorno al Palazzo di giustizia, dove avvocati inappuntabili, frequentatori dei circoli lungo il Tevere, rappresentano gli interessi dei palazzinari, del generone, del ceto burocratico-faccendiere della Capitale, gestendone gli affari e gli affarucci con un occhio alla politica e l’altro pure.

Ma Virginia Raggi non sembra aver appreso molto da questo che pure a suo modo è un serbatoio di saperi. Una volta eletta, infatti, mostra innanzitutto di non essere assolutamente capace di scegliere i suoi collaboratori. Cambia assessori vorticosamente, appare incerta e insieme autoritaria, si circonda di personaggi più che dubbi che promettono di saper gestire il personale galeotto del Comune ma in realtà gestiscono soprattutto le loro carriere e le loro prebende, finendo per questo anche nel mirino della magistratura. La sindaca Cinque Stelle non riesce a costruire un’agenda d’impegni significativa per la città, sembra muoversi sempre a tentoni, non ha visione, non ha polso, non sa prendere alcuna decisione tempestiva e importante per arrestare lo sfacelo che la circonda. È evidente che non ha la minima idea di che cosa sia la politica. Ostaggio rassegnata dei suoi 60 mila dipendenti, insieme ad essi tiene in ostaggio due milioni e mezzo di romani: non avendo capito che era proprio da quei 60 mila che avrebbe dovuto avere inizio la svolta che in tanti si aspettavano da lei. Ma soprattutto Virginia Raggi appare paurosamente incapace di comunicare. Banalissima nel lessico, algida nel tono sempre improntato a un che di malmostoso e di infastidito, non sa mai suscitare un’emozione, trovare una parola convincente di rammarico o di scuse per i mille guai che quasi sempre per colpa della sua amministrazione capitano alla città e ai suoi abitanti.

I quali però domani hanno finalmente la possibilità di farle capire — anche quelli che l’hanno votata — che cosa pensano della sua opera di sindaco.

* Precisazione dell’autore: «Nel testo originale, apparso sull’edizione cartacea, ho scritto erroneamente privatizzazione laddove invece si tratta di liberalizzazione, cioè non già di vendere l’Atac – che di certo nessuno mai acquisterebbe – ma di mettere a gara il servizio tra vari offerenti».